Il carro degli sconfitti (di Giancarlo Loquenzi)

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Transilvania, 1989

Vanno a un festa? Tornano a casa? Scappano? Emigrano? La foto coglie il gruppo di persone con carretto in un momento senza pathos eppure produttivo di ogni possibile storia, lieta o drammatica, personale o di popolo, quotidiana o secolare. I volti dei passeggeri hanno una strana ed elusiva gradazione d’umore che va dalla serietà più stretta alla risata piena. Neppure l’andatura si intuisce. Siamo liberi di immaginare un passo svelto di trotto o una pigra passeggiata al passo, può esserci fretta, spinta di tempo breve, o abitudine e tempo di strada che si ripete.

C’è dubbio anche sui legami dei passeggeri: un’intera famiglia in viaggio, padre, madre, varie età di fratelli, forse un nonno, una nipotina. O c’è invece un estraneo, un vetturino annoiato, o magari sono tutti estranei, casuali clienti di una corsa fortuita verso qualcosa.
C’è un fiato della storia che spinge questo viaggio?
La Transilvania del 1989 è terra di una rivoluzione ancora non del tutto scritta, dove tutto sembra cambiare senza cambiare affatto. Sembra valere lo stesso per questo gruppo di transilvani, da sempre pendolari di guerre, cambi di regime, cadute d’imperi, rivoluzioni: sballottati dalla storia tra Ungheria, Romania, Germania, avanti e indietro tra confini mobili e minacciosi. C’è forse un momento di questo pendolarismo etnico nell’accomodarsi sul carro, senza stupore, legati alla pazienza e alla forza del cavallo, lui fuori fuoco come solo movimento.
C’è anche forse la storia di un vuoto, di una vita senza posto, di un buco nel tessuto dei popoli, un po’ come il buco in mezzo alla bandiera rumena dei giorni infiammati di quel 1989. Un po’ come il buco nella storia del paese dove a venir meno è stato a lungo solo un cerchio di stoffa, e quel buco che guardandoci attraverso vedevi tutte le altre cose al posto di prima.
Sono quelli che vincono o quelli che perdono quelli su carro, quelli che arrivano o quelli partono. O il “punctus” della foto non è altro che lo spostarsi, il movimento, l’essere fuscelli al vento, che è di ogni popolo e ogni latitudine: fosse il vento quello di un giorno di festa o di un secolo di tragedie.
Un viaggio così non può essere lungo, c’è un cavallo stanco, una bimba, poco posto sul carro, niente bagagli o masserizie e neppure un piccolo riparo dal cielo, eppure può essere un viaggio infinito, quotidiano: traiettoria di passaggio tra le età e le epoche. E’ facile immaginare la donna essere stata bambina sullo stesso carro, e il carrettiere aver imparato le redini dalle mani del padre. Facile immaginare quel carro claudicante prima della conquista degli pneumatici ma ancora molto lontano da quella del motore.
Vorrei vedere la loro meta, accertarmi che siano arrivati sani e salvi ovunque vadano e che ricordino quel tragitto così casualmente immortalato, senza rimpianto. Vorrei una foto che li cogliesse di spalle, con la strada dritta davanti, senza buche o tranelli, e un filo di fumo in lontananza.

Nuvole e speranza (di Alessandra Gatti @sognasempre)

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Parigi, 2012

È una di quelle piacevoli e profumate giornate di primavera e lei stimolata  dal sole ha deciso di uscire di casa e di andare al parco per sdraiarsi e riscaldare la pelle. Completamente sola e vista dall’alto, a tutta l’impressione di essere un delicato puntino in bikini immerso nel verde. Un verde acceso, cangiante, forte come lo è la sua speranza. Quella forza motrice che lei custodisce gelosamente nel cuore e la incoraggia ogni giorno ad andare avanti, a non temere, a farsi forza e a non mollare.

Oggi, mamma anatra, nel laghetto, ha deciso di insegnare ai suoi piccoli come tenersi a galla e lei, per un attimo, attratta dalla scena, riesce a distogliere l’attenzione dal suo cellulare.

