L’uomo dei fiori (di Nando Dalla Chiesa)

Roma, 2012

Roma, 2012

I fiori sulle spalle. A colorare una sagoma umana affaticata, a renderla gentile. A comunicare leggerezza e profumo in un mondo intessuto di rancore. Una sagoma che viene da lontano. A vederla incedere nessuno potrebbe provare insofferenza, salvo chi sia posseduto da quel demone che chiamano razzismo.
L’uomo che la foto ha fissato nell’attimo forse mai più ripetuto, non avanza verso di te per venderti la propria mercanzia, nulla chiede della tua ricchezza, o di quella che a lui appare tale. Non ti ha guardato e non lo farà. I suoi occhi guardano altrove, non sai dove, e anzi nemmeno sai se in quell’attimo li stia tenendo chiusi. Di stanchezza, di malinconia o di sogno. Cammina, ti precede con discrezione. Non suscita il timore di dovere opporre dinieghi. Di dovere perdere due minuti in frasi mandate a memoria.
Egli non vende fiori. Li porta. Come non fa quasi più nessuno. I fiori vanno curati, chiedono tempo a chi non ne ha. Ma a lui che ci vive e parla tutto il giorno, portarli sembra naturale. Per questo li tiene sulla spalla, come si fa con la giacca, capo miracolosamente ricco del suo povero abito. Forse, perché non immaginarlo?, li ha conservati gelosamente per chi abbraccerà tra un po’ quella leggerezza. Per chi ancora conosce il linguaggio dei fiori. Li porta per le strade di Roma svagata e svogliata, in un giorno che può essere qualunque, nessuno pensi a un giorno certo come nel villaggio attraversato con il suo “mazzolin di rose e di viole” dalla donzelletta prima del dì di festa. L’uomo che cammina non ha vigilie.
Mostra quei fiori dalle spalle, senza sapere chi sia dietro di lui. E se vi sia qualcuno. Sapendo però per certo di recarsi addosso il segno nuovo della sua identità. Come una mamma con la creatura appoggiata al petto, la testina ciondolante sulla spalla a guardare oltre con occhio sempre stupito, segno per tutti della sua stagione e del suo amore. Il gesto casuale diventa simbolo, come sempre avviene quando una foto fissa l’attimo di vita.
L’immagine semplifica, liquida la trama delle storie. Nemmeno la testa e i ricci sono visibili da dietro. L’uomo porta fiori, ne ha fatto il suo mondo, forse dopo essere vissuto per anni interminabili tra sabbie e acque e legni dove né fiori né piante sono mai cresciuti. Fiori colorati, rossi e bianchi, con le foglie verdi, tricolore inconsapevole. Fiori affollati, cesto di profumi. Approdo di carrette, di navi, zattere, tir, furgoni o altro. Chissà se qualcuno abbraccerà la sua leggerezza. Se sarà pronto a trovarvi dentro un continente di malinconia. Dicono le leggi dei sensi che egli aggiunga bellezza e gioia e colori alle grandezze e ai fasti della storia, poiché reca fiori per le vie gloriose dell’impero in giorno di sole. Ma per le leggi scritte egli potrebbe essere intruso, brigante da recludere o cacciare, giunto fin qui a portar fiori al posto di nessuno, sbucando da carrette, navi, zattere, tir, furgoni o altro. Abusivo giunto a camminare per le strade imperiali della storia, lui senza casa e senza nome.
Un giorno però un poeta alto la sua metà gli diede il nome nuovo e più bello: l’uomo dei fiori.
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