Riflessione (di Roberto Fontolan)

Roma, 2013

Roma, 2013

Carissimo Emanuele, amico mio, amico della vita. L’altra notte ho sognato qualcuno che mi dava l’annuncio che non avrei mai voluto ascoltare. Nel sonno sono scoppiato a piangere e mi sono svegliato piangendo. Era l’annuncio di quel che era già accaduto tre anni fa a settembre, accaduto davvero. La notte gioca con il tempo, mescola senza riguardo passato e presente e futuro. Eri andato di là, “dall’altra parte”, come ama dire quel nostro amico spagnolo. Era questo l’annuncio.

Non ho pensato subito al fatto che avevi iniziato un viaggio, “il” viaggio. Riuscivo solo a sentire il vuoto, riuscivi solo a mancarmi. Vedevo noi due camminare nei chiostri dell’università. Una foto in bianco e nero, cappotti di loden, che allora andavano molto di moda, la tua sciarpa e non mi ricordo chi dei due tenesse in bocca una sigaretta. Eravamo bellissimi, lo dico sul serio. Me lo hanno fatto notare in tante ragazze. Sapevamo di essere sotto osservazione e un po’, ammettilo, ne abbiamo approfittato (io di più: sono sempre stato più cinico di te). Due ventenni senza rimpianti e senza rabbia, afferrati da una vita ardente, curiosi e leggeri, buoni e seri. Era dal liceo che ci eravamo piaciuti. Avevamo capito che avremmo condiviso tanto della vita, tanto valeva cominciare subito. A scuola battagliavamo, all’università avevamo maestri e sospiravamo d’amori, poi la vita grande e da grandi: lavoro matrimonio figli. Ho sempre saputo che la mia decisione di trasferirmi a Roma ti aveva lasciato sconcertato. In fondo non riuscivi a spiegartelo nonostante che me ne chiedessi continuamente conto. Sotto la superficie delle scelte e delle contingenze tu vedevi qualcosa d’altro (quanto ti piaceva parlare del “destino”). E’ quel che ti ho sempre invidiato. Il tuo domandare cercava sempre di arrivare laggiù o lassù dove abitano i misteri. Poco prima di quel momento mi avevi scritto: “Vorrei ma in questo momento non riesco ad esprimere quello che ho dentro, che comunque corrisponde a qualche cosa di atteso. Di atteso, cui continuo a pensare”. Mancavano pochi giorni al compimento della tua attesa, stavi per giungere al termine della notte.

La prima volta che ho visto Roma ero insieme a te e a tantissimi altri giovani. Avevamo le kway -ancora la moda del tempo – perché pioveva parecchio e abbiamo passeggiato fino a Castel Sant’Angelo. Sul ponte ci siamo fermati a lungo, eravamo rimasti soli. Noi due e gli angeli. Non ci era mai capitato di pensare seriamente agli angeli, noi che volevamo affrontare seriamente tutto. Siamo rimasti lì, a contemplare il movimento perenne di quegli abitatori del ponte, ad ascoltare i loro dialoghi sussurrati, a cercare i loro volti fiammanti.

L’altra notte, quando mi sono svegliato dopo quell’infinita tristezza, mi sono rivestito e ho preso la macchina. Sono arrivato al ponte e l’ho visto.  Prima, nel sogno ero troppo confuso per riconoscerlo e l’annuncio mi aveva sconvolto. Ma era lui che me lo aveva portato. Quel viso, quella punta di lancia: ero certo.

Certo è strano non abitare più la terra,

non esercitare più usanze appena apprese,

a rose e ad altre in sé promettenti cose

non dar significato d’umano futuro;

ciò che si era in mani dall’infinita premura

non esserlo più, e pure il proprio nome

accantonarlo come un giocattolo distrutto.

Strano, non continuare a desiderare i desideri. Strano,

tutto ciò cui ci si riferiva, per la stanza così sparso

vederlo ora svolazzare. E l’esser morti è penoso

e colmo di rimandi, e solo a poco a poco

si avverte un tratto di eternità.

Ma i vivi commettono

tutti l’errore di un troppo saldo distinguere.

Angeli (si dice) spesso non saprebbero se vadano essi

tra i vivi o i morti. L’eterna corrente

trascina sempre con sé tutte le epoche

attraverso entrambi i regni e in entrambi le sovrasta.

(Rainer Maria Rilke, Elegie Duinesi, Prima Elegia)

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