Le nuvole che si rispecchiano nell’acqua le stimolano pensieri in libertà. Chissà come sarebbe essere nelle vesti di una madre… chissà quali valori sceglierebbe di insegnare ai propri figli e quali parole utilizzerebbe per la loro educazione. Ad un tratto, qualcosa di profondo le si muove dentro… un sobbalzo… chi è che vuole comunicare con lei? chi ha bisogno di fargli capire che nella vita non serve domandarsi tanto come amare ma che l’importate è solo amare? Il cuore… bisogna ascoltarlo e non avere timore di mostrarlo agli altri. Un sorriso sincero le illumina il volto; è davvero felice, ora si sente profondamente bella. Coscienziosa del fatto che la sua forte fede riuscirà a condurla sempre verso la verità della vita, alza gli occhi al cielo e beatamente ringrazia il suo Signore.

Sotto la pioggia a Santa Croce (di Massimo Adinolfi)

Massimo Adinolfi - Sotto la pioggia a Santa Croce, Firenze 2013

Firenze, 2013 (iPhone)

Ché le cose, per esistere, non hanno bisogno dei nostri sguardi. E quanto meno ne hanno bisogno, tanto più si avvicinano alle cose della natura (anche se Walter Benjamin sospettava che, a loro volta, le cose mute della natura premono per essere viste, o dette).
Non era Paul Cézanne, uno dei padri dell’arte contemporanea. che diceva che quel che voleva fare con i suoi dipinti non erano immagini, non erano quadri, ma pezzi di natura?
C’è certamente uno sguardo, dietro uno scatto fotografico. Una scelta, una prospettiva, una visione. Ma il risultato, grazie alla macchina, è piuttosto un indice che un’icona. Un indice, spiegava Charles S. Peirce, è un segno che ha un rapporto diretto e causale con la cosa di cui è indice, mentre l’icona si riferisce all’oggetto, di cui è immagine, in virtù di una qualche somiglianza.
Ma Santa Croce, in questa foto, non somiglia a niente. O meglio: non c’è bisogno che somigli alla chiesa di cui tutti ricordiamo qualcosa: che c’è sepolto Galilei, o Michelangelo, oppure che Foscolo l’ha cantata in certi versi che, tutti, abbiamo imparato a scuola. Santa Croce sta lì, sotto la pioggia sottile, e un uomo e una donna attraversano la piazza. L’attraversano però in diagonale, e le passano accanto. Intabarrati sotto la pioggia, si capisce che pensano ad altro, che prendono un’altra strada, che non vanno verso il portale. Non c’è quasi nessuno, lì. Così, grazie a questo scarto, a questa deviazione, noi possiamo guardare la chiesa, deponendo lo sguardo che sempre abbiamo creduto di dovergli prestare, in quanto è un monumento nazionale.
Prima di esserlo, prima di accogliere le urne dei forti, Santa Croce è un pezzo di pietra bianca, se non proprio un pezzo di natura. Che ha il pregio di stare, prima ancora di significare. Come forse è vero per la fotografia in generale: che dice quel che c’è (o c’era), e quel che sta (o stava), prima ancora di mettersi a significare o a rappresentare. Non è forse sulla pietra che gli uomini hanno cominciato a lasciare i primi segni, le prime tracce della loro presenza? Ma lì c’è una pietra (una basilica), e uomini che passano di lato. Come se i segni, sotto la pioggia che scende, non legassero più l’una agli altri, la storia agli uomini.
I significati: quelli se ne vanno, piccoli e anonimi, con i due signori, tra le parole – poche – che evidentemente si scambiano. E che noi non siamo interessati a sentire. Prendono un’altra strada: non salgono su, lungo le linee verticali della facciata, o verso il poco di luce che qualche squarcio di cielo aperto lascia cadere sulla lunetta del portale centrale.
E le «itali glorie»? E la statua di Dante, sul lato sinistro della piazza? Friedrich Nietzsche diceva che la storia si può fare in tre modi: monumentale, antiquaria, critica. Questa foto sfugge però a tutte e tre i modi. Non c’è il morso della critica, e, credo, nemmeno, reverenza antiquaria (anche se qualcosa rimane nelle pennellate di luce chiara). Quanto alla monumentalità, a stento si mantiene sotto l’acqua che bagna il sagrato e spezza e confonde le linee della chiesa. La storia, forse, segue ormai altri percorsi, si lega ad altri luoghi, conosce altre vicende.
(Se poi qualcuno vorrà dare un’occhiata alla data, e prendere a partire di lì le misure al tempo e al luogo, potrà forse pensare che la storia, perlomeno la storia nazionale, si fa altrove, perché il sindaco di Firenze se ne è andato a Roma e ha lasciato la piazza e la chiesa e i due viandanti che si allontanano. Ma non sarebbe meno disincantato lo sguardo che così porterebbe sulla foto e su queste nostre giornate: senza troppa fretta e, checché se ne dica, con soltanto un po’ di luce).

