Roma, New Mexico (di Stefano Moriggi)

Stefano Moriggi -Roma, New Mexico, Ponte di ferro, 2012 (iPhone)

Roma, Ponte di Ferro, 2012 (iPhone)

Diceva Paul Klee che l’arte non si limita a riprodurre ciò che è visibile. Fa ben di più, “rende visibile, l’invisibile”. Questa fotografia non fa eccezione. Anzi, per certi versi, porta la teoria del pittore svizzero all’estremo. Infatti, ciò che più mi ha colpito dello scatto di Claudio è il ponte.
Alludo ovviamente al ponte che non si vede – e che non si può vedere – perché è il luogo dal quale il fotografo ha scelto di raccontare una Roma anomala, inattesa. Sorprendentemente algida e ruvida, come solo certe periferie inglesi sanno essere di sabato pomeriggio, a quell’ora in cui le case e le nuvole si sintonizzano sullo stesso tono di grigio.
Confesso. L’ho riconosciuta solo grazie alla mia passione per i treni, ma non subito. Il paesaggio a prima vista mi pareva familiare ed estraneo al tempo stesso. Finché ho inteso che la soluzione di quello che sembrava un inestricabile rompicapo visuale andava, appunto, cercata nell’invisibile. Ovvero in quel ponte che, qualche anno fa, anch’io ho visitato.
Costruito tra il 1862 e il 1863 da una società belga, il Ponte S. Paolo – così si chiamava inizialmente – era stato progettato e realizzato per unire la linea ferroviaria di Civitavecchia con la Stazione centrale di Termini. Divenne presto il Ponte dell’Industria – ma, ancor più confidenzialmente, per i romani è il “Ponte di Ferro”.
Ora si stende sul Tevere come una vecchia carcassa abbandonata dai convogli e oltraggiata dal secondo principio della termodinamica. Ma col suo fascino discreto rimane, però, il testimone e il custode di molte vicende – a partire dalla sua. Che ebbe inizio in Inghilterra, dove furono prodotti le arcate e i tubi, di ferro e di ghisa, che attraversarono la Manica per essere assemblati poi sul posto.
La prima locomotiva lo attraversò il 10 luglio del 1863, ma il vero experimentum crucis avvenne quattro giorni più tardi, quando gli ingegneri pontifici ci fecero transitare contemporaneamente due treni. Superate le “prove di carico”, mancava solo l’inaugurazione ufficiale a cui volle essere presente anche Pio IX. E il Pontefice, così raccontano i testimoni, in quel pomeriggio del 24 settembre rimase ammirato nel vedere come soli quattro uomini riuscissero addirittura ad “animare” la parte centrale della struttura – progettata, appunto, per alzarsi e abbassarsi, consentendo così il traffico dei natanti.
Il gigante mobile che aveva unito via del Porto Fluviale a via Antonio Pacinotti prestò servizio fino al 1910, quando si decise di deviare la strada ferrata. Da quel momento, dopo un’opera di restauro e riadattamento, solo pedoni e veicoli percorsero i suoi 131,20 metri. Anzi, no. Anche la storia decise di passare ancora una volta di lì.
Infatti, il paesaggio urbano ritratto nella fotografia di Claudio è anche ciò che si vede dal punto in cui, il 7 aprile del 1944, dieci donne vennero fucilate. Erano state soprese da alcuni soldati tedeschi in possesso di pane e farina sottratti ai mulini Tesei, che rifornivano le truppe di occupazione.
Non morirono per un furto, ma per insubordinazione a un potere iniquo e violento. Il 26 marzo di quello stesso anno, infatti, il generale Kurt Mälzer aveva dato ordine di ridurre a 100 grammi la razione giornaliera di pane da destinare alla popolazione civile. Davanti ai forni della città iniziò così a montare la protesta delle donne; al punto che le autorità militari si videro costrette a farli presidiare, oltre che a scortare i mezzi di trasporto con cui il pane veniva consegnato alle caserme.
Finché, quel venerdì di Pasqua, un gruppo di donne del Portuense, dell’Ostiense e della Garbatella decise di fare irruzione in quei mulini a pochi passi dal Tevere, approfittando di un momento in cui nessuna guardia vigilava sul deposito di pane bianco.
Ma qualcuno avvisò la Wehrmacht che, giunta sul posto, le soprese in fuga con il loro magro bottino. L’accesso al ponte fu bloccato e, appunto, dieci di loro non ebbero scampo. “Le disposero contro la ringhiera del ponte, il viso rivolto al fiume sotto di loro. Si era fatto silenzio – scrisse poi la partigiana Carla Capponi – si udivano solo gli ordini secchi del caporale che preparava l’eccidio”.
Quel silenzio risuona in questa foto che ripropone il loro ultimo sguardo sul mondo e che offre a noi il punto di vista di una storia che merita di essere resa visibile, anche con uno scatto.

Chen il cinese (di Michela Ricci)

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New York, 1988

Chen, questa vita ti sta stretta, da molti anni ormai. È là il tuo sogno, ciò che vorresti. E allora alzati, inseguilo, non stare solo lì a guardarlo. Il bastone l’hai già impugnato, manca solo un’altra spinta. Non è mai troppo tardi per abbandonare la propria valigetta di certezze.

