Stranger than paradise (di Lucia Guarano)

My beautiful picture

Malibu, California (1994)

Ascolta il mare, amico mio. Puoi ascoltarlo senza troppa paura, tanto il mare non ti giudica, almeno lui.  Possiamo restare qui anche tutto il giorno a contare le onde, che quelle, almeno, sei sicuro che arrivano. 

Qui non c’è niente da vincere, quindi per una volta possiamo anche perdere senza fare troppi drammi; perderci, abbandonarci alla sconfitta e magari capire per davvero che non è poi così male. Qui non ci serve neanche una scusa credibile, tanto vale smettere di cercarla e iniziare a contare.

Il sottofondo è quello giusto, quello che ti fa sentire al sicuro anche se poi, alla fine, io e te non ci vogliamo proprio stare al sicuro. Non ci sappiamo stare, anche se hanno provato in tutti i modi a insegnarcelo. E hanno fatto anche un buon lavoro, ma niente. Ci piace di più quando arrivano le onde, quelle alte, che ti portano a fondo. Forse restare a galla non ci basta. Perchè ricominicare a respirare quando sei al limite non ha lo stesso gusto che respirare e basta. E’ un’altra cosa, ha tutto un altro sapore.

Ripartire, ricominciare, rifare daccapo e poi disfare tutto e far finta che non sia successo nulla. Ci piace scrivere sulla sabbia, a me e a te, che tanto è uguale. Tanto le onde ti raggiungono comunque, anche in capo al mondo.

Odiamo tanto le maree, ma non riusciamo a starci lontano. Ne siamo irrimediablimente attratti e ci facciamo sempre trovare lì, pronti, quando si innalzano di nuovo. Così, come se tutto il dolore sparisse di colpo, cancellato, quasi come se non lo avessimo mai provato. Ci piace guardarle in faccia e sorridere, come se niente fosse.

Siamo fatti come le onde, io e te. Dobbiamo infrangerci a riva, farci in mille pezzi, prima di fermarci. Quando è troppo tardi. Quando l’unica scelta che ti è rimasta è quella di non scegliere. E poi rimettiamo insieme i pezzi e torniamo indietro, ci riproviamo ancora. E sì, ogni volta è diverso, ma è l’epilogo che resta sempre lo stesso. Perchè andare semplicemente avanti è troppo facile, ammettere la sconfitta non è contemplato.

E allora, per quello che vale, ascolta il mare amico mio. Puoi ascoltarlo senza toppa paura, tanto il mare non ti giudica, almeno lui. 

La solitudine del coniglio (di Matteo Bordone)

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Parigi, 2012

Oh, Franci, eccomi. Vivo e vegeto, tornato a casa, in tutona. Mi sono svegliato da un’ora e non sto facendo niente. Tra un po’ è ora di cena. Sento Nick Drake col repeat. Anche se adesso mi sa che metto Marvin Gaye. Comunque ti riassumo la serata di ieri così ti rendi conto.
Cominciamo. La giornata di ieri comincia con la diarrea del cane, che forse non è un presagio al 100%, ma comunque qualcosa vorrà dire. Un tempo l’unico problema era quello dell’igiene del cane; adesso che siamo responsabili di tutto, resti lì con il sacchettino, la gente ti guarda, cosa vuoi fare?! Niente. Vai via. Comunque gli ho dato l’imodium dei cani, che si chiama non so come. Credo che non cagherà mai più.Leggo i giornali, faccio colazione lunga, passa Maurice del piano sopra a giocare a PES dopo pranzo, fumiamo una canna, parliamo di Charlie Hebdó e della figa. Maurice vince, ne fumiamo un’altra, se ne va, resto imbambolato. A metà pomeriggio mi faccio un tè. Ciondolo per casa senza affrontare la questione. Sento dischi negri. Scrivo a Mathieu per sapere a che ora comincia secondo lui. Mi dice sul tardi, che poi non si sa bene cosa voglia dire, a Milano potrebbe voler dire che non c’è praticamente nessuno prima delle 2; nello specifico significa che non si sa quando si cominci a ballare e a bere, ma Esther prima di quell’ora non si vede. Mi rimetto sul divano. Sento della musica a caso. Ripassa Maurice, facciamo un’altra partita a PES, fumiamo un’altra canna. Una sola, dico, perché devo uscire. Ne fumiamo un’altra. Sto chiaramente facendo finta di niente.