Dalle parti di Wall Street (di Giacomo Aschacher)

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New York, 2012

Il sole pungeva il collo e le spalle di Bahari mentre la salsedine, trasportata dal vento, stringeva i pori della pelle color ebano della schiena dell’uomo. La sua mano affusolata e ruvida avvolgeva quella minuta e morbida di sua figlia Naima. La piccola batteva vivace i piedi nell’acqua, schizzando sulle gambe del padre che le sorrideva pazientemente. Il gioco sarebbe durato finché fossero rimasti a mollo nel Grande Oceano, ma il sole era implacabile quel giorno, e assecondare i dispetti giocosi di quella vivace creatura, era un piccolo prezzo da pagare in cambio di un po’ di refrigerio.
D’un tratto la voce squillante della bimba lo fece sobbalzare: “Una pittura, una pittura!”. Un’onda, distante una decina di bracciate di un esperto nuotatore, trasportava a pelo d’acqua un rettangolo colorato. Naima avrebbe voluto tuffarsi e raggiungere il tesoro appena scoperto, ma il padre, conoscendo bene l’esuberante curiosità della figlia, strinse con più vigore la sua mano. La corrente sembrò invece desiderosa di soddisfare lo spasmodico interesse della giovane, trasportando, in pochi istanti, quel tesoro sottile dove le lunghe gambe dell’uomo arrivarono facilmente. La bambina si avventò sul suo papà strappandogli di mano il tesoro che già sentiva di appartenergli: “Baba che strano questo foglio, non è come gli altri che ogni tanto il Grande Oceano ci porta e che si stracciano non appena li tocchi, questo è resistente!”.
Bahari pensò alla capanna dei tesori ricolma di oggetti sconosciuti e misteriosi che la corrente di tanto in tanto regalava al suo popolo. Sarebbe stata un’ardua impresa convincere la figlia a portare lì anche la sua preziosa conquista ma quella era la legge e bisognava rispettarla.
“Guarda Baba, il sole l’ha scolorita ma c’è una bambina come me su questa pittura, con una bella veste rosa, ah come mi piacerebbe averne una uguale! Ma cosa fa questo uomo chiaro con questi strani oggetti sugli occhi e la testa, si gratta un orecchio?”.
Naima porse l’immagine al padre che finalmente poté guardare. Capì immediatamente che si trattava di una fotografia, ne avevano tante alla capanna dei tesori e lui si divertiva a studiarle e a immaginarsi storie su di esse e poi a raccontarle alla figlia. Girò la foto sul lato non stampato, guardando attentamente vide la traccia di una scrittura, quasi dissolta a causa dell’acqua e del sale del Grande Oceano, ma qualcosa riusciva comunque a intravedersi. Un brivido gli percorse la schiena: riusciva a capire cosa vi era scritto!
Quando era ancora bambino, un vecchio Uomo Chiaro, l’ultimo che avesse visto in carne e ossa, viveva assieme al suo popolo e li aiutava quando una malattia grave o sconosciuta aggrediva qualcuno di loro. Bahari adorava osservarlo prendersi cura della sua gente e anche il vecchio lo aveva preso in simpatia e gli aveva insegnato non solo alcuni segreti per curare molti malori ma anche a parlare e a leggere la sua lingua natia. “LA GRANDE MELA, 2012”, l’inchiostro nero e sbiadito di un pennarello indelebile aveva etichettato il retro della fotografia.
“Baba, cosa significano questi segni?”.
Naima sulla punta dei piedi guardava incuriosita quelle strane parole. Bahari cercò in una lontana memoria cosa significasse la parola “MELA”. Un ricordo fugace balenò nella sua mente, rispose alla figlia: “Una mela è un frutto rosso degli alberi, che si mangia, e qui c’è scritto che è una grande mela.”
Naima osservò attentamente la foto: “E quindi questo grande oggetto rosso dietro alla bambina è una mela? Ma è enorme! Quanta gente serve per poterla mangiare tutta?”.
L’uomo sorrise a quegli interrogativi e guardò nuovamente la foto. Effettivamente non poteva sapere se quell’oggetto rosso e quadrato fosse una mela, ma tanti nomi e tanti ricordi, oramai erano perduti per sempre sul fondo del Grande Oceano.
Quell’uomo che si grattava l’orecchio, la bambina vestita di rosa e la grande mela oramai non esistevano più. Le fredde acque del nord avevano inghiottito ogni cosa. Rigirò la foto, “2012”. Pensò nuovamente alle parole del vecchio uomo chiaro, quando gli disse che il mondo in cui era nato e da cui proveniva era finito nel 2017 (o forse era il 2016, non ricordava esattamente).
Viveva con il suo popolo quando c’era stato l’Ultimo Diluvio, prima che Bahari nascesse, e si era rifugiato con loro sull’alta vetta del Kilimanjaro, pochi istanti prima che il Grande Oceano sommergesse la terra che esisteva dall’alba dei tempi. Bahari mise da parte la fotografia e con l’altra mano strinse a se la figlia: “Si Naima, piccola mia, dietro la bambina vestita di rosa c’è una mela, una grande e succulenta mela rossa”.
La giovane, fantasticando su enormi frutti rossi e quadrati, grandi quanto la sua capanna, riprese a battere con i piedi l’acqua, ridendo gioiosa dopo aver nuovamente schizzato gocce del Grande Oceano sul padre, che la osservava con occhi sereni e amorevoli.