Pappagalli verdi (di Loredana Padula)

Loredana Padula - Pappagalli verdi, Roma 2013 (iPhone)
Quando ho letto il titolo di questa immagine ho pensato subito al libro di Gino Strada. In quel caso i pappagalli verdi non erano un prodotto della natura, ma un artificio umano. Mine antiuomo create non per abitare il mondo, ma per distruggerlo. Eppure il verde pare sia il colore della speranza, sì, forse la speranza di non calpestare una mina.
La prima volta che ho visto dei pappagalli verdi a Roma è stato qualche anno fa, quando frequentavo l’università. Ero nella città universitaria della Sapienza, durante la consueta pausa pranzo sull’erba tra una lezione e l’altra – questo prima che il prato venisse occupato da prefabbricati orrendi, con funzione di aule poco consone per gli studenti. Il prato pullulava di gente di ogni tipo: ragazzi che prendevano il sole, coppiette poco discrete che invece di appartarsi consumavano il loro amore sul prato, cani che giocavano al riporto e poi c’ero io, con le mie colleghe, a commentare il panorama tra un boccone e l’altro di un panino preso al bar dell’università: 3 euro panino e acqua, mica male. Eravamo sedute sotto un albero per prendere quel poco di ombra che a giugno, quando ancora l’estate esisteva anche a Roma, tutti gli studenti si affannavano a cercare, in una lotta a chi occupa prima il posto più fresco. Ci guardavamo in giro, quando dall’albero sopra di noi sentiamo dei rumori strani. Alziamo lo sguardo e invece dei soliti piccioni o gabbiani di cui questa città eterna è eternamente piena, notiamo dei pappagalli verdi. Per una ragazza proveniente da una piccola città della Basilicata, il solo vedere dei volatili diversi dai piccioni è un evento, poi addirittura pappagalli verdi e a Roma. Mi domandai innanzitutto come mai, causa inquinamento, non fossero ancora diventati grigi. E allora pensai: saranno scappati da qualche zoo, allevamento o casa. E poi invece l’incredibile. Un rumore assordante proveniente da un carretto ambulante che era lì a vendere bevande li spaventa, ed ecco che si alza in volo da tutti gli alberi presenti lì intorno uno stormo di pappagalli verdi. Restiamo lì a goderci lo spettacolo, col naso in su e lo sguardo stupito. “Ma, sono pappagalli, cosa ci fanno dei pappagalli alla Sapienza?”. Bella domanda, una domanda che non ha ancora avuto risposta neanche quando vicino casa mia ho visto gli stessi pappagalli verdi, due per la precisione, che si rincorrevano da un albero all’altro.
Da quando vivo a Roma ho capito che è inutile farsi domande, perché spesso non c’è una risposta. Roma è magica per questo, perché regala emozioni improvvise, emozioni che non hanno una spiegazione, ma che se anche ne avessero una, sarebbe meglio non scoprirla.
I pappagalli verdi a Roma si prestano facilmente a una metafora più ampia della vita romana. Frenetica, abitudinaria, spesso superficiale. In questa città non ti stupisci quasi mai, perché dai per scontato che quello che accade è il risultato della vita nelle grandi metropoli. Concetto non valido, però, per i turisti, come per chi vi si trasferisce da una piccola città, studenti o lavoratori fuori sede. A Roma ciò che in un’altra realtà sarebbe anormale o comunque degno di stupore, diventa normale, parte integrante della vita di tutti i giorni. Eppure, cercando su un qualsiasi motore di ricerca, google per esempio, pappagalli verdi a Roma, saltano fuori diversi risultati sul fenomeno delle colonie di pappagalli verdi che hanno invaso i parchi della Capitale. Allora qualcuno se n’è accorto, mi dico. E in questo caso, qualcuno li ha anche fotografati.

Riflessione (di Roberto Fontolan)

Roma, 2013

Roma, 2013

Carissimo Emanuele, amico mio, amico della vita. L’altra notte ho sognato qualcuno che mi dava l’annuncio che non avrei mai voluto ascoltare. Nel sonno sono scoppiato a piangere e mi sono svegliato piangendo. Era l’annuncio di quel che era già accaduto tre anni fa a settembre, accaduto davvero. La notte gioca con il tempo, mescola senza riguardo passato e presente e futuro. Eri andato di là, “dall’altra parte”, come ama dire quel nostro amico spagnolo. Era questo l’annuncio.

