Dalle parti di Wall Street (di Giacomo Aschacher)

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New York, 2012

Il sole pungeva il collo e le spalle di Bahari mentre la salsedine, trasportata dal vento, stringeva i pori della pelle color ebano della schiena dell’uomo. La sua mano affusolata e ruvida avvolgeva quella minuta e morbida di sua figlia Naima. La piccola batteva vivace i piedi nell’acqua, schizzando sulle gambe del padre che le sorrideva pazientemente. Il gioco sarebbe durato finché fossero rimasti a mollo nel Grande Oceano, ma il sole era implacabile quel giorno, e assecondare i dispetti giocosi di quella vivace creatura, era un piccolo prezzo da pagare in cambio di un po’ di refrigerio.
D’un tratto la voce squillante della bimba lo fece sobbalzare: “Una pittura, una pittura!”. Un’onda, distante una decina di bracciate di un esperto nuotatore, trasportava a pelo d’acqua un rettangolo colorato. Naima avrebbe voluto tuffarsi e raggiungere il tesoro appena scoperto, ma il padre, conoscendo bene l’esuberante curiosità della figlia, strinse con più vigore la sua mano. La corrente sembrò invece desiderosa di soddisfare lo spasmodico interesse della giovane, trasportando, in pochi istanti, quel tesoro sottile dove le lunghe gambe dell’uomo arrivarono facilmente. La bambina si avventò sul suo papà strappandogli di mano il tesoro che già sentiva di appartenergli: “Baba che strano questo foglio, non è come gli altri che ogni tanto il Grande Oceano ci porta e che si stracciano non appena li tocchi, questo è resistente!”.
Bahari pensò alla capanna dei tesori ricolma di oggetti sconosciuti e misteriosi che la corrente di tanto in tanto regalava al suo popolo. Sarebbe stata un’ardua impresa convincere la figlia a portare lì anche la sua preziosa conquista ma quella era la legge e bisognava rispettarla.
“Guarda Baba, il sole l’ha scolorita ma c’è una bambina come me su questa pittura, con una bella veste rosa, ah come mi piacerebbe averne una uguale! Ma cosa fa questo uomo chiaro con questi strani oggetti sugli occhi e la testa, si gratta un orecchio?”.
Naima porse l’immagine al padre che finalmente poté guardare. Capì immediatamente che si trattava di una fotografia, ne avevano tante alla capanna dei tesori e lui si divertiva a studiarle e a immaginarsi storie su di esse e poi a raccontarle alla figlia. Girò la foto sul lato non stampato, guardando attentamente vide la traccia di una scrittura, quasi dissolta a causa dell’acqua e del sale del Grande Oceano, ma qualcosa riusciva comunque a intravedersi. Un brivido gli percorse la schiena: riusciva a capire cosa vi era scritto!
Quando era ancora bambino, un vecchio Uomo Chiaro, l’ultimo che avesse visto in carne e ossa, viveva assieme al suo popolo e li aiutava quando una malattia grave o sconosciuta aggrediva qualcuno di loro. Bahari adorava osservarlo prendersi cura della sua gente e anche il vecchio lo aveva preso in simpatia e gli aveva insegnato non solo alcuni segreti per curare molti malori ma anche a parlare e a leggere la sua lingua natia. “LA GRANDE MELA, 2012”, l’inchiostro nero e sbiadito di un pennarello indelebile aveva etichettato il retro della fotografia.
“Baba, cosa significano questi segni?”.
Naima sulla punta dei piedi guardava incuriosita quelle strane parole. Bahari cercò in una lontana memoria cosa significasse la parola “MELA”. Un ricordo fugace balenò nella sua mente, rispose alla figlia: “Una mela è un frutto rosso degli alberi, che si mangia, e qui c’è scritto che è una grande mela.”
Naima osservò attentamente la foto: “E quindi questo grande oggetto rosso dietro alla bambina è una mela? Ma è enorme! Quanta gente serve per poterla mangiare tutta?”.
L’uomo sorrise a quegli interrogativi e guardò nuovamente la foto. Effettivamente non poteva sapere se quell’oggetto rosso e quadrato fosse una mela, ma tanti nomi e tanti ricordi, oramai erano perduti per sempre sul fondo del Grande Oceano.
Quell’uomo che si grattava l’orecchio, la bambina vestita di rosa e la grande mela oramai non esistevano più. Le fredde acque del nord avevano inghiottito ogni cosa. Rigirò la foto, “2012”. Pensò nuovamente alle parole del vecchio uomo chiaro, quando gli disse che il mondo in cui era nato e da cui proveniva era finito nel 2017 (o forse era il 2016, non ricordava esattamente).
Viveva con il suo popolo quando c’era stato l’Ultimo Diluvio, prima che Bahari nascesse, e si era rifugiato con loro sull’alta vetta del Kilimanjaro, pochi istanti prima che il Grande Oceano sommergesse la terra che esisteva dall’alba dei tempi. Bahari mise da parte la fotografia e con l’altra mano strinse a se la figlia: “Si Naima, piccola mia, dietro la bambina vestita di rosa c’è una mela, una grande e succulenta mela rossa”.
La giovane, fantasticando su enormi frutti rossi e quadrati, grandi quanto la sua capanna, riprese a battere con i piedi l’acqua, ridendo gioiosa dopo aver nuovamente schizzato gocce del Grande Oceano sul padre, che la osservava con occhi sereni e amorevoli.
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