Leggo della roba noiosissima di lavoro con l’intento di riaddormentarmi. Metto la sveglia alle nove e mezza. Riesco a riaddormentarmi. Non sento la sveglia. Alle undici e mezza mi sveglio, penso che forse è tardi. Ma forse no, va bene così, solo che adesso devo uscire. Provo il costume. Sembro un cretino grave. Lo tolgo e lo metto in un sacchetto: se sono tutti vestiti, lo metto e sembro simpatico, ma se sono tutti vestiti normali con due occhialetti e una parrucca non lo metto per evitare l’effetto cretino grave di cui sopra. Mi preparo per andare. Mathieu mi scrive che stanno per partire. Indicazione vaga, potrebbe voler dire tra due ore, tre ore, mezz’ora, cinque minuti, ma dell’arrivo di Esther non si sa niente, non si può sapere. Come sempre la cosa più importante è la meno nota. Esco, pioviggina, prendo un taxi con il vestito in un sacchetto.

Arrivo nel posto che sono tutti già belli in piedi, e la musica è bella. Mi faccio un gin tonic carico in cucina, mi guardo intorno. Lei non c’è. Non so se vestirmi. C’è un Michael J. Fox revivalato, un Groot dei Guardiani della Galassia fatto con la corteccia attaccata addosso, Mathieu è vestito da Minion che non è male. Youssef, che è uno simpatico del dipartimento di informatica, arabo e grasso, si è vestito da Bradley Cooper in American Sniper, con un fuciletto nerf al posto della carabina da cecchino. Carabina? Non so come si dica. Fucile di precisione. Va be’. Spara pallette di plastica in giro. Fa ridere. Mi faccio un altro gin tonic. La musica è bella. C’è la tua omonima Françoise, la bretone, ti ricordi, con cui ho scopato due mesi fa. È vestita da non ho capito cosa ma è mezza nuda e il fatto non mi dispiace. Le chiedo da cosa è vestita. È qualcosa di francese che non conosco ma mi metto a ballare con lei, la quale è davvero molto nuda, e poi finisce che mi mette la lingua in bocca, o io a lei, non si capisce.

Bevo altri tre gin tonic, mentre limono un po’, ballo, urlo, non mi sono ancora cambiato perché fa già caldo così. Bevo troppo. Girano le canne. Girano dei palloncini da ridere, e via anche quelli. Ridiamo tutti. Gira un po’ di acquetta con l’MD. Non lo so. In bagno c’è della gente che fa dei colpi, ma insomma. Perdo un po’ il conto. Limono ancora con la bretone, e ci mettiamo un po’ le mani nelle mutande in un corridoio, ma poi io non ci sto dentro e torno di là. Mi ritrovo che non capisco un cazzo e sono in cucina. Bevo dell’altro, forse non sto bene.

A un certo punto mi sento male, faccio per andare in bagno, non arrivo, finisce che cazzo mi sbocco addosso. Finalmente arrivo in bagno, e lì faccio lo schifo. Stravomito, forse mi addormento o svengo anche qualche minuto lì sul tappetino. Bussano. Io sono mezzo nudo coi vestiti conciati. Per fortuna quasi tutto addosso a me. Non rispondo. Bussano. Dopo un po’ li sento spazientiti, e riconosco forse una voce. Sono a pezzi, apro e fine. È Esther. Le dico mi vai a prendere un sacchetto all’ingresso fatto così e così. Lei dice merde, sciant, pute, quelle cose lì dei parigini, e dopo un po’ torna col sacchetto. Me lo passa chiedendo se ce la faccio. Dico di sì ma non è vero. Chiudo la porta. Mi vesto molto a fatica. Da fuori sento che Esther è preoccupata e indispettita. Esco. Se la prende con me. Mi dà forse dello sfasciato, anche se non ti saprei ripetere le parole esatte. Non rispondo molto: scuse ma non dette bene. Vorrei lasciarmi cadere nelle sue braccia e addormentarmi. Ma non è il caso. Scivolo verso una stanza piena di cappotti lì di fronte, cado nelle loro braccia, mi metto un po’ tranquillo. Mi gira un po’ la testa, ma la stanchezza tira più forte della rotazione, e mi addormento.