Non ho pensato subito al fatto che avevi iniziato un viaggio, “il” viaggio. Riuscivo solo a sentire il vuoto, riuscivi solo a mancarmi. Vedevo noi due camminare nei chiostri dell’università. Una foto in bianco e nero, cappotti di loden, che allora andavano molto di moda, la tua sciarpa e non mi ricordo chi dei due tenesse in bocca una sigaretta. Eravamo bellissimi, lo dico sul serio. Me lo hanno fatto notare in tante ragazze. Sapevamo di essere sotto osservazione e un po’, ammettilo, ne abbiamo approfittato (io di più: sono sempre stato più cinico di te). Due ventenni senza rimpianti e senza rabbia, afferrati da una vita ardente, curiosi e leggeri, buoni e seri. Era dal liceo che ci eravamo piaciuti. Avevamo capito che avremmo condiviso tanto della vita, tanto valeva cominciare subito. A scuola battagliavamo, all’università avevamo maestri e sospiravamo d’amori, poi la vita grande e da grandi: lavoro matrimonio figli. Ho sempre saputo che la mia decisione di trasferirmi a Roma ti aveva lasciato sconcertato. In fondo non riuscivi a spiegartelo nonostante che me ne chiedessi continuamente conto. Sotto la superficie delle scelte e delle contingenze tu vedevi qualcosa d’altro (quanto ti piaceva parlare del “destino”). E’ quel che ti ho sempre invidiato. Il tuo domandare cercava sempre di arrivare laggiù o lassù dove abitano i misteri. Poco prima di quel momento mi avevi scritto: “Vorrei ma in questo momento non riesco ad esprimere quello che ho dentro, che comunque corrisponde a qualche cosa di atteso. Di atteso, cui continuo a pensare”. Mancavano pochi giorni al compimento della tua attesa, stavi per giungere al termine della notte.

La prima volta che ho visto Roma ero insieme a te e a tantissimi altri giovani. Avevamo le kway -ancora la moda del tempo – perché pioveva parecchio e abbiamo passeggiato fino a Castel Sant’Angelo. Sul ponte ci siamo fermati a lungo, eravamo rimasti soli. Noi due e gli angeli. Non ci era mai capitato di pensare seriamente agli angeli, noi che volevamo affrontare seriamente tutto. Siamo rimasti lì, a contemplare il movimento perenne di quegli abitatori del ponte, ad ascoltare i loro dialoghi sussurrati, a cercare i loro volti fiammanti.

L’altra notte, quando mi sono svegliato dopo quell’infinita tristezza, mi sono rivestito e ho preso la macchina. Sono arrivato al ponte e l’ho visto.  Prima, nel sogno ero troppo confuso per riconoscerlo e l’annuncio mi aveva sconvolto. Ma era lui che me lo aveva portato. Quel viso, quella punta di lancia: ero certo.

Certo è strano non abitare più la terra,

non esercitare più usanze appena apprese,

a rose e ad altre in sé promettenti cose

non dar significato d’umano futuro;

ciò che si era in mani dall’infinita premura

non esserlo più, e pure il proprio nome

accantonarlo come un giocattolo distrutto.

Strano, non continuare a desiderare i desideri. Strano,

tutto ciò cui ci si riferiva, per la stanza così sparso

vederlo ora svolazzare. E l’esser morti è penoso

e colmo di rimandi, e solo a poco a poco

si avverte un tratto di eternità.

Ma i vivi commettono

tutti l’errore di un troppo saldo distinguere.

Angeli (si dice) spesso non saprebbero se vadano essi

tra i vivi o i morti. L’eterna corrente

trascina sempre con sé tutte le epoche

attraverso entrambi i regni e in entrambi le sovrasta.

(Rainer Maria Rilke, Elegie Duinesi, Prima Elegia)

La panoramica (di Enzo Manes)

New York, 2012

New York, 2012

Spazio e ampiezza. Questa foto trasmette perfettamente NY.
L’ampiezza di orizzonti, vedute e possibilità è ciò che mi ha da subito incuriosito e poi annodato a questa città e alla cultura anglosassone e è stato di suggerimento e stimolo alla mia personale intrapresa.  Solide basi, anche, e sopra l’altezza del cielo: quasi una metafora di certa società americana e, insieme, delle possibilità della social enterpreneurship, parte integrante della cultura e dell’agire anglosassone, e che hanno determinato la mia vita. Lavoro sodo, capacità di accettare un rischio, senso d’urgenza si rinnovano ogni ora in questa città straordinaria, innestati in una cultura dove donare e agire nel volontariato sono una norma.
Ho amato vivere a NY e amo tornarci. Nel 2003 ho dato vita a una fondazione – Fondazione Dynamo, che oggi è un gruppo di imprese sociali e commerciali con finalità sociale – e mi sono ispirato per il suo sviluppo all’esempio americano dell’amico Paul Newman e di filantropi americani. In numerosi miei discorsi – e lo sanno bene le migliaia di persone che ogni anno tornano al Dynamo Camp in occasione della giornata di Open Day – ci sono riferimenti e citazioni a personalità americane storiche e contemporanee.
Considero ispiratore attingere da una cultura in cui individui intraprendenti si mettono in gioco assolvendo a concreti bisogni sociali spesso anticipando la risposta del Governo e del mercato. Proprio la filantropia privata è alla base dello sviluppo degli  elementi che hanno reso e rendono grande questa nazione con le sue città e piccole comunità. L’investimento in capitale umano e lo sforzo capillare di supportarlo, aiutando anche i meno abbienti a accedere all’istruzione primaria e secondaria,  sono un modo di concedere a tutti gli individui la possibilità di riuscire nella vita ed è questa possibilità il grande fascino di questo paese e ancor più e in modo eclettico, il grande fascino che offrono le vedute di questa città.

