Stranger than paradise (di Lucia Guarano)

My beautiful picture

Malibu, California (1994)

Ascolta il mare, amico mio. Puoi ascoltarlo senza troppa paura, tanto il mare non ti giudica, almeno lui.  Possiamo restare qui anche tutto il giorno a contare le onde, che quelle, almeno, sei sicuro che arrivano. 

Qui non c’è niente da vincere, quindi per una volta possiamo anche perdere senza fare troppi drammi; perderci, abbandonarci alla sconfitta e magari capire per davvero che non è poi così male. Qui non ci serve neanche una scusa credibile, tanto vale smettere di cercarla e iniziare a contare.

Il sottofondo è quello giusto, quello che ti fa sentire al sicuro anche se poi, alla fine, io e te non ci vogliamo proprio stare al sicuro. Non ci sappiamo stare, anche se hanno provato in tutti i modi a insegnarcelo. E hanno fatto anche un buon lavoro, ma niente. Ci piace di più quando arrivano le onde, quelle alte, che ti portano a fondo. Forse restare a galla non ci basta. Perchè ricominicare a respirare quando sei al limite non ha lo stesso gusto che respirare e basta. E’ un’altra cosa, ha tutto un altro sapore.

Ripartire, ricominciare, rifare daccapo e poi disfare tutto e far finta che non sia successo nulla. Ci piace scrivere sulla sabbia, a me e a te, che tanto è uguale. Tanto le onde ti raggiungono comunque, anche in capo al mondo.

Odiamo tanto le maree, ma non riusciamo a starci lontano. Ne siamo irrimediablimente attratti e ci facciamo sempre trovare lì, pronti, quando si innalzano di nuovo. Così, come se tutto il dolore sparisse di colpo, cancellato, quasi come se non lo avessimo mai provato. Ci piace guardarle in faccia e sorridere, come se niente fosse.

Siamo fatti come le onde, io e te. Dobbiamo infrangerci a riva, farci in mille pezzi, prima di fermarci. Quando è troppo tardi. Quando l’unica scelta che ti è rimasta è quella di non scegliere. E poi rimettiamo insieme i pezzi e torniamo indietro, ci riproviamo ancora. E sì, ogni volta è diverso, ma è l’epilogo che resta sempre lo stesso. Perchè andare semplicemente avanti è troppo facile, ammettere la sconfitta non è contemplato.

E allora, per quello che vale, ascolta il mare amico mio. Puoi ascoltarlo senza toppa paura, tanto il mare non ti giudica, almeno lui. 

La solitudine del coniglio (di Matteo Bordone)

DSC_0890

Parigi, 2012

Oh, Franci, eccomi. Vivo e vegeto, tornato a casa, in tutona. Mi sono svegliato da un’ora e non sto facendo niente. Tra un po’ è ora di cena. Sento Nick Drake col repeat. Anche se adesso mi sa che metto Marvin Gaye. Comunque ti riassumo la serata di ieri così ti rendi conto.
Cominciamo. La giornata di ieri comincia con la diarrea del cane, che forse non è un presagio al 100%, ma comunque qualcosa vorrà dire. Un tempo l’unico problema era quello dell’igiene del cane; adesso che siamo responsabili di tutto, resti lì con il sacchettino, la gente ti guarda, cosa vuoi fare?! Niente. Vai via. Comunque gli ho dato l’imodium dei cani, che si chiama non so come. Credo che non cagherà mai più.Leggo i giornali, faccio colazione lunga, passa Maurice del piano sopra a giocare a PES dopo pranzo, fumiamo una canna, parliamo di Charlie Hebdó e della figa. Maurice vince, ne fumiamo un’altra, se ne va, resto imbambolato. A metà pomeriggio mi faccio un tè. Ciondolo per casa senza affrontare la questione. Sento dischi negri. Scrivo a Mathieu per sapere a che ora comincia secondo lui. Mi dice sul tardi, che poi non si sa bene cosa voglia dire, a Milano potrebbe voler dire che non c’è praticamente nessuno prima delle 2; nello specifico significa che non si sa quando si cominci a ballare e a bere, ma Esther prima di quell’ora non si vede. Mi rimetto sul divano. Sento della musica a caso. Ripassa Maurice, facciamo un’altra partita a PES, fumiamo un’altra canna. Una sola, dico, perché devo uscire. Ne fumiamo un’altra. Sto chiaramente facendo finta di niente.

Leggo della roba noiosissima di lavoro con l’intento di riaddormentarmi. Metto la sveglia alle nove e mezza. Riesco a riaddormentarmi. Non sento la sveglia. Alle undici e mezza mi sveglio, penso che forse è tardi. Ma forse no, va bene così, solo che adesso devo uscire. Provo il costume. Sembro un cretino grave. Lo tolgo e lo metto in un sacchetto: se sono tutti vestiti, lo metto e sembro simpatico, ma se sono tutti vestiti normali con due occhialetti e una parrucca non lo metto per evitare l’effetto cretino grave di cui sopra. Mi preparo per andare. Mathieu mi scrive che stanno per partire. Indicazione vaga, potrebbe voler dire tra due ore, tre ore, mezz’ora, cinque minuti, ma dell’arrivo di Esther non si sa niente, non si può sapere. Come sempre la cosa più importante è la meno nota. Esco, pioviggina, prendo un taxi con il vestito in un sacchetto.