Quando mi sveglio per davvero è giorno fatto. Eloise ha da fare. Mi ha fatto un caffè. Nella mia testa, nel mio corpo, è ancora il giorno prima. Non sono sveglio come uno che ha dormito davvero: sono sveglio come uno malato dopo un sonnellino. Bevo il caffè piano, se no vomito. Non faccio nemmeno la pipì. Muoio di sete. Esco. Faccio una passeggiata verso casa, vestito come sono, con la maglietta vomitata nel sacchetto. I pantaloni erano troppo conciati forse, qualcuno deve averli buttati.

È una bella giornata. Non è andata proprio come volevo, ma insomma. Il cane in compenso sta meglio.

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Sogno americano (di Luigi Coldagelli)

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Strada del Nevada, 1995

“Maledetto bastardo, sei contento ora? Avanti, fammi vedere la tua faccia da psicopatico frustrato!!! Suona, suona pure!!! Non mi fai paura!!!”.

Chi è quest’uomo con i baffi che accanto a me inveisce come un ossesso? Ma non ha caldo con questa impietosa calura? Perché il suo volto mi è così familiare? Cos’è quel sangue sul suo volto? Perché la sua macchina della polizia anni Settanta è ridotta ad un mezzo rottame nella soffocante polvere sul ciglio dell’asfalto bollente. Cos’è questo deserto? E perché questo immenso camion tir fermo qui davanti non smette di suonare il clacson e di sgassare, suonare e sgassare… Dio mio che tensione… e che caldo assurdo…. Ha ragione l’uomo con i baffi. Questo autista è un pazzo sadico, va fermato… Basta! Fermati! Cazzo… ma perché tutto mi sembra così sfocato… nella cabina di guida non c’è nessuno… Mi scusi signore ma chi è lei? Cosa sta succedendo? “Come chi sono!?!? Mi prendi per il culo? Sono Dennis, ci siamo conosciuti anni fa a New York, non ricordi? Eri un bambino, ti eri fermato con me perché ti piacevano il mio cavallo e il mio cappello da sceriffo. Mi avevi pure raccontato che il tuo sogno era di andare in Nevada…Hai visto, i sogni si realizzano!”
Io non ricordo di averci mai parlato con questo tipo. Però i suoi baffi mi sono familiari… Ecco, si apre anche uno squarcio nella mia memoria annebbiata… Lo vedo galoppare per le strade di New York… E poi certo Las Vegas è sempre stato un mito da provare…Ma questo che c’entra? E perché questo maledetto autotreno non smette di confondermi le idee con la sua lancinante sirena e il suo maledetto gas di scarico…Dennis, questa situazione è inquietante, ma che succede? “Questo bastardo mi è venuto addosso di proposito ti rendi conto? Non voleva farsi superare…. è come se mi avesse sfidato a duello…Voleva uccidermi, ne sono certo. E’ stata un’angoscia indescrivibile…”. Ma Dennis di chi parli? Io non vedo nessuno… “Ma tu la storia la conosci benissimo… E’ una storia nella quale mi chiamo David. Non sono uno sceriffo che va a cavallo a New York ma uno qualsiasi che sta facendo un viaggio in macchina e improvvisamente si trova davanti un grosso autotreno che non vuole farsi superare… L’incubo inizia così, prova a ricordare…non ero forse io il tuo attore preferito da bambino?”.
Dennis è vero, ora comincio a ricordare… io non posso vedere l’autista del camion per il semplice fatto che questo autista non c’è e non può essere visto. Vedo solo questo enorme tir fermo sotto un sole infernale che tutto sfoca e tutto fa avvampare. E’ tutto denso. Sembra un sogno. Un sogno americano… Maledetto Tir, che tu ti possa schiantare alla prima curva…

