Sonno al mercato (di Franca Chiaromonte)

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Guilin, Cina, 1991

Stanca, sconosciuta, bellissima, elegante, abito chic: una camicia bianca con il pantalone (magari una gonna) di colore nero, i capelli neri. E’ mattina, lei si alza alle 3 di notte, ha molti pesi addosso, quanto all’età mah! indefinita giacché i cinesi non hanno età e noi italiani non lo capiamo. Il mercato poi è luogo che appartiene a tanti: i cinesi si pensano, si immaginano in tanti.  Sono piccole, belle persone. Indifferenti a quella rivoluzione che ha avuto un prima e un dopo. Ma non ha importanza dal momento che la ragazza adesso fa il mestiere del cameriere.

Al pub (di Francesca Buttara)

Francesca Buttara - Al Pub, Londra, 2014 (iPhone)

Londra, 2014

“Che prendi?” Domandava a gran voce il giovane al bancone.
“Una birra, media, chiara” rispondeva lei sussurrando.
Lui aria scanzonata, vestito di nero, scandiva i suoi movimenti al ritmo di musica. Lei aria seria, vestita di seta blu, si dava il tempo muovendo in maniera nervosa il piede destro. Gambe affusolate e tacco altrettanto sottile. Ogni volta che le ponevano questa domanda, lei dava la medesima risposta: in ogni luogo, una lingua diversa, la stessa birra, rigorosamente media, rigorosamente chiara. Pur essendo amante del vino rosso, quando si trattava di pensare, filosofeggiare o alleggerire la giornata scrollandosi di dosso le tensioni sceglieva sempre la birra e, al termine, ci fumava sopra una sigaretta. Le confessioni più limpide e più profonde avvenivano davanti a quel bicchiere dai riflessi gialli, colmo di una fitta schiuma bianca e morbida. Si bagnava le labbra, scansava la schiuma con la punta della lingua, si inumidiva il naso e poi mordicchiava il lato sinistro del labbro inferiore.
Era come un rito.
Poi iniziava a canticchiare, tenendo ben stretto tra le mani il suo colmo calice di birra. Era buffa: pur essendo giovane conosceva a memoria le canzoni del passato e spesso i suoi amici le davano dell’antica per questo. L’apice lo raggiungeva quando intonava Modugno e con lui iniziava a fare le sue connessioni logiche di vita. Logiche per lei naturalmente. In quei momenti mi piaceva sederle accanto, ascoltarla e provare a cogliere l’essenza delle sue parole che si alternavano a dei sospiri. Sospiri pieni.
Era una donna di polso, forte nel carattere e nell’aspetto. Viveva da anni nella metropoli londinese ma era nata in un modesto paese nel sud Italia. La sua finestra, raccontava davanti ad una delle sue bevute, affacciava sul mare, da un lato, e su una distesa di filari dall’altro. Gli abitanti di quella striscia di terra le avevano insegnato una cosa su tutte: disfarsi delle sovrastrutture. E lei ne aveva tante. Quel luogo così forte e silenzioso le aveva insegnato ad arrotondare i suoi spigoli, a godere delle sensazione, ad assaporarle proprio come la schiuma della sua birra.
Nell’incessante correre della sua vita ogni tanto amava fermarsi, riprendere le forze, sorseggiare quel bicchiere chiaro che la riportava alle origini. Al mare d’inverno, ai colori della vite, ad una serata di agosto a piedi nudi. Quella bevanda era nutrimento per lo spirito, il suo dire basta al caos quotidiano che tutto inghiotte, era l’attimo in cui smontare un pezzo delle sovrastrutture.
Una sera la trovai lì seduta al bancone con un libro tra le mani, il suo preferito. Me ne lesse un passo: “Andate e lasciate che le storie, ovvero la vita, vi accadano e lavorate queste storie della vostra vita, riversateci sopra il vostro sangue e le vostre lacrime e il vostro riso finché non fioriranno, finché non fiorirete”. Soffocata da paure, insicurezze e stereotipi. Lei donna di seta blu. Donna selvaggia.