Arrivo nel posto che sono tutti già belli in piedi, e la musica è bella. Mi faccio un gin tonic carico in cucina, mi guardo intorno. Lei non c’è. Non so se vestirmi. C’è un Michael J. Fox revivalato, un Groot dei Guardiani della Galassia fatto con la corteccia attaccata addosso, Mathieu è vestito da Minion che non è male. Youssef, che è uno simpatico del dipartimento di informatica, arabo e grasso, si è vestito da Bradley Cooper in American Sniper, con un fuciletto nerf al posto della carabina da cecchino. Carabina? Non so come si dica. Fucile di precisione. Va be’. Spara pallette di plastica in giro. Fa ridere. Mi faccio un altro gin tonic. La musica è bella. C’è la tua omonima Françoise, la bretone, ti ricordi, con cui ho scopato due mesi fa. È vestita da non ho capito cosa ma è mezza nuda e il fatto non mi dispiace. Le chiedo da cosa è vestita. È qualcosa di francese che non conosco ma mi metto a ballare con lei, la quale è davvero molto nuda, e poi finisce che mi mette la lingua in bocca, o io a lei, non si capisce.

Bevo altri tre gin tonic, mentre limono un po’, ballo, urlo, non mi sono ancora cambiato perché fa già caldo così. Bevo troppo. Girano le canne. Girano dei palloncini da ridere, e via anche quelli. Ridiamo tutti. Gira un po’ di acquetta con l’MD. Non lo so. In bagno c’è della gente che fa dei colpi, ma insomma. Perdo un po’ il conto. Limono ancora con la bretone, e ci mettiamo un po’ le mani nelle mutande in un corridoio, ma poi io non ci sto dentro e torno di là. Mi ritrovo che non capisco un cazzo e sono in cucina. Bevo dell’altro, forse non sto bene.

A un certo punto mi sento male, faccio per andare in bagno, non arrivo, finisce che cazzo mi sbocco addosso. Finalmente arrivo in bagno, e lì faccio lo schifo. Stravomito, forse mi addormento o svengo anche qualche minuto lì sul tappetino. Bussano. Io sono mezzo nudo coi vestiti conciati. Per fortuna quasi tutto addosso a me. Non rispondo. Bussano. Dopo un po’ li sento spazientiti, e riconosco forse una voce. Sono a pezzi, apro e fine. È Esther. Le dico mi vai a prendere un sacchetto all’ingresso fatto così e così. Lei dice merde, sciant, pute, quelle cose lì dei parigini, e dopo un po’ torna col sacchetto. Me lo passa chiedendo se ce la faccio. Dico di sì ma non è vero. Chiudo la porta. Mi vesto molto a fatica. Da fuori sento che Esther è preoccupata e indispettita. Esco. Se la prende con me. Mi dà forse dello sfasciato, anche se non ti saprei ripetere le parole esatte. Non rispondo molto: scuse ma non dette bene. Vorrei lasciarmi cadere nelle sue braccia e addormentarmi. Ma non è il caso. Scivolo verso una stanza piena di cappotti lì di fronte, cado nelle loro braccia, mi metto un po’ tranquillo. Mi gira un po’ la testa, ma la stanchezza tira più forte della rotazione, e mi addormento.

Quando mi sveglio per davvero è giorno fatto. Eloise ha da fare. Mi ha fatto un caffè. Nella mia testa, nel mio corpo, è ancora il giorno prima. Non sono sveglio come uno che ha dormito davvero: sono sveglio come uno malato dopo un sonnellino. Bevo il caffè piano, se no vomito. Non faccio nemmeno la pipì. Muoio di sete. Esco. Faccio una passeggiata verso casa, vestito come sono, con la maglietta vomitata nel sacchetto. I pantaloni erano troppo conciati forse, qualcuno deve averli buttati.

È una bella giornata. Non è andata proprio come volevo, ma insomma. Il cane in compenso sta meglio.

Bau

Sogno americano (di Luigi Coldagelli)

usa tir da las vegas alla california altro lato (2)

Strada del Nevada, 1995

“Maledetto bastardo, sei contento ora? Avanti, fammi vedere la tua faccia da psicopatico frustrato!!! Suona, suona pure!!! Non mi fai paura!!!”.

