La casa dell’aviatore (di Giorgio Marabini)

Imola, 2012 (iPhone)

Imola, 2012 (iPhone)

L’ho riconosciuta!

E’ quella costruzione, in gran parte diroccata, appoggiata alla collina lungo la Via del Poggio, la strada che si snoda dietro l’ospedale nuovo per arrivare a Montecatone, a Imola.  Si chiama  “Villa Muggia”, capolavoro dell’architettura razionalista, costruita negli anni trenta del secolo scorso, su di un edificio settecentesco ad opera del grande architetto Piero Bottoni.
Talvolta, da ragazzo, vi passavo davanti in bicicletta con gli amici. La ricordo crivellata di colpi e di bombe.  Si diceva che durante la guerra fosse stata la sede di un comando tedesco e quindi immaginavamo feroci e sanguinose battaglie con i nostri partigiani e alleati. La guardavamo da lontano, non ci invitava ad entrare. In fondo, distrutta com’era, rappresentava un ambiente più adatto ad ospitare qualche cosa di simile ai racconti del terrore di Edgar Alan Poe, che fare da sfondo ai nostri giochi.
La conobbi meglio più tardi, da adulto, cioè per quello che in realtà merita.  Me ne parlò a Bolzano un giovane e brillante architetto, Oswald  Zoeggeler , laureato a Venezia con l’allora rettore dell’Università Carlo Scarpa. Oswald aveva sposato mia sorella Bianca con cui aveva già vissuto alcuni anni a Londra e ad Amsterdam. Ci conoscevamo poco, quindi, quando rientrarono in Italia, una delle prime cose fu una visita a Imola a conoscere tutti i familiari e la città stessa. Mi stupì il fatto che mi chiese di visitare Villa Muggia, splendida realizzazione che lui conosceva dai libri. Evidentemente era più nota a lui e alla cultura internazionale che a noi imolesi.
L’andammo a visitare e fummo costretti a scavalcare un recinto di filo spinato. Entrando nell’edificio, o meglio in quello che ne rimaneva, Oswald rimase molto stupido dallo stato in cui era ridotto il complesso. Era, in parte, diventato anche un deposito di macchine agricole. Gli parve incredibile, ad esempio, che un tavolo da pranzo, costruito con un’unica gettata di cemento e graniglia di marmo, dalla forma avveniristica, fosse stato danneggiato da un piccolo trattore e da altre macchine ricoverate nella stessa stanza. Mi fu difficile far capire la situazione dell’edificio e del perché fosse in quello stato., Una famiglia del posto aveva comprato il terreno, comprese le rovine della costruzione e aveva cercato di fare una ristrutturazione trasformando la villa in un condominio di sei appartamenti. Non avendo ottenuto l’autorizzazione da parte delle autorità competenti, aveva lasciato l’edificio a se stesso.
Ho riflettuto più volte su quelle rovine. Non siamo all’altezza dei nostri predecessori che ci hanno lasciato un grande patrimonio, che non sempre sappiamo mantenere e valorizzare. Ad esempio lo splendido parco dell’ex ospedale psichiatrico dell’“Osservanza”, giace, in pieno centro, inutilizzato e abbandonato. Manchiamo anche di autostima: per esempio la splendida organizzazione rappresentata dall’accademia pianistica del Maestro Franco Scala, è molto più conosciuta e apprezzata all’estero, in tutto il mondo, che agli Imolesi stessi.  Ritorna alla mente un altro episodio, forse di  minore importanza, ma comunque interessante. Sempre a casa di Oswald e di mia sorella Bianca, un giorno mio cognato, con orgoglio, mi mostrò un quadro, da poco comprato, di piccole dimensioni, dipinto da un imolese, maestro Mario Guido Dal Monte. Mi spiegò che era uno dei più importanti pittori italiani del Futurismo. Io quel signore lo conoscevo personalmente sin da ragazzino, senza sapere, per mia ignoranza, così come per molti altri, della sua importanza come artista nazionale.