Accertamenti (di Andrea Benedino)

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Milano, 2014 (iPhone)

E’ una questione di ordine pubblico. Stare fermo in un parco, immobile come una statua, vestito di bianco, come il colore della purezza e della saggezza. Fermo in attesa dei passanti, con lo sguardo fisso in avanti, esposto agli sguardi della gente, sguardi di curiosità, di sfida o di indifferenza, senza poter ricambiare. Fermo in attesa di una monetina o anche solo di un sorriso, concentrato nella mia fermezza, sguardo fiero. Restare fermi, e intanto pensare alla mia vita, a come ci sono finito qua in questo parco, con la faccia dipinta di bianco, con il mio bianco costume, a fingere indifferenza.

“Documenti, prego!” chiesero le due guardie. Una smorfia compare sul mio volto, una smorfia di stupore. “Ma lei ce l’ha il permesso di stare qui?”. Il permesso, già. Eppure mica disturbavo nessuno, mica turbavo l’ordine pubblico. Ero semplicemente fermo in un angolo del parco, fermo immobile ed in silenzio, ad osservare la gente attorno a me, come una statua.

Nelle lunghe giornate che ho passato qua, quante ne ho viste! Dal piccolo spacciatore che con metodicità organizza ogni giorno i suoi piccoli traffici per rifornire i suoi giovani clienti: chi lo cercava, sempre al solito posto lo trovava, vicino alla solita siepe, dentro cui nascondeva le dosi di veleno che vendeva al prossimo. Ma è un ragazzo come tanti, non dà nell’occhio e non disturba e quindi non c’è motivo per cui le forze dell’ordine debbano disturbarlo. Oppure la maleducazione dei giovani bulli che se la prendono di volta in volta con una vittima diversa: dalla ragazza da importunare, al ragazzo handicappato o effeminato, o anche solo con il compagno più debole da deridere e derubare. Ma sono solo ragazzi, cosa vuoi che sia, mica possiamo fermare chiunque per qualunque ragazzata! E da che mondo è mondo esistono ragazzi più “esuberanti”, prima o poi troveranno la loro strada da soli.. Oppure quel signore che un giorno ha aggredito la moglie in mezzo alla strada, con una violenza verbale incredibile, strattonandola. E tutti presi dalla loro indifferenza, e nessuno che è intervenuto.

Invece io, nella mia fiera fermezza, nel mio rivoluzionario candore, nella mia tunica immacolata forse dò troppo nell’occhio. Sarà per questo che le guardie se la prendono con me, e mi affrontano in due, ignorando tutto il resto, come se il problema fossi io, unica nota ordinata in un mondo disordinato. “Ma lei ce l’ha il permesso?”. Già, il permesso.. Perché è una questione di ordine pubblico che non può essere tollerata.

Il carro degli sconfitti (di Giancarlo Loquenzi)

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Transilvania, 1989

Vanno a un festa? Tornano a casa? Scappano? Emigrano? La foto coglie il gruppo di persone con carretto in un momento senza pathos eppure produttivo di ogni possibile storia, lieta o drammatica, personale o di popolo, quotidiana o secolare. I volti dei passeggeri hanno una strana ed elusiva gradazione d’umore che va dalla serietà più stretta alla risata piena. Neppure l’andatura si intuisce. Siamo liberi di immaginare un passo svelto di trotto o una pigra passeggiata al passo, può esserci fretta, spinta di tempo breve, o abitudine e tempo di strada che si ripete.