Alba a Villa Pamphilj (di Lia Capizzi)

Roma. 2013 (iPhone)

Roma. 2013 (iPhone)

Maledetta.
Maledetta sveglia. Questa mattina ti avrei voluta scagliare contro il muro con violenza.
Quel tuo suono urticante e penetrante con cui mi ordini di alzarmi.  E se poi decido di ignorarti tu non mi lasci scampo, come una signora Rottenmeier dopo 10 minuti torni ad assordarmi, per farmi sentire in colpa.
(Ma la colpa è mia quando ho deciso di puntarti all’alba, alle 6 in punto).
Maledetta. Oggi ti ho proprio odiato. Sgusciare fuori dalle coperte è stata una faticaccia.
Lo sapevo che il terzo bicchiere di Cannonau dovevo rifiutarlo ieri sera.
Lo sapevo che tornata a casa non avrei dovuto accendere la tv. Se poi trovi Federer che gioca la semifinale del torneo di Cincinnati a mezzanotte e passa, vuoi non vederlo?
Con l’occhio destro socchiuso mi chiudo alle spalle la porta di casa. E’ pure una mattina fredda, umida.  Ma chi me l’ha fatto fare?
Dai su, smettila di mugugnare, il mio io talebano bisticcia con l’altro io pelandrone.
Inizio a correre. Piano piano, che le mie gambe ancora non si riconoscono tra di loro. Pesanti e scorbutiche.  Chiedo pure aiuto alla mia musica, ci vuole qualcosa di energico oggi. E sia, Skunk Anansie nelle orecchie.
Incrocio sempre lo stesso signore che educatamente mi sorride. Contraccambio. Il mio primo sorriso della giornata, di educazione e di ammirazione. Due volte alla settimana sono sicura di trovarlo sempre qui, alla stessa ora, pimpante nonostante il ritmo di corsa più lento del mio. Alla sua età io avrei la stessa costanza?
Guardo l’ora. Già passati 20 minuti? E non me ne sono nemmeno accorta?
La voce potente di Skin sta diventando un sottofondo. A suonare sono ora i miei pensieri. Un po’ sparsi arruffati.
Il rumore è quello delle foglie calpestate, quasi una cantilena. Il fiato regge, altri 20 minuti e potrò ritenermi soddisfatta. I piedi vanno ormai con il pilota automatico. E gli occhi sorridono.
Perché oggi il sole appena nato è uno spettacolo. Sembra un bambino.
Gioca a nascondino tra i rami, mi regala tagli di luce che non avrei potuto gustarmi se fossi rimasta a letto. Mi sento leggera e carica (e mi aspetta una giornata di lavoro bella densa…).
Ah, che meraviglia.

La città proibita (di Giuseppe Rao)

Pechino, 1991

Pechino, 1991

La Cina che ho conosciuto. Considerazioni per promuovere rapporti bilaterali in grado di contribuire al superamento della crisi economica. (NB. il testo è di settembre 2014)

