Al pub (di Francesca Buttara)

Francesca Buttara - Al Pub, Londra, 2014 (iPhone)

Londra, 2014

“Che prendi?” Domandava a gran voce il giovane al bancone.
“Una birra, media, chiara” rispondeva lei sussurrando.
Lui aria scanzonata, vestito di nero, scandiva i suoi movimenti al ritmo di musica. Lei aria seria, vestita di seta blu, si dava il tempo muovendo in maniera nervosa il piede destro. Gambe affusolate e tacco altrettanto sottile. Ogni volta che le ponevano questa domanda, lei dava la medesima risposta: in ogni luogo, una lingua diversa, la stessa birra, rigorosamente media, rigorosamente chiara. Pur essendo amante del vino rosso, quando si trattava di pensare, filosofeggiare o alleggerire la giornata scrollandosi di dosso le tensioni sceglieva sempre la birra e, al termine, ci fumava sopra una sigaretta. Le confessioni più limpide e più profonde avvenivano davanti a quel bicchiere dai riflessi gialli, colmo di una fitta schiuma bianca e morbida. Si bagnava le labbra, scansava la schiuma con la punta della lingua, si inumidiva il naso e poi mordicchiava il lato sinistro del labbro inferiore.
Era come un rito.
Poi iniziava a canticchiare, tenendo ben stretto tra le mani il suo colmo calice di birra. Era buffa: pur essendo giovane conosceva a memoria le canzoni del passato e spesso i suoi amici le davano dell’antica per questo. L’apice lo raggiungeva quando intonava Modugno e con lui iniziava a fare le sue connessioni logiche di vita. Logiche per lei naturalmente. In quei momenti mi piaceva sederle accanto, ascoltarla e provare a cogliere l’essenza delle sue parole che si alternavano a dei sospiri. Sospiri pieni.
Era una donna di polso, forte nel carattere e nell’aspetto. Viveva da anni nella metropoli londinese ma era nata in un modesto paese nel sud Italia. La sua finestra, raccontava davanti ad una delle sue bevute, affacciava sul mare, da un lato, e su una distesa di filari dall’altro. Gli abitanti di quella striscia di terra le avevano insegnato una cosa su tutte: disfarsi delle sovrastrutture. E lei ne aveva tante. Quel luogo così forte e silenzioso le aveva insegnato ad arrotondare i suoi spigoli, a godere delle sensazione, ad assaporarle proprio come la schiuma della sua birra.
Nell’incessante correre della sua vita ogni tanto amava fermarsi, riprendere le forze, sorseggiare quel bicchiere chiaro che la riportava alle origini. Al mare d’inverno, ai colori della vite, ad una serata di agosto a piedi nudi. Quella bevanda era nutrimento per lo spirito, il suo dire basta al caos quotidiano che tutto inghiotte, era l’attimo in cui smontare un pezzo delle sovrastrutture.
Una sera la trovai lì seduta al bancone con un libro tra le mani, il suo preferito. Me ne lesse un passo: “Andate e lasciate che le storie, ovvero la vita, vi accadano e lavorate queste storie della vostra vita, riversateci sopra il vostro sangue e le vostre lacrime e il vostro riso finché non fioriranno, finché non fiorirete”. Soffocata da paure, insicurezze e stereotipi. Lei donna di seta blu. Donna selvaggia.
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