Zabriskie Point (di Raffaella Vicario)

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Valle della morte, 1995

Ho fatto un sogno. Preparavo una valigia con poche ma indispensabili cose, pur sapendo che non sarei più tornata indietro. Dovevo raggiungere un paese pieno di luci, musica e colori, così dicevano. Un posto dove tutto era possibile. Sapevo, nel sogno, che per raggiungerlo bastava desiderarlo, così ho chiuso gli occhi e ho volato. Sono arrivata in una notte buia, senza stelle e senza luna, e ho cercato un riparo per dormire.

Al risveglio, il calore mi ha investita di luce accecante e ho dischiuso gli occhi a fatica. Pian piano, dinanzi a me, la terra ha preso forma. Un mare di rocce, sconfinato e brullo, steso ai miei piedi sotto un cielo azzurro ripieno di panna. Una bellezza da mozzare il fiato. Colori primari declinati in tutte le sfumature su una tavolozza pronta per essere usata. Così ho disegnato un pennello e ho cominciato a riempire l’orizzonte di palme e grattacieli, di onde e insegne luminose. E, ogni volta che mi andava, potevo cancellare tutto e ricominciare daccapo. Così ho capito di essere arrivata nel paese delle infinite possibilità, dove potevo ridisegnare il presente e immaginare un futuro realizzabile.

Ho fatto un sogno. Sogno California.

Roma, New Mexico (di Stefano Moriggi)

Stefano Moriggi -Roma, New Mexico, Ponte di ferro, 2012 (iPhone)

Roma, Ponte di Ferro, 2012 (iPhone)