La Cina contemporanea nasce nel 1979, anno in cui Deng Xiaoping – successore di Mao Tse-tung – promuove una lenta ma inarrestabile rivoluzione interna, destinata a produrre profondi cambiamenti nel modello del Paese. Il controllo dell’economia sarebbe rimasto prerogativa dello Stato, che tuttavia avrebbe consenttito una graduale apertura ai privati e alle imprese straniere.
A partire dagli anni ’80 la Cina è diventata la grande fabbrica del mondo, meta delle imprese straniere desiderose di produrre a bassi costi beni da rivendere nei mercati sviluppati.
In questi anni il Partito Comunista Cinese non è rimasto a guardare. Il Paese ha lentamente assorbito il know how portato dalle imprese straniere e ha investito sul sistema industriale interno e sulla ricerca. A partire dal nuovo millennio l’obiettivo dichiarato della dirigenza cinese è stato quello di trasformare il Paese in una grande potenza nei settori industriali e tecnologici ad alto contenuto tecnologico.
Qualche dato di riferimento: 1,4 miliardi di abitanti, quindi grande abbondanza di capitale umano; 120 città con più di 1 milione di residenti; tassi di crescita del PIL degli ultimi anni con una media del 10%; superati  gli USA nel commercio con l’estero; 89 imprese nel “Fortune 500” (11 nel 2003); primo Paese per numero di brevetti depositati. In breve tempo sono stati raggiunti grandi traguardi nelle tecnologie avanzate. La Cina sta costruendo la propria stazione spaziale e il sistema geostazionario satellitare Baidou; compie missioni sulla Luna (il primo uomo previsto nel 2025); produce aerei, elicotteri, treni ad alta velocità, sottomarini. Il Paese ha raggiunto eccellenze nelle nanotenologie e in numerosi altri settori scientifici, tecnologici e industriali.
Pechino è diventata il terzo partner commerciale per l’Italia, dopo Germania e Francia, superando gli Stati Uniti.
La crescita impetuosa del Gigante d’Oriente ha colto impreparato l’Occidente, che non ha saputo definire strategie adeguate per affrontare la concorrenza di un Paese che poteva far ricorso a pratiche non più consentite nel mondo sviluppato (aiuti di Stato, basso costo della mano d’opera, violazione della proprietà intellettuale; barriere all’entrata per i soggetti stranieri).
Particolarmente grave è stato il comportamento dell’Italia. E’ mancata, da parte dei governi, l’analisi sul ruolo della Cina nella nuova geopolitica industriale e quindi la capacità di creare un negoziato stabile con Pechino per la condivisione di una politica win win nelle relazioni economiche e industriali bilaterali. Non vi è stata, in altre parole, interlocuzione politica costante: il Presidente del Consiglio italiano (ci riferiamo all’istituzione, senza riferimenti ai diversi governi succedutisi negli ultimi anni) per molto tempo non ha ritenuto di dover compiere visite di Stato ovvero ha compiuto visite rapidissime. A Roma non è stata creata “una cabina di regia” in grado di monitorare le relazioni industriali – che vedono un grave deficit italiano nell’interscambio – e proporre soluzioni.
Lo stesso errore non è stato commesso dalla Germania. Il Cancelliere tedesco visita la Cina ogni anno – spesso le missioni si protraggono per più giorni -, e i due Paesi hanno costruito economie complementari. Il deficit commerciale dell’Italia con la Cina è molto grave. La Germania – il cui interscambio è pari alla somma di quello di Italia, Francia e Regno Unito  – ha una bilancia commerciale in attivo. Tutti sanno che la prima regola per avviare trattative e negoziazioni con i cinesi risiede nel sapere creare un clima di amicizia e stima reciproci.
Anche il nostro settore privato sconta le proprie debolezze. I centri studi delle associazioni imprenditoriali non sembrano impegnate a produrre analisi e proposte per il mercato cinese. I pochi giornalisti italiani presenti a Pechino sono spesso obbligati a scrivere sui fenomeni di costume o magari ad enfatizzare le contraddizioni politiche e sociali del Paese. Ad essi non sembra essere offerta l’opportunità di raccontare i mutamenti e le modernizzazioni in corso nel Paese. Soltanto una nuova generazione di studiosi e analisti ha iniziato a raccontare la Cina via Internet o mediante la creazione di centri studi.
Le articolazioni istituzionali.
Si legge e si sente dire che la Cina sarebbe retta da una dittatura. Altri ritengono invece che siamo di fronte ad una democrazia autoritaria. La realtà è molto complessa e per tentare di comprenderla – ammesso che ciò sia possibile – appare  necessaria una premessa. Condizione imprescindibile per studiare la Cina è la rinuncia ai modelli interpretativi occidentali e quindi la volontà di immedesimarsi con una storia millenaria che non ha mai avuto momenti di intersezione duraturi con i valori occidentali.
La Costituzione del 1949 attribuisce al Partito Comunista Cinese (PCC) – di fatto il Partito unico – il compito di definire gli indirizzi politici generali, sia a livello nazionale che territoriale. Le istituzioni dello Stato – Governo, Province, Municipalità – sono invece competenti per l’attuazione concreta dei programmi.
Le regole del PCC prevedono istituzioni interne (anche a livello territoriale) molto severe finalizzate al controllo e al bilanciamento dell’operato delle cariche pubbliche: il Comitato Centrale, il Politburo, l’Organo di disciplina. La selezione gruppi dirigenti avviene su criteri di competenza e meritocrazia (questo non esclude presenza di contrasti/lotte interne al Partito). I funzionari politici sono inviati a fare esperienza nel territorio – migrando in più sedi -, e solo quelli con i migliori giudizi giungono a Pechino per assumere incarichi di livello nazionale.
Un ruolo fondamentale è esercitato dalla formazione, affidata alle scuole del Partito (ad es. la sede centrale di Pechino è ubicata in un grande campus con stile americano, dove lavorano centinaia di docenti). I dirigenti politici ad ogni livello sono chiamati periodicamente a periodi di qualificazione professionale. Anche i documenti strategici del PCC vengono elaborati nel corso di lunghe sessioni di studio e lavoro presso le scuole di Partito.
La leadership politica presta molta attenzione alla ricerca di consenso. Il Presidente Xi Jin Ping, nel momento dell’insediamento, ha espresso l’obiettivo di costruire il “sogno cinese” e di eliminare le cause di malcontento tra la popolazione. La dirigenza è consapevole che i cittadini – i giovani in particolare –  sono sempre più attenti alla gestione della cosa pubblica, e ciò anche grazie all’uso massiccio del web quale strumento di controllo, partecipazione e critica.
E’ stata avviata una dura campagna contro la dilagante corruzione, fenomeno che provoca sia alterazioni nei processi decisionali e negli equilibri politici e istituzionali, che una erosione del consenso sociale. I mass media prestano molta attenzione alle inchieste (migliaia ogni anno) e alle pene esemplari irrorate nei casi di infrazioni “alla disciplina di Partito” (innanzitutto corruzione e abuso di potere).
Oggi la Cina ora è guidata da leader moderni e cosmopoliti, che hanno maturato un metodo nuovo nella direzione politica e nelle relazioni internazionali. Mao Tse-tung superò i confini nazionali solo due volte, entrambe per recarsi a Mosca. I dirigenti di oggi, consapevoli del ruolo sempre crescente esercitato da Pechino nei diversi scacchieri internazionali e desiderosi di ampliare la sfera di influenza del Paese, viaggiano con grande intensità. Se il Grande Timoniere predicava il rapporto diretto con le masse, oggi siamo di fronte all’affermazione di un nuovo Confucianesimo, caratterizzato dal ruolo dominante delle élite politiche ed economiche, a cui viene affidato il  perseguimento dell’interesse nazionale.