Cinemovel (di Ettore Scola)

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Senegal, 2010

È un ricordo personale che mi ha fatto apprezzare il Cinemovel: sono nato in un piccolo paese di montagna di seicento abitanti dove ogni anno un camion portava il cinema. La prima volta avevo solo quattro anni ed ero impaziente di arrivare in piazza con lo sgabello dove sedere per assistere allo spettacolo. Soffiava un vento forte e freddo, il telone issato nel centro del paese sbatteva come una vela. Il movimento si estendeva dallo schermo al film, ma non dava fastidio, era un elemento in più. Si proiettava “Fra’ Diavolo” con Laurel e Hardy nelle parti di Stanlio e Olio. Nessuno rideva, tale era la sacralità della cerimonia, tutti se ne stvano protesi, attenti, quasi preoccupati, ridere sarebbe sembrato un dileggio. Il primo spettacolo cinematografico al quale ho assistito è stato un film comico con spettatori seri, che poi è anche la cifra del mio cinema: satirico, umoristico, ma nel fondo serio.
Nel mondo ci sono molte realtà che assomigliano all’Italia di settanta anni fa, allora la chiusura culturale era quasi totale, la radio era di regime, era proibito manifestare liberamente le idee, proprio come accade oggi in alcuni paesi dove la comunicazione è proibita, scarsa o inesistente. Cinemovel è un’iniziativa, anche se piccola, che ha un senso culturale e un impatto notevole nei luoghi nei quali viene realizzata. In questa foto i visi dei bambini che nel buio guardano lo schermo lasciano trasparire lo stupore di vedere se stessi sul grande schermo al quale fa seguito l’interesse per il film proiettato.

(Ettore, mesi fa, mi ha autorizzato ad usare questo brano dell’intervista che ha raccolto Nicoletta Del Pesco per la mostra Eclettismi. Non lo avevo ancora pubblicato nella speranza che lui facesse un’introduzione a tutto questo lavoro… alla fine non c’è stato il tempo, ma in questi anni è stato meraviglioso poter passare un po’ di tempo con lui. CC)

Sonno al mercato (di Franca Chiaromonte)

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Guilin, Cina, 1991

Stanca, sconosciuta, bellissima, elegante, abito chic: una camicia bianca con il pantalone (magari una gonna) di colore nero, i capelli neri. E’ mattina, lei si alza alle 3 di notte, ha molti pesi addosso, quanto all’età mah! indefinita giacché i cinesi non hanno età e noi italiani non lo capiamo. Il mercato poi è luogo che appartiene a tanti: i cinesi si pensano, si immaginano in tanti.  Sono piccole, belle persone. Indifferenti a quella rivoluzione che ha avuto un prima e un dopo. Ma non ha importanza dal momento che la ragazza adesso fa il mestiere del cameriere.