Diceva Paul Klee che l’arte non si limita a riprodurre ciò che è visibile. Fa ben di più, “rende visibile, l’invisibile”. Questa fotografia non fa eccezione. Anzi, per certi versi, porta la teoria del pittore svizzero all’estremo. Infatti, ciò che più mi ha colpito dello scatto di Claudio è il ponte.
Alludo ovviamente al ponte che non si vede – e che non si può vedere – perché è il luogo dal quale il fotografo ha scelto di raccontare una Roma anomala, inattesa. Sorprendentemente algida e ruvida, come solo certe periferie inglesi sanno essere di sabato pomeriggio, a quell’ora in cui le case e le nuvole si sintonizzano sullo stesso tono di grigio.
Confesso. L’ho riconosciuta solo grazie alla mia passione per i treni, ma non subito. Il paesaggio a prima vista mi pareva familiare ed estraneo al tempo stesso. Finché ho inteso che la soluzione di quello che sembrava un inestricabile rompicapo visuale andava, appunto, cercata nell’invisibile. Ovvero in quel ponte che, qualche anno fa, anch’io ho visitato.
Costruito tra il 1862 e il 1863 da una società belga, il Ponte S. Paolo – così si chiamava inizialmente – era stato progettato e realizzato per unire la linea ferroviaria di Civitavecchia con la Stazione centrale di Termini. Divenne presto il Ponte dell’Industria – ma, ancor più confidenzialmente, per i romani è il “Ponte di Ferro”.
Ora si stende sul Tevere come una vecchia carcassa abbandonata dai convogli e oltraggiata dal secondo principio della termodinamica. Ma col suo fascino discreto rimane, però, il testimone e il custode di molte vicende – a partire dalla sua. Che ebbe inizio in Inghilterra, dove furono prodotti le arcate e i tubi, di ferro e di ghisa, che attraversarono la Manica per essere assemblati poi sul posto.
La prima locomotiva lo attraversò il 10 luglio del 1863, ma il vero experimentum crucis avvenne quattro giorni più tardi, quando gli ingegneri pontifici ci fecero transitare contemporaneamente due treni. Superate le “prove di carico”, mancava solo l’inaugurazione ufficiale a cui volle essere presente anche Pio IX. E il Pontefice, così raccontano i testimoni, in quel pomeriggio del 24 settembre rimase ammirato nel vedere come soli quattro uomini riuscissero addirittura ad “animare” la parte centrale della struttura – progettata, appunto, per alzarsi e abbassarsi, consentendo così il traffico dei natanti.
Il gigante mobile che aveva unito via del Porto Fluviale a via Antonio Pacinotti prestò servizio fino al 1910, quando si decise di deviare la strada ferrata. Da quel momento, dopo un’opera di restauro e riadattamento, solo pedoni e veicoli percorsero i suoi 131,20 metri. Anzi, no. Anche la storia decise di passare ancora una volta di lì.
Infatti, il paesaggio urbano ritratto nella fotografia di Claudio è anche ciò che si vede dal punto in cui, il 7 aprile del 1944, dieci donne vennero fucilate. Erano state soprese da alcuni soldati tedeschi in possesso di pane e farina sottratti ai mulini Tesei, che rifornivano le truppe di occupazione.
Non morirono per un furto, ma per insubordinazione a un potere iniquo e violento. Il 26 marzo di quello stesso anno, infatti, il generale Kurt Mälzer aveva dato ordine di ridurre a 100 grammi la razione giornaliera di pane da destinare alla popolazione civile. Davanti ai forni della città iniziò così a montare la protesta delle donne; al punto che le autorità militari si videro costrette a farli presidiare, oltre che a scortare i mezzi di trasporto con cui il pane veniva consegnato alle caserme.
Finché, quel venerdì di Pasqua, un gruppo di donne del Portuense, dell’Ostiense e della Garbatella decise di fare irruzione in quei mulini a pochi passi dal Tevere, approfittando di un momento in cui nessuna guardia vigilava sul deposito di pane bianco.
Ma qualcuno avvisò la Wehrmacht che, giunta sul posto, le soprese in fuga con il loro magro bottino. L’accesso al ponte fu bloccato e, appunto, dieci di loro non ebbero scampo. “Le disposero contro la ringhiera del ponte, il viso rivolto al fiume sotto di loro. Si era fatto silenzio – scrisse poi la partigiana Carla Capponi – si udivano solo gli ordini secchi del caporale che preparava l’eccidio”.
Quel silenzio risuona in questa foto che ripropone il loro ultimo sguardo sul mondo e che offre a noi il punto di vista di una storia che merita di essere resa visibile, anche con uno scatto.

Chen il cinese (di Michela Ricci)

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New York, 1988

Chen, questa vita ti sta stretta, da molti anni ormai. È là il tuo sogno, ciò che vorresti. E allora alzati, inseguilo, non stare solo lì a guardarlo. Il bastone l’hai già impugnato, manca solo un’altra spinta. Non è mai troppo tardi per abbandonare la propria valigetta di certezze.

Pappagalli verdi (di Loredana Padula)