I processi di riforma, apertura all’esterno e modernizzazione di questi ultima anni hanno  evidenziato incoerenze, interrogativi e rischi per la stabilità sociale e politica del Paese. Ed i gruppi dirigenti sono particolarmente sensibili ai precedenti storici – l’URSS innanzitutto – di caduta dei grandi imperi.
Un discorso particolare riguarda il rapporto tra democrazia, diritti umani e libertà di espressione.
La leadership cinese rivendica la presenza di un sistema democratico nella selezione dei gruppi dirigenti (merito e non cooptazione) – anche se non sono previste elezioni popolari – ed il fatto che sono stati garantiti alla popolazione i diritti umani fondamentali: il lavoro, la casa, e l’istruzione.
La libertà di espressione e critica è in buona parte garantita (il dibattito sui quotidiani e sulla rete ne è sostanziale conferma). Esiste tuttavia la censura su quelle che vengono definite interferenze esterne. Infine non è consentito – pena una dura repressione – organizzare il dissenso con l’obiettivo dichiarato del superamento della Costituzione nella parte in cui  prevede il ruolo politico esclusivo del Partito Comunista e quindi l’apertura del Paese a modelli istituzionali occidentali.
E’ possibile evidenziare altre contraddizioni insite nei processi di crescita:
○ socialismo con caratteristiche cinesi / fenomeni di capitalismo selvaggio in settori aperti al mercato;
○ riforme e apertura verso l’esterno / perdita di identità nazionale;
○ città (sempre più ricche e dinamiche) / aree rurali (in grave ritardo);
○ ricchi /poveri: l’economia mista ha generato fenomeni di arricchimento e di formazione di nuove classi sociali, mentre ampi strati della popolazione continuano a vivere in condizioni di sussistenza;
○ rivendicazioni di welfare (sanità, pensioni, servizi) e sicurezza ambientale e alimentareSocialismo con caratteristiche cinesi” e identità nazionale; programmazione e “visione scientifica dello sviluppo”.
Le riforme avviate da Deng Xiaoping hanno portato alla elaborazione del concetto di “Socialismo con caratteristiche cinesi” (mantenimento del ruolo guida dell’economia di Stato, ma anche graduale apertura al mercato e alle imprese straniere).
Con il tempo i rigidi dogmi del socialismo si sono affevoliti. Il vero collante del Paese non è rappresentato dai valori ideologici, bensì dall’immedesimazione della stragrande maggioranza della popolazione nell’identità e nella volontà di perseguimento degli interessi nazionali.
Lo sviluppo del Paese viene costruito su piani di medio e lungo periodo (in particolare il Piano Quinquennale), sulle politiche industriali e sul monitoraggio dei risultati. I Ministeri sono dotati di think tank con il compito di elaborare politiche di settore in grado di dare attuazione alle direttive politiche. I settori strategici rimangono monopolio delle industrie di Stato. Il Paese è stato dotato di moderne infrastrutture (aeroporti, ferrovie, porti, fiumi navigabili, reti per i servizi). Alle banche e alla finanza – anche nei casi di privatizzazioni – viene affidata la missione di sostenere l’economia reale.
Il PCC ha elaborato il metodo della “visione scientifica dello sviluppo”, che indica la volontà di adottare le decisioni politiche sulla base delle evidenze scientifiche.
Soprattutto a partire dall’XI Piano Quinquelnnale 2006 – 2011 la dirigenza del Paese – formata in gran parte da politici con un forte background tecnologico (gli ingegneri al potere!) – ha promosso un nuovo modello di sviluppo orientato verso i settori industriali e tecnologici ad alto contenuto tecnologico e industriale. Ciò ha determinato: a) successi sempre più significativi (già menzionati); b) gravi danni ambientali, che costituiscono probabilmente la maggiore  emergenza nazionale .
La dirigenza insiste comunque nel denunciare i ritardi del Paese sui processi di innovazione. La Cina per secoli è stata in grado di produrre scoperte e invenzioni scientifiche. Un forte momento di frattura si è avuto con il così detto “Secolo dell’umiliazione straniera” – iniziato con la Guerra dell’oppio del 1839 – durante il quale il Paese è stato vittima delle dominazioni e dei soprusi delle potenze straniere (gli strascichi sono presenti ancora oggi: si pensi alle difficili relazioni con il Giappone, accusato di non essersi scusato per i gravi crimini commessi). Si può aggiungere che la perdita di capacità nei processi di innovazione è stata favorita anche dalla sostanziale chiusura verso l’esterno nei primi trenta anni della Repubblica Popolare.
Il PCC, consapevole della necessità di migliorare la qualità dei gruppi dirigenti, ha promosso politiche per inviare all’estero i  migliori studenti universitari. Tutto ciò ha provocato fughe di cervelli, considerato che solo 1/3 ritorna in patria. Negli ultimi anni sono state approvate leggi per favorire il rientro dei talenti, a cui vengono spesso affidate la guida di imprese e centri di ricerca.
Le politiche industriali hanno tradizionalmente privilegiato le grandi imprese. Ora il focus si è spostato sulle PMI ritenute, per la loro flessibilità, veicolo fondamentale nei processi di innovazione.
I mutamenti della realtà cinese rispetto ad anni ’80 e ’90.
Le attività delle imprese straniere in Cina negli anni ’80 e ‘90 (fenomeno della delocalizzazione) sono  state incoraggiate da bassi costi di produzione. L’avvento dell’Euro (impossibilità di  svalutazioni competitive) e la progressiva crescita mercati asiatici, hanno spinto numerose imprese a proseguire il percorso di delocalizzazione.
Oggi assistiamo a due fenomeni: a) nuova competitività dell’Occidente dovuta alle innovazioni tecnologiche (robot, meccanizzazione integrale, …) che riducono i costi di produzione e consentono di mantenere il controllo su attività e tecnologie; b) riduzione (relativa) di insediamenti industriali in Cina – dovuta ad aumento costi per salari, servizi, norme ambientali – a favore di paesi quali Bangladesh, Pakistan, Cambogia, Vietnam, …  In sintesi la competitività della produzione di beni in Cina è sempre di più legata alla capacità di essere presenti nel mercato locale.
Italia – Cina: il partenariato economico. Le sfide per le imprese italiane.
La popolazione cinese identifica l’Italia come il Paese dello stile e della qualità della vita. Governo e imprese sono invece consapevoli della leadership del nostro Paese in alcuni settori industriali. Ciò determina un crescente interesse per: trasferimento tecnologico, know how, PMI e acquisizione di Made in Italy.
Il nostro sistema industriale – e ciò soprattutto a causa delle ridotte dimensioni delle imprese – si trova ad affrontare sfide sempre più complesse.
Il mercato cinese, imprescindibile per le imprese straniere, oggi è caratterizzato da: dinamicità; competizione (sia di aziende nazionali che straniere); clienti sempre più sofisticati ed esigenti; aziende locali con forti disponibilità finanziarie per l’acquisto delle tecnologie più avanzate; politiche pubbliche dirette a favorire i consumi interni. La fortissima identità culturale cinese impone alle imprese l’adozione di strategie “ad hoc” e investimenti d’orizzonte (impossibilità di trasferimento acritico dei modelli di business occidentali).
Il successo delle aziende italiane – sia quelle con insediamenti produttivi, che quelle che svolgono solo attività commerciali – è subordinato alla presenza nel territorio di uffici e filiali, presidiati da risorse umane qualificate provenienti dal nostro Paese, in grado di promuovere:
– conoscenza (scouting…) culturale, negoziale, industriale, commerciale, giuridica;
– capacità di soddisfare le esigenze e il gusto locali, con l’adattamento delle linee di prodotto al mercato;
– costruzione di una rete di solide relazioni (fondamentali in un Paese: dominato dalla presenza dello Stato; con una spiccata vocazione alla negoziazione; sensibile ai rapporti di natura interpersonale);