C’è dubbio anche sui legami dei passeggeri: un’intera famiglia in viaggio, padre, madre, varie età di fratelli, forse un nonno, una nipotina. O c’è invece un estraneo, un vetturino annoiato, o magari sono tutti estranei, casuali clienti di una corsa fortuita verso qualcosa.
C’è un fiato della storia che spinge questo viaggio?
La Transilvania del 1989 è terra di una rivoluzione ancora non del tutto scritta, dove tutto sembra cambiare senza cambiare affatto. Sembra valere lo stesso per questo gruppo di transilvani, da sempre pendolari di guerre, cambi di regime, cadute d’imperi, rivoluzioni: sballottati dalla storia tra Ungheria, Romania, Germania, avanti e indietro tra confini mobili e minacciosi. C’è forse un momento di questo pendolarismo etnico nell’accomodarsi sul carro, senza stupore, legati alla pazienza e alla forza del cavallo, lui fuori fuoco come solo movimento.
C’è anche forse la storia di un vuoto, di una vita senza posto, di un buco nel tessuto dei popoli, un po’ come il buco in mezzo alla bandiera rumena dei giorni infiammati di quel 1989. Un po’ come il buco nella storia del paese dove a venir meno è stato a lungo solo un cerchio di stoffa, e quel buco che guardandoci attraverso vedevi tutte le altre cose al posto di prima.
Sono quelli che vincono o quelli che perdono quelli su carro, quelli che arrivano o quelli partono. O il “punctus” della foto non è altro che lo spostarsi, il movimento, l’essere fuscelli al vento, che è di ogni popolo e ogni latitudine: fosse il vento quello di un giorno di festa o di un secolo di tragedie.
Un viaggio così non può essere lungo, c’è un cavallo stanco, una bimba, poco posto sul carro, niente bagagli o masserizie e neppure un piccolo riparo dal cielo, eppure può essere un viaggio infinito, quotidiano: traiettoria di passaggio tra le età e le epoche. E’ facile immaginare la donna essere stata bambina sullo stesso carro, e il carrettiere aver imparato le redini dalle mani del padre. Facile immaginare quel carro claudicante prima della conquista degli pneumatici ma ancora molto lontano da quella del motore.
Vorrei vedere la loro meta, accertarmi che siano arrivati sani e salvi ovunque vadano e che ricordino quel tragitto così casualmente immortalato, senza rimpianto. Vorrei una foto che li cogliesse di spalle, con la strada dritta davanti, senza buche o tranelli, e un filo di fumo in lontananza.

Nuvole e speranza (di Alessandra Gatti @sognasempre)

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Parigi, 2012

È una di quelle piacevoli e profumate giornate di primavera e lei stimolata  dal sole ha deciso di uscire di casa e di andare al parco per sdraiarsi e riscaldare la pelle. Completamente sola e vista dall’alto, a tutta l’impressione di essere un delicato puntino in bikini immerso nel verde. Un verde acceso, cangiante, forte come lo è la sua speranza. Quella forza motrice che lei custodisce gelosamente nel cuore e la incoraggia ogni giorno ad andare avanti, a non temere, a farsi forza e a non mollare.

Oggi, mamma anatra, nel laghetto, ha deciso di insegnare ai suoi piccoli come tenersi a galla e lei, per un attimo, attratta dalla scena, riesce a distogliere l’attenzione dal suo cellulare.

Le nuvole che si rispecchiano nell’acqua le stimolano pensieri in libertà. Chissà come sarebbe essere nelle vesti di una madre… chissà quali valori sceglierebbe di insegnare ai propri figli e quali parole utilizzerebbe per la loro educazione. Ad un tratto, qualcosa di profondo le si muove dentro… un sobbalzo… chi è che vuole comunicare con lei? chi ha bisogno di fargli capire che nella vita non serve domandarsi tanto come amare ma che l’importate è solo amare? Il cuore… bisogna ascoltarlo e non avere timore di mostrarlo agli altri. Un sorriso sincero le illumina il volto; è davvero felice, ora si sente profondamente bella. Coscienziosa del fatto che la sua forte fede riuscirà a condurla sempre verso la verità della vita, alza gli occhi al cielo e beatamente ringrazia il suo Signore.