Dal Monte era un signore minuto, sempre molto elegante, gentilissimo, riservato, che assieme alla moglie gestiva un negozio di abbigliamento sotto il “Centro Cittadino”.  Probabilmente anche il clima culturale post-bellico non aveva teso a valorizzare il Futurismo, relegato, forse erroneamente, alla politica. Inoltre Dal Monte era conosciuto anche per una bellissima e modernissima villa che si era costruito non lontano dalla rotonda di Viale Dante. Il disegno della costruzione attirava ammirazione in alcuni, ma in altri, abituati a considerare abitazioni solo come costruzioni tradizionali, stimolava commenti ironici per eccessiva originalità.  Desidero, però, raccontare anche questo episodio: la Lega Imolese delle Cooperative organizza un viaggio all’estero ogni anno, di carattere culturale, per dirigenti e responsabili, operanti nel settore della abitazioni e delle costruzioni. Nel periodo in cui sono stato Presidente della Lega delle Coop di Imola, anche su mia proposta, la scelta cadde sull’Olanda, paese che conoscevo bene, che avevo frequentato per anni e di cui ammiravo l’architettura e la capacità di recupero edilizio. Mia intenzione era anche quella di contrastare la convinzione generale, consistente nel considerare necessario costruire abitazioni senza curare particolarmente l’aspetto estetico. Fu un viaggio molto bello e istruttivo. Mi era piaciuta l’idea di visitare alcune realizzazioni del passato ad Amsterdam (città storicamente di sinistra) di case popolari edificate da una cooperativa olandese che portava lo stesso nome di una nostra cooperativa di abitazioni imolese: “Aurora”.
Aurora era il nome di un incrociatore di San Pietroburgo, il cui colpo di cannone segnò  l’inizio della rivoluzione russa. La coop Aurora di Amsterdam utilizzava per le proprie costruzioni i migliori architetti dell’epoca e quindi dimostrava che era possibile realizzare opere di carattere sociale che potessero vantare anche un alto valore artistico. Non case qualunque, ma abitazioni belle. Non sò, non ne sono sicuro, se quelle visite abbiano fortemente influito sulle opere degli architetti imolesi, che hanno creato e lavorato successivamente per le cooperative imolesi.
Oswald e altri si stupiscono dello stato di abbandono riservato a Villa Muggia, ma a pensarci bene, non è il caso di stupirsi. Non tutti sanno che a Forum Cornelii (Nome di Imola ai tempi di Roma antica) c’era, più o meno nell’area dove la via Montanara si congiunge alla via Emilia, un anfiteatro romano di grandi dimensioni. Non è stato dimenticato, infatti in quel punto passa la via Anfiteatro Romano. Il problema è che vi hanno costruito sopra case, tante case! Però in parte Imola ha rimediato: in luogo dell’anfiteatro, in cui forse correvano le bighe trainate da veloci cavalli, sulle colline altri nostri avi, più recenti, hanno voluto creare un autodromo, dove far correre mezzi meccanici di formula uno, con cavalli molto più potenti e numerosi. Periodi eroici! Di questo autodromo, moderno anfiteatro, per lo meno conosciamo i nomi degli eroi che vi hanno gareggiato, e di coloro che, moderni gladiatori, vi hanno lasciato la vita. Ma non siamo stati capaci di tenerci nemmeno la Formula Uno e stentiamo a far vivere l’autodromo e di inventare qualche utilizzazione alternativa  di grande importanza e qualificazione. Come capiterà nell’area dell’ “Osservanza”, come è capitato nell’area dell’anfiteatro romano, anche sulle nostre dolci e belle collinette, su cui è adagiato il bellissimo Autodromo “Dino ed Enzo Ferrari”, sorgeranno case e villette. Il percorso forse  prenderà nome Via dell’Autodromo di Formula Uno, con le traverse dedicate ai grandi corridori del passato. Speriamo di no!!

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