Chi è quest’uomo con i baffi che accanto a me inveisce come un ossesso? Ma non ha caldo con questa impietosa calura? Perché il suo volto mi è così familiare? Cos’è quel sangue sul suo volto? Perché la sua macchina della polizia anni Settanta è ridotta ad un mezzo rottame nella soffocante polvere sul ciglio dell’asfalto bollente. Cos’è questo deserto? E perché questo immenso camion tir fermo qui davanti non smette di suonare il clacson e di sgassare, suonare e sgassare… Dio mio che tensione… e che caldo assurdo…. Ha ragione l’uomo con i baffi. Questo autista è un pazzo sadico, va fermato… Basta! Fermati! Cazzo… ma perché tutto mi sembra così sfocato… nella cabina di guida non c’è nessuno… Mi scusi signore ma chi è lei? Cosa sta succedendo? “Come chi sono!?!? Mi prendi per il culo? Sono Dennis, ci siamo conosciuti anni fa a New York, non ricordi? Eri un bambino, ti eri fermato con me perché ti piacevano il mio cavallo e il mio cappello da sceriffo. Mi avevi pure raccontato che il tuo sogno era di andare in Nevada…Hai visto, i sogni si realizzano!”
Io non ricordo di averci mai parlato con questo tipo. Però i suoi baffi mi sono familiari… Ecco, si apre anche uno squarcio nella mia memoria annebbiata… Lo vedo galoppare per le strade di New York… E poi certo Las Vegas è sempre stato un mito da provare…Ma questo che c’entra? E perché questo maledetto autotreno non smette di confondermi le idee con la sua lancinante sirena e il suo maledetto gas di scarico…Dennis, questa situazione è inquietante, ma che succede? “Questo bastardo mi è venuto addosso di proposito ti rendi conto? Non voleva farsi superare…. è come se mi avesse sfidato a duello…Voleva uccidermi, ne sono certo. E’ stata un’angoscia indescrivibile…”. Ma Dennis di chi parli? Io non vedo nessuno… “Ma tu la storia la conosci benissimo… E’ una storia nella quale mi chiamo David. Non sono uno sceriffo che va a cavallo a New York ma uno qualsiasi che sta facendo un viaggio in macchina e improvvisamente si trova davanti un grosso autotreno che non vuole farsi superare… L’incubo inizia così, prova a ricordare…non ero forse io il tuo attore preferito da bambino?”.
Dennis è vero, ora comincio a ricordare… io non posso vedere l’autista del camion per il semplice fatto che questo autista non c’è e non può essere visto. Vedo solo questo enorme tir fermo sotto un sole infernale che tutto sfoca e tutto fa avvampare. E’ tutto denso. Sembra un sogno. Un sogno americano… Maledetto Tir, che tu ti possa schiantare alla prima curva…

Accertamenti (di Andrea Benedino)

IMG_5582

Milano, 2014 (iPhone)

E’ una questione di ordine pubblico. Stare fermo in un parco, immobile come una statua, vestito di bianco, come il colore della purezza e della saggezza. Fermo in attesa dei passanti, con lo sguardo fisso in avanti, esposto agli sguardi della gente, sguardi di curiosità, di sfida o di indifferenza, senza poter ricambiare. Fermo in attesa di una monetina o anche solo di un sorriso, concentrato nella mia fermezza, sguardo fiero. Restare fermi, e intanto pensare alla mia vita, a come ci sono finito qua in questo parco, con la faccia dipinta di bianco, con il mio bianco costume, a fingere indifferenza.

“Documenti, prego!” chiesero le due guardie. Una smorfia compare sul mio volto, una smorfia di stupore. “Ma lei ce l’ha il permesso di stare qui?”. Il permesso, già. Eppure mica disturbavo nessuno, mica turbavo l’ordine pubblico. Ero semplicemente fermo in un angolo del parco, fermo immobile ed in silenzio, ad osservare la gente attorno a me, come una statua.

Nelle lunghe giornate che ho passato qua, quante ne ho viste! Dal piccolo spacciatore che con metodicità organizza ogni giorno i suoi piccoli traffici per rifornire i suoi giovani clienti: chi lo cercava, sempre al solito posto lo trovava, vicino alla solita siepe, dentro cui nascondeva le dosi di veleno che vendeva al prossimo. Ma è un ragazzo come tanti, non dà nell’occhio e non disturba e quindi non c’è motivo per cui le forze dell’ordine debbano disturbarlo. Oppure la maleducazione dei giovani bulli che se la prendono di volta in volta con una vittima diversa: dalla ragazza da importunare, al ragazzo handicappato o effeminato, o anche solo con il compagno più debole da deridere e derubare. Ma sono solo ragazzi, cosa vuoi che sia, mica possiamo fermare chiunque per qualunque ragazzata! E da che mondo è mondo esistono ragazzi più “esuberanti”, prima o poi troveranno la loro strada da soli.. Oppure quel signore che un giorno ha aggredito la moglie in mezzo alla strada, con una violenza verbale incredibile, strattonandola. E tutti presi dalla loro indifferenza, e nessuno che è intervenuto.

Invece io, nella mia fiera fermezza, nel mio rivoluzionario candore, nella mia tunica immacolata forse dò troppo nell’occhio. Sarà per questo che le guardie se la prendono con me, e mi affrontano in due, ignorando tutto il resto, come se il problema fossi io, unica nota ordinata in un mondo disordinato. “Ma lei ce l’ha il permesso?”. Già, il permesso.. Perché è una questione di ordine pubblico che non può essere tollerata.