Sotto la pioggia a Santa Croce (di Massimo Adinolfi)

Massimo Adinolfi - Sotto la pioggia a Santa Croce, Firenze 2013

Firenze, 2013 (iPhone)

Ché le cose, per esistere, non hanno bisogno dei nostri sguardi. E quanto meno ne hanno bisogno, tanto più si avvicinano alle cose della natura (anche se Walter Benjamin sospettava che, a loro volta, le cose mute della natura premono per essere viste, o dette).
Non era Paul Cézanne, uno dei padri dell’arte contemporanea. che diceva che quel che voleva fare con i suoi dipinti non erano immagini, non erano quadri, ma pezzi di natura?
C’è certamente uno sguardo, dietro uno scatto fotografico. Una scelta, una prospettiva, una visione. Ma il risultato, grazie alla macchina, è piuttosto un indice che un’icona. Un indice, spiegava Charles S. Peirce, è un segno che ha un rapporto diretto e causale con la cosa di cui è indice, mentre l’icona si riferisce all’oggetto, di cui è immagine, in virtù di una qualche somiglianza.
Ma Santa Croce, in questa foto, non somiglia a niente. O meglio: non c’è bisogno che somigli alla chiesa di cui tutti ricordiamo qualcosa: che c’è sepolto Galilei, o Michelangelo, oppure che Foscolo l’ha cantata in certi versi che, tutti, abbiamo imparato a scuola. Santa Croce sta lì, sotto la pioggia sottile, e un uomo e una donna attraversano la piazza. L’attraversano però in diagonale, e le passano accanto. Intabarrati sotto la pioggia, si capisce che pensano ad altro, che prendono un’altra strada, che non vanno verso il portale. Non c’è quasi nessuno, lì. Così, grazie a questo scarto, a questa deviazione, noi possiamo guardare la chiesa, deponendo lo sguardo che sempre abbiamo creduto di dovergli prestare, in quanto è un monumento nazionale.
Prima di esserlo, prima di accogliere le urne dei forti, Santa Croce è un pezzo di pietra bianca, se non proprio un pezzo di natura. Che ha il pregio di stare, prima ancora di significare. Come forse è vero per la fotografia in generale: che dice quel che c’è (o c’era), e quel che sta (o stava), prima ancora di mettersi a significare o a rappresentare. Non è forse sulla pietra che gli uomini hanno cominciato a lasciare i primi segni, le prime tracce della loro presenza? Ma lì c’è una pietra (una basilica), e uomini che passano di lato. Come se i segni, sotto la pioggia che scende, non legassero più l’una agli altri, la storia agli uomini.
I significati: quelli se ne vanno, piccoli e anonimi, con i due signori, tra le parole – poche – che evidentemente si scambiano. E che noi non siamo interessati a sentire. Prendono un’altra strada: non salgono su, lungo le linee verticali della facciata, o verso il poco di luce che qualche squarcio di cielo aperto lascia cadere sulla lunetta del portale centrale.
E le «itali glorie»? E la statua di Dante, sul lato sinistro della piazza? Friedrich Nietzsche diceva che la storia si può fare in tre modi: monumentale, antiquaria, critica. Questa foto sfugge però a tutte e tre i modi. Non c’è il morso della critica, e, credo, nemmeno, reverenza antiquaria (anche se qualcosa rimane nelle pennellate di luce chiara). Quanto alla monumentalità, a stento si mantiene sotto l’acqua che bagna il sagrato e spezza e confonde le linee della chiesa. La storia, forse, segue ormai altri percorsi, si lega ad altri luoghi, conosce altre vicende.
(Se poi qualcuno vorrà dare un’occhiata alla data, e prendere a partire di lì le misure al tempo e al luogo, potrà forse pensare che la storia, perlomeno la storia nazionale, si fa altrove, perché il sindaco di Firenze se ne è andato a Roma e ha lasciato la piazza e la chiesa e i due viandanti che si allontanano. Ma non sarebbe meno disincantato lo sguardo che così porterebbe sulla foto e su queste nostre giornate: senza troppa fretta e, checché se ne dica, con soltanto un po’ di luce).

