Sotto la pioggia a Santa Croce (di Massimo Adinolfi)

Massimo Adinolfi - Sotto la pioggia a Santa Croce, Firenze 2013

Firenze, 2013 (iPhone)

Ché le cose, per esistere, non hanno bisogno dei nostri sguardi. E quanto meno ne hanno bisogno, tanto più si avvicinano alle cose della natura (anche se Walter Benjamin sospettava che, a loro volta, le cose mute della natura premono per essere viste, o dette).
Non era Paul Cézanne, uno dei padri dell’arte contemporanea. che diceva che quel che voleva fare con i suoi dipinti non erano immagini, non erano quadri, ma pezzi di natura?
C’è certamente uno sguardo, dietro uno scatto fotografico. Una scelta, una prospettiva, una visione. Ma il risultato, grazie alla macchina, è piuttosto un indice che un’icona. Un indice, spiegava Charles S. Peirce, è un segno che ha un rapporto diretto e causale con la cosa di cui è indice, mentre l’icona si riferisce all’oggetto, di cui è immagine, in virtù di una qualche somiglianza.
Ma Santa Croce, in questa foto, non somiglia a niente. O meglio: non c’è bisogno che somigli alla chiesa di cui tutti ricordiamo qualcosa: che c’è sepolto Galilei, o Michelangelo, oppure che Foscolo l’ha cantata in certi versi che, tutti, abbiamo imparato a scuola. Santa Croce sta lì, sotto la pioggia sottile, e un uomo e una donna attraversano la piazza. L’attraversano però in diagonale, e le passano accanto. Intabarrati sotto la pioggia, si capisce che pensano ad altro, che prendono un’altra strada, che non vanno verso il portale. Non c’è quasi nessuno, lì. Così, grazie a questo scarto, a questa deviazione, noi possiamo guardare la chiesa, deponendo lo sguardo che sempre abbiamo creduto di dovergli prestare, in quanto è un monumento nazionale.
Prima di esserlo, prima di accogliere le urne dei forti, Santa Croce è un pezzo di pietra bianca, se non proprio un pezzo di natura. Che ha il pregio di stare, prima ancora di significare. Come forse è vero per la fotografia in generale: che dice quel che c’è (o c’era), e quel che sta (o stava), prima ancora di mettersi a significare o a rappresentare. Non è forse sulla pietra che gli uomini hanno cominciato a lasciare i primi segni, le prime tracce della loro presenza? Ma lì c’è una pietra (una basilica), e uomini che passano di lato. Come se i segni, sotto la pioggia che scende, non legassero più l’una agli altri, la storia agli uomini.
I significati: quelli se ne vanno, piccoli e anonimi, con i due signori, tra le parole – poche – che evidentemente si scambiano. E che noi non siamo interessati a sentire. Prendono un’altra strada: non salgono su, lungo le linee verticali della facciata, o verso il poco di luce che qualche squarcio di cielo aperto lascia cadere sulla lunetta del portale centrale.
E le «itali glorie»? E la statua di Dante, sul lato sinistro della piazza? Friedrich Nietzsche diceva che la storia si può fare in tre modi: monumentale, antiquaria, critica. Questa foto sfugge però a tutte e tre i modi. Non c’è il morso della critica, e, credo, nemmeno, reverenza antiquaria (anche se qualcosa rimane nelle pennellate di luce chiara). Quanto alla monumentalità, a stento si mantiene sotto l’acqua che bagna il sagrato e spezza e confonde le linee della chiesa. La storia, forse, segue ormai altri percorsi, si lega ad altri luoghi, conosce altre vicende.
(Se poi qualcuno vorrà dare un’occhiata alla data, e prendere a partire di lì le misure al tempo e al luogo, potrà forse pensare che la storia, perlomeno la storia nazionale, si fa altrove, perché il sindaco di Firenze se ne è andato a Roma e ha lasciato la piazza e la chiesa e i due viandanti che si allontanano. Ma non sarebbe meno disincantato lo sguardo che così porterebbe sulla foto e su queste nostre giornate: senza troppa fretta e, checché se ne dica, con soltanto un po’ di luce).
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