Loredana Padula - Pappagalli verdi, Roma 2013 (iPhone)
Quando ho letto il titolo di questa immagine ho pensato subito al libro di Gino Strada. In quel caso i pappagalli verdi non erano un prodotto della natura, ma un artificio umano. Mine antiuomo create non per abitare il mondo, ma per distruggerlo. Eppure il verde pare sia il colore della speranza, sì, forse la speranza di non calpestare una mina.
La prima volta che ho visto dei pappagalli verdi a Roma è stato qualche anno fa, quando frequentavo l’università. Ero nella città universitaria della Sapienza, durante la consueta pausa pranzo sull’erba tra una lezione e l’altra – questo prima che il prato venisse occupato da prefabbricati orrendi, con funzione di aule poco consone per gli studenti. Il prato pullulava di gente di ogni tipo: ragazzi che prendevano il sole, coppiette poco discrete che invece di appartarsi consumavano il loro amore sul prato, cani che giocavano al riporto e poi c’ero io, con le mie colleghe, a commentare il panorama tra un boccone e l’altro di un panino preso al bar dell’università: 3 euro panino e acqua, mica male. Eravamo sedute sotto un albero per prendere quel poco di ombra che a giugno, quando ancora l’estate esisteva anche a Roma, tutti gli studenti si affannavano a cercare, in una lotta a chi occupa prima il posto più fresco. Ci guardavamo in giro, quando dall’albero sopra di noi sentiamo dei rumori strani. Alziamo lo sguardo e invece dei soliti piccioni o gabbiani di cui questa città eterna è eternamente piena, notiamo dei pappagalli verdi. Per una ragazza proveniente da una piccola città della Basilicata, il solo vedere dei volatili diversi dai piccioni è un evento, poi addirittura pappagalli verdi e a Roma. Mi domandai innanzitutto come mai, causa inquinamento, non fossero ancora diventati grigi. E allora pensai: saranno scappati da qualche zoo, allevamento o casa. E poi invece l’incredibile. Un rumore assordante proveniente da un carretto ambulante che era lì a vendere bevande li spaventa, ed ecco che si alza in volo da tutti gli alberi presenti lì intorno uno stormo di pappagalli verdi. Restiamo lì a goderci lo spettacolo, col naso in su e lo sguardo stupito. “Ma, sono pappagalli, cosa ci fanno dei pappagalli alla Sapienza?”. Bella domanda, una domanda che non ha ancora avuto risposta neanche quando vicino casa mia ho visto gli stessi pappagalli verdi, due per la precisione, che si rincorrevano da un albero all’altro.
Da quando vivo a Roma ho capito che è inutile farsi domande, perché spesso non c’è una risposta. Roma è magica per questo, perché regala emozioni improvvise, emozioni che non hanno una spiegazione, ma che se anche ne avessero una, sarebbe meglio non scoprirla.
I pappagalli verdi a Roma si prestano facilmente a una metafora più ampia della vita romana. Frenetica, abitudinaria, spesso superficiale. In questa città non ti stupisci quasi mai, perché dai per scontato che quello che accade è il risultato della vita nelle grandi metropoli. Concetto non valido, però, per i turisti, come per chi vi si trasferisce da una piccola città, studenti o lavoratori fuori sede. A Roma ciò che in un’altra realtà sarebbe anormale o comunque degno di stupore, diventa normale, parte integrante della vita di tutti i giorni. Eppure, cercando su un qualsiasi motore di ricerca, google per esempio, pappagalli verdi a Roma, saltano fuori diversi risultati sul fenomeno delle colonie di pappagalli verdi che hanno invaso i parchi della Capitale. Allora qualcuno se n’è accorto, mi dico. E in questo caso, qualcuno li ha anche fotografati.

Riflessione (di Roberto Fontolan)

Roma, 2013

Roma, 2013

Carissimo Emanuele, amico mio, amico della vita. L’altra notte ho sognato qualcuno che mi dava l’annuncio che non avrei mai voluto ascoltare. Nel sonno sono scoppiato a piangere e mi sono svegliato piangendo. Era l’annuncio di quel che era già accaduto tre anni fa a settembre, accaduto davvero. La notte gioca con il tempo, mescola senza riguardo passato e presente e futuro. Eri andato di là, “dall’altra parte”, come ama dire quel nostro amico spagnolo. Era questo l’annuncio.