Dalle parti di Wall Street (di Giacomo Aschacher)

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New York, 2012

Il sole pungeva il collo e le spalle di Bahari mentre la salsedine, trasportata dal vento, stringeva i pori della pelle color ebano della schiena dell’uomo. La sua mano affusolata e ruvida avvolgeva quella minuta e morbida di sua figlia Naima. La piccola batteva vivace i piedi nell’acqua, schizzando sulle gambe del padre che le sorrideva pazientemente. Il gioco sarebbe durato finché fossero rimasti a mollo nel Grande Oceano, ma il sole era implacabile quel giorno, e assecondare i dispetti giocosi di quella vivace creatura, era un piccolo prezzo da pagare in cambio di un po’ di refrigerio.
D’un tratto la voce squillante della bimba lo fece sobbalzare: “Una pittura, una pittura!”. Un’onda, distante una decina di bracciate di un esperto nuotatore, trasportava a pelo d’acqua un rettangolo colorato. Naima avrebbe voluto tuffarsi e raggiungere il tesoro appena scoperto, ma il padre, conoscendo bene l’esuberante curiosità della figlia, strinse con più vigore la sua mano. La corrente sembrò invece desiderosa di soddisfare lo spasmodico interesse della giovane, trasportando, in pochi istanti, quel tesoro sottile dove le lunghe gambe dell’uomo arrivarono facilmente. La bambina si avventò sul suo papà strappandogli di mano il tesoro che già sentiva di appartenergli: “Baba che strano questo foglio, non è come gli altri che ogni tanto il Grande Oceano ci porta e che si stracciano non appena li tocchi, questo è resistente!”.
Bahari pensò alla capanna dei tesori ricolma di oggetti sconosciuti e misteriosi che la corrente di tanto in tanto regalava al suo popolo. Sarebbe stata un’ardua impresa convincere la figlia a portare lì anche la sua preziosa conquista ma quella era la legge e bisognava rispettarla.
“Guarda Baba, il sole l’ha scolorita ma c’è una bambina come me su questa pittura, con una bella veste rosa, ah come mi piacerebbe averne una uguale! Ma cosa fa questo uomo chiaro con questi strani oggetti sugli occhi e la testa, si gratta un orecchio?”.
Naima porse l’immagine al padre che finalmente poté guardare. Capì immediatamente che si trattava di una fotografia, ne avevano tante alla capanna dei tesori e lui si divertiva a studiarle e a immaginarsi storie su di esse e poi a raccontarle alla figlia. Girò la foto sul lato non stampato, guardando attentamente vide la traccia di una scrittura, quasi dissolta a causa dell’acqua e del sale del Grande Oceano, ma qualcosa riusciva comunque a intravedersi. Un brivido gli percorse la schiena: riusciva a capire cosa vi era scritto!
Quando era ancora bambino, un vecchio Uomo Chiaro, l’ultimo che avesse visto in carne e ossa, viveva assieme al suo popolo e li aiutava quando una malattia grave o sconosciuta aggrediva qualcuno di loro. Bahari adorava osservarlo prendersi cura della sua gente e anche il vecchio lo aveva preso in simpatia e gli aveva insegnato non solo alcuni segreti per curare molti malori ma anche a parlare e a leggere la sua lingua natia. “LA GRANDE MELA, 2012”, l’inchiostro nero e sbiadito di un pennarello indelebile aveva etichettato il retro della fotografia.
“Baba, cosa significano questi segni?”.
Naima sulla punta dei piedi guardava incuriosita quelle strane parole. Bahari cercò in una lontana memoria cosa significasse la parola “MELA”. Un ricordo fugace balenò nella sua mente, rispose alla figlia: “Una mela è un frutto rosso degli alberi, che si mangia, e qui c’è scritto che è una grande mela.”
Naima osservò attentamente la foto: “E quindi questo grande oggetto rosso dietro alla bambina è una mela? Ma è enorme! Quanta gente serve per poterla mangiare tutta?”.
L’uomo sorrise a quegli interrogativi e guardò nuovamente la foto. Effettivamente non poteva sapere se quell’oggetto rosso e quadrato fosse una mela, ma tanti nomi e tanti ricordi, oramai erano perduti per sempre sul fondo del Grande Oceano.
Quell’uomo che si grattava l’orecchio, la bambina vestita di rosa e la grande mela oramai non esistevano più. Le fredde acque del nord avevano inghiottito ogni cosa. Rigirò la foto, “2012”. Pensò nuovamente alle parole del vecchio uomo chiaro, quando gli disse che il mondo in cui era nato e da cui proveniva era finito nel 2017 (o forse era il 2016, non ricordava esattamente).
Viveva con il suo popolo quando c’era stato l’Ultimo Diluvio, prima che Bahari nascesse, e si era rifugiato con loro sull’alta vetta del Kilimanjaro, pochi istanti prima che il Grande Oceano sommergesse la terra che esisteva dall’alba dei tempi. Bahari mise da parte la fotografia e con l’altra mano strinse a se la figlia: “Si Naima, piccola mia, dietro la bambina vestita di rosa c’è una mela, una grande e succulenta mela rossa”.
La giovane, fantasticando su enormi frutti rossi e quadrati, grandi quanto la sua capanna, riprese a battere con i piedi l’acqua, ridendo gioiosa dopo aver nuovamente schizzato gocce del Grande Oceano sul padre, che la osservava con occhi sereni e amorevoli.