Al pub (di Francesca Buttara)

Francesca Buttara - Al Pub, Londra, 2014 (iPhone)

Londra, 2014

“Che prendi?” Domandava a gran voce il giovane al bancone.
“Una birra, media, chiara” rispondeva lei sussurrando.
Lui aria scanzonata, vestito di nero, scandiva i suoi movimenti al ritmo di musica. Lei aria seria, vestita di seta blu, si dava il tempo muovendo in maniera nervosa il piede destro. Gambe affusolate e tacco altrettanto sottile. Ogni volta che le ponevano questa domanda, lei dava la medesima risposta: in ogni luogo, una lingua diversa, la stessa birra, rigorosamente media, rigorosamente chiara. Pur essendo amante del vino rosso, quando si trattava di pensare, filosofeggiare o alleggerire la giornata scrollandosi di dosso le tensioni sceglieva sempre la birra e, al termine, ci fumava sopra una sigaretta. Le confessioni più limpide e più profonde avvenivano davanti a quel bicchiere dai riflessi gialli, colmo di una fitta schiuma bianca e morbida. Si bagnava le labbra, scansava la schiuma con la punta della lingua, si inumidiva il naso e poi mordicchiava il lato sinistro del labbro inferiore.
Era come un rito.
Poi iniziava a canticchiare, tenendo ben stretto tra le mani il suo colmo calice di birra. Era buffa: pur essendo giovane conosceva a memoria le canzoni del passato e spesso i suoi amici le davano dell’antica per questo. L’apice lo raggiungeva quando intonava Modugno e con lui iniziava a fare le sue connessioni logiche di vita. Logiche per lei naturalmente. In quei momenti mi piaceva sederle accanto, ascoltarla e provare a cogliere l’essenza delle sue parole che si alternavano a dei sospiri. Sospiri pieni.
Era una donna di polso, forte nel carattere e nell’aspetto. Viveva da anni nella metropoli londinese ma era nata in un modesto paese nel sud Italia. La sua finestra, raccontava davanti ad una delle sue bevute, affacciava sul mare, da un lato, e su una distesa di filari dall’altro. Gli abitanti di quella striscia di terra le avevano insegnato una cosa su tutte: disfarsi delle sovrastrutture. E lei ne aveva tante. Quel luogo così forte e silenzioso le aveva insegnato ad arrotondare i suoi spigoli, a godere delle sensazione, ad assaporarle proprio come la schiuma della sua birra.
Nell’incessante correre della sua vita ogni tanto amava fermarsi, riprendere le forze, sorseggiare quel bicchiere chiaro che la riportava alle origini. Al mare d’inverno, ai colori della vite, ad una serata di agosto a piedi nudi. Quella bevanda era nutrimento per lo spirito, il suo dire basta al caos quotidiano che tutto inghiotte, era l’attimo in cui smontare un pezzo delle sovrastrutture.
Una sera la trovai lì seduta al bancone con un libro tra le mani, il suo preferito. Me ne lesse un passo: “Andate e lasciate che le storie, ovvero la vita, vi accadano e lavorate queste storie della vostra vita, riversateci sopra il vostro sangue e le vostre lacrime e il vostro riso finché non fioriranno, finché non fiorirete”. Soffocata da paure, insicurezze e stereotipi. Lei donna di seta blu. Donna selvaggia.

Zabriskie Point (di Raffaella Vicario)

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Valle della morte, 1995

Ho fatto un sogno. Preparavo una valigia con poche ma indispensabili cose, pur sapendo che non sarei più tornata indietro. Dovevo raggiungere un paese pieno di luci, musica e colori, così dicevano. Un posto dove tutto era possibile. Sapevo, nel sogno, che per raggiungerlo bastava desiderarlo, così ho chiuso gli occhi e ho volato. Sono arrivata in una notte buia, senza stelle e senza luna, e ho cercato un riparo per dormire.

Al risveglio, il calore mi ha investita di luce accecante e ho dischiuso gli occhi a fatica. Pian piano, dinanzi a me, la terra ha preso forma. Un mare di rocce, sconfinato e brullo, steso ai miei piedi sotto un cielo azzurro ripieno di panna. Una bellezza da mozzare il fiato. Colori primari declinati in tutte le sfumature su una tavolozza pronta per essere usata. Così ho disegnato un pennello e ho cominciato a riempire l’orizzonte di palme e grattacieli, di onde e insegne luminose. E, ogni volta che mi andava, potevo cancellare tutto e ricominciare daccapo. Così ho capito di essere arrivata nel paese delle infinite possibilità, dove potevo ridisegnare il presente e immaginare un futuro realizzabile.

Ho fatto un sogno. Sogno California.