Non ho pensato subito al fatto che avevi iniziato un viaggio, “il” viaggio. Riuscivo solo a sentire il vuoto, riuscivi solo a mancarmi. Vedevo noi due camminare nei chiostri dell’università. Una foto in bianco e nero, cappotti di loden, che allora andavano molto di moda, la tua sciarpa e non mi ricordo chi dei due tenesse in bocca una sigaretta. Eravamo bellissimi, lo dico sul serio. Me lo hanno fatto notare in tante ragazze. Sapevamo di essere sotto osservazione e un po’, ammettilo, ne abbiamo approfittato (io di più: sono sempre stato più cinico di te). Due ventenni senza rimpianti e senza rabbia, afferrati da una vita ardente, curiosi e leggeri, buoni e seri. Era dal liceo che ci eravamo piaciuti. Avevamo capito che avremmo condiviso tanto della vita, tanto valeva cominciare subito. A scuola battagliavamo, all’università avevamo maestri e sospiravamo d’amori, poi la vita grande e da grandi: lavoro matrimonio figli. Ho sempre saputo che la mia decisione di trasferirmi a Roma ti aveva lasciato sconcertato. In fondo non riuscivi a spiegartelo nonostante che me ne chiedessi continuamente conto. Sotto la superficie delle scelte e delle contingenze tu vedevi qualcosa d’altro (quanto ti piaceva parlare del “destino”). E’ quel che ti ho sempre invidiato. Il tuo domandare cercava sempre di arrivare laggiù o lassù dove abitano i misteri. Poco prima di quel momento mi avevi scritto: “Vorrei ma in questo momento non riesco ad esprimere quello che ho dentro, che comunque corrisponde a qualche cosa di atteso. Di atteso, cui continuo a pensare”. Mancavano pochi giorni al compimento della tua attesa, stavi per giungere al termine della notte.

La prima volta che ho visto Roma ero insieme a te e a tantissimi altri giovani. Avevamo le kway -ancora la moda del tempo – perché pioveva parecchio e abbiamo passeggiato fino a Castel Sant’Angelo. Sul ponte ci siamo fermati a lungo, eravamo rimasti soli. Noi due e gli angeli. Non ci era mai capitato di pensare seriamente agli angeli, noi che volevamo affrontare seriamente tutto. Siamo rimasti lì, a contemplare il movimento perenne di quegli abitatori del ponte, ad ascoltare i loro dialoghi sussurrati, a cercare i loro volti fiammanti.

L’altra notte, quando mi sono svegliato dopo quell’infinita tristezza, mi sono rivestito e ho preso la macchina. Sono arrivato al ponte e l’ho visto.  Prima, nel sogno ero troppo confuso per riconoscerlo e l’annuncio mi aveva sconvolto. Ma era lui che me lo aveva portato. Quel viso, quella punta di lancia: ero certo.

Certo è strano non abitare più la terra,

non esercitare più usanze appena apprese,

a rose e ad altre in sé promettenti cose

non dar significato d’umano futuro;

ciò che si era in mani dall’infinita premura

non esserlo più, e pure il proprio nome

accantonarlo come un giocattolo distrutto.

Strano, non continuare a desiderare i desideri. Strano,

tutto ciò cui ci si riferiva, per la stanza così sparso

vederlo ora svolazzare. E l’esser morti è penoso

e colmo di rimandi, e solo a poco a poco

si avverte un tratto di eternità.

Ma i vivi commettono

tutti l’errore di un troppo saldo distinguere.

Angeli (si dice) spesso non saprebbero se vadano essi

tra i vivi o i morti. L’eterna corrente

trascina sempre con sé tutte le epoche

attraverso entrambi i regni e in entrambi le sovrasta.

(Rainer Maria Rilke, Elegie Duinesi, Prima Elegia)

La panoramica (di Enzo Manes)