Cinemovel (di Ettore Scola)

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Senegal, 2010

È un ricordo personale che mi ha fatto apprezzare il Cinemovel: sono nato in un piccolo paese di montagna di seicento abitanti dove ogni anno un camion portava il cinema. La prima volta avevo solo quattro anni ed ero impaziente di arrivare in piazza con lo sgabello dove sedere per assistere allo spettacolo. Soffiava un vento forte e freddo, il telone issato nel centro del paese sbatteva come una vela. Il movimento si estendeva dallo schermo al film, ma non dava fastidio, era un elemento in più. Si proiettava “Fra’ Diavolo” con Laurel e Hardy nelle parti di Stanlio e Olio. Nessuno rideva, tale era la sacralità della cerimonia, tutti se ne stvano protesi, attenti, quasi preoccupati, ridere sarebbe sembrato un dileggio. Il primo spettacolo cinematografico al quale ho assistito è stato un film comico con spettatori seri, che poi è anche la cifra del mio cinema: satirico, umoristico, ma nel fondo serio.
Nel mondo ci sono molte realtà che assomigliano all’Italia di settanta anni fa, allora la chiusura culturale era quasi totale, la radio era di regime, era proibito manifestare liberamente le idee, proprio come accade oggi in alcuni paesi dove la comunicazione è proibita, scarsa o inesistente. Cinemovel è un’iniziativa, anche se piccola, che ha un senso culturale e un impatto notevole nei luoghi nei quali viene realizzata. In questa foto i visi dei bambini che nel buio guardano lo schermo lasciano trasparire lo stupore di vedere se stessi sul grande schermo al quale fa seguito l’interesse per il film proiettato.

(Ettore, mesi fa, mi ha autorizzato ad usare questo brano dell’intervista che ha raccolto Nicoletta Del Pesco per la mostra Eclettismi. Non lo avevo ancora pubblicato nella speranza che lui facesse un’introduzione a tutto questo lavoro… alla fine non c’è stato il tempo, ma in questi anni è stato meraviglioso poter passare un po’ di tempo con lui. CC)