– tutela giuridica (presenza di numerosi studi legali italiani) nella fase di avvio delle attività; nella firma dei contratti (uso vincolante della lingua cinese); per la protezione della proprietà intellettuale e nei casi di controversie;
– capitale umano locale;
– costruzione e controllo della rete di vendita e assistenza al cliente, guidata da personale italiano e in grado di definire una strategia di penetrazione del mercato (il cliente cinese considera garanzia di credibilità il poter contare su interlocutori provenienti dalla casa madre e residenti in Cina, disponibili 24-7/7).
Nelle città di Prima fascia (Pechino, Shanghai, Canton, Nanchino) assistiamo ad una graduale saturazione del mercato. Per molte aziende diventa necessario definire strategie per le città di fascia 1,  2, 3 e persino 4. I consorzi tra imprese italiane possono risultare decisivi per il successo di PMI che si affacciano ora sul mercato locale e che possono così ottimizzare risorse e strutture organizzative.
L’eCommerce è sempre più decisivo (entro il 2015 il giro di affari e-commerce arriverà a $315 miliardi; 330 milioni di persone acquisteranno online – Nel 2020 sarà di $650 miliardi). La comunicazione e costruzione del brand (mass media, social networks, eventi) risultano altresì elementi essenziali.
Una conclusione appare importante: in assenza dei necessari investimenti finanziari e organizzativi diretti a presidiare il mercato locale, il successo dell’impresa è affidato in via esclusiva ad  importatori o agenti locali. Ciò determina una grave perdita di conoscenza del mercato locale – che, in numerosi settori è oramai il più importante del Pianeta – e, spesso, perdite dei profitti generati da una seria politica di insediamento, promozione del marchio e creazione di una efficiente rete di vendita.
Considerazioni per promuovere rapporti bilaterali in grado di contribuire al superamento della crisi economica.
La Cina è diventato un Paese dinamico, moderno, aperto alle influenze esterne. Il Paese condizionerà sempre più le economie del mondo e quindi le nostre condizioni di vita.
L’Italia gode di sentimenti di amicizia basati su legami storici e culturali e da affinità tra i due popoli. La nuova leadership politica è sensibile ad un rapporto positivo con l’Italia. La Cina ha collocato significative risorse finanziarie nelle grandi imprese italiane ed è il maggiore investitore straniero nell’Expo Milano 2015 (tre padiglioni), evento che può costituire un volano per gli scambi commerciali e industriali. La Cina è parte dei nostri problemi (⇒ deindustrializzazione; politiche protezioniste…), e al tempo stesso offre grandi opportunità per l’intero sistema Paese (industria, tecnologia scienza, cultura, sport).
L’Italia – Governo, imprese, sistema della ricerca, industria culturale – necessita di Governance dei processi, elaborazione di strategie e confronto continuo con le diverse articolazioni del sistema cinese  Paese. E’ necessario il crollo dei pregiudizi reciproci e la creazione di un ambiente idoneo a creare fiducia reciproca tra i diversi attori (industriali e commerciali innanzitutto).
Il mondo è cambiato. Occorre l’umiltà politica e culturale – di fronte ad una crisi che appare senza uscita – di abbandonare comportamenti e prassi supponenti e di chiedere comprensione ed aiuto. Tutto ciò senza dimenticare il ruolo avuto dall’Italia nella crescita della Cina e le proprie potenzialità economiche, industriali e culturali.