New York, 2012

New York, 2012

Spazio e ampiezza. Questa foto trasmette perfettamente NY.
L’ampiezza di orizzonti, vedute e possibilità è ciò che mi ha da subito incuriosito e poi annodato a questa città e alla cultura anglosassone e è stato di suggerimento e stimolo alla mia personale intrapresa.  Solide basi, anche, e sopra l’altezza del cielo: quasi una metafora di certa società americana e, insieme, delle possibilità della social enterpreneurship, parte integrante della cultura e dell’agire anglosassone, e che hanno determinato la mia vita. Lavoro sodo, capacità di accettare un rischio, senso d’urgenza si rinnovano ogni ora in questa città straordinaria, innestati in una cultura dove donare e agire nel volontariato sono una norma.
Ho amato vivere a NY e amo tornarci. Nel 2003 ho dato vita a una fondazione – Fondazione Dynamo, che oggi è un gruppo di imprese sociali e commerciali con finalità sociale – e mi sono ispirato per il suo sviluppo all’esempio americano dell’amico Paul Newman e di filantropi americani. In numerosi miei discorsi – e lo sanno bene le migliaia di persone che ogni anno tornano al Dynamo Camp in occasione della giornata di Open Day – ci sono riferimenti e citazioni a personalità americane storiche e contemporanee.
Considero ispiratore attingere da una cultura in cui individui intraprendenti si mettono in gioco assolvendo a concreti bisogni sociali spesso anticipando la risposta del Governo e del mercato. Proprio la filantropia privata è alla base dello sviluppo degli  elementi che hanno reso e rendono grande questa nazione con le sue città e piccole comunità. L’investimento in capitale umano e lo sforzo capillare di supportarlo, aiutando anche i meno abbienti a accedere all’istruzione primaria e secondaria,  sono un modo di concedere a tutti gli individui la possibilità di riuscire nella vita ed è questa possibilità il grande fascino di questo paese e ancor più e in modo eclettico, il grande fascino che offrono le vedute di questa città.

Alba a Villa Pamphilj (di Lia Capizzi)

Roma. 2013 (iPhone)

Roma. 2013 (iPhone)

Maledetta.
Maledetta sveglia. Questa mattina ti avrei voluta scagliare contro il muro con violenza.
Quel tuo suono urticante e penetrante con cui mi ordini di alzarmi.  E se poi decido di ignorarti tu non mi lasci scampo, come una signora Rottenmeier dopo 10 minuti torni ad assordarmi, per farmi sentire in colpa.
(Ma la colpa è mia quando ho deciso di puntarti all’alba, alle 6 in punto).
Maledetta. Oggi ti ho proprio odiato. Sgusciare fuori dalle coperte è stata una faticaccia.
Lo sapevo che il terzo bicchiere di Cannonau dovevo rifiutarlo ieri sera.
Lo sapevo che tornata a casa non avrei dovuto accendere la tv. Se poi trovi Federer che gioca la semifinale del torneo di Cincinnati a mezzanotte e passa, vuoi non vederlo?
Con l’occhio destro socchiuso mi chiudo alle spalle la porta di casa. E’ pure una mattina fredda, umida.  Ma chi me l’ha fatto fare?
Dai su, smettila di mugugnare, il mio io talebano bisticcia con l’altro io pelandrone.
Inizio a correre. Piano piano, che le mie gambe ancora non si riconoscono tra di loro. Pesanti e scorbutiche.  Chiedo pure aiuto alla mia musica, ci vuole qualcosa di energico oggi. E sia, Skunk Anansie nelle orecchie.
Incrocio sempre lo stesso signore che educatamente mi sorride. Contraccambio. Il mio primo sorriso della giornata, di educazione e di ammirazione. Due volte alla settimana sono sicura di trovarlo sempre qui, alla stessa ora, pimpante nonostante il ritmo di corsa più lento del mio. Alla sua età io avrei la stessa costanza?
Guardo l’ora. Già passati 20 minuti? E non me ne sono nemmeno accorta?
La voce potente di Skin sta diventando un sottofondo. A suonare sono ora i miei pensieri. Un po’ sparsi arruffati.
Il rumore è quello delle foglie calpestate, quasi una cantilena. Il fiato regge, altri 20 minuti e potrò ritenermi soddisfatta. I piedi vanno ormai con il pilota automatico. E gli occhi sorridono.
Perché oggi il sole appena nato è uno spettacolo. Sembra un bambino.
Gioca a nascondino tra i rami, mi regala tagli di luce che non avrei potuto gustarmi se fossi rimasta a letto. Mi sento leggera e carica (e mi aspetta una giornata di lavoro bella densa…).
Ah, che meraviglia.