Dopo l’assemblea (di Antonio Gioiellieri)

My beautiful picture

Praga, 1989

Contrariamente a quanto si crede, i luoghi non sono contenitori
inerti di legami e sentimenti.
Sono costruzioni sociali e culturali
frutto di una produzione continua da parte dei loro abitanti
Ho collegato subito questa foto a questa frase posta in epigrafe all’interessantissimo studio dello storico Angelo Torre “Luoghi”. Lo studio esamina la “produzione di località” che è concetto ben più ampio, complesso e stratificato del concetto di spazio fisico o di piazza, ma è pur vero che la data e il luogo della foto, Praga 1989, rimandano ad uno spazio usato per la produzione di democrazia e, in ultima istanza, di luogo come costruzione sociale.
Osservando le sedie sparse e le carte lasciate dalle persone che hanno occupato quella sala per incontrarsi e discutere ho avuto la netta sensazione della distanza temporale e concettuale che intercorre tra l’agire politico di allora e l’agire politico odierno che non è immaginabile senza il web, senza i social network, senza i blog..
Eravamo ancora nell’epoca della politica dipanata nel tempo differito, così diversa dal contemporaneo tempo reale che pulsa con battute e repliche istantanee, con hastag, con gesti simbolici fulminanti “postati” in rete, con profluvi di commenti a commenti.
Da quelle sedie, invece, provengono gli echi di una collettività che distilla idee e azioni con le relazioni umane, gli echi del senso che aveva la preparazione delle riunioni e delle assemblee come tappe che scandivano il cammino delle persone e delle comunità.
Era l’epoca del filo, mentre oggi viviamo nella rete e con la rete.
In quell’epoca poteva accadere che i nomi degli spazi nei quali si condensavano svolte politiche importanti o nascite di movimenti politici connotavano definitivamente quelle svolte o quei movimenti. Ricordo, tra gli altri, due casi: i dorotei, la corrente maestra, e allora più numerosa, della Democrazia Cristiana, ebbero quel  nome perché la loro riunione fondativa si tenne nel 1959 nel convento romano di Santa Dorotea; il sessantottesco movimento degli studenti della Statale (Università di Milano) si firmava così anche quando i collettivi studenteschi agivano come affiliati in altre città.
Vi saranno realtà politiche che saranno ricordate per gli hastag che hanno lanciato come #cambiaverso o #oratoccaanoi, allo stesso modo in cui sono passati alla storia i dorotei, gli studenti della Statale, le madri argentine di Plaza de Mayo o gli egiziani di piazza Tahrir? In fondo anche il movimento interno al PD guidato da Renzi ha avuto nella Stazione Leopolda di Firenze la sua culla, il suo spazio fondativo.
Io sono convinto che la politica e la democrazia non possano fare a meno degli spazi in funzione dei luoghi così come definiti da Torre. Solo nell’agorà il rito pubblico e lo spazio sociale ( del confronto, del conflitto, del dialogo, della mediazione ) si incontrano e si fondono, alimentando l’agire democratico, la produzione di cittadinanza e la costruzione di società.
La stessa “rivoluzione dolce” dell’ottantanove praghese, a cui la foto si riferisce, lo testimonia.
Non appaia, questa, una visione passatista.
I social network, i blog, le dirette in streaming sono una realtà molto positiva nella politica d’oggi. Sono strumenti preziosi e imbattibili per le amministrazioni pubbliche per comunicare in modo capillare e veloce con i propri cittadini, sono utilissimi per i cittadini che si vogliono autorganizzare in rete per risolvere un problema di comune interesse, possono essere straordinari per diffondere informazioni e far maturare opinioni condivise, rendono più trasparente l’agire politico e ne allargano l’accesso in modo potenzialmente infinito, possono documentare fatti che altrimenti potrebbero essere censurati, come nel caso del G8 di Genova.
Sono, dunque, una nuova strumentazione che concorre alla costruzione sociale dei luoghi. Ma possono anche, come osserva Evgeny Morozov, inibire alle società di poter scegliere altre vie di sviluppo da quelle ideologicamente ed economicamente dominanti. Se l’uomo è un animale sociale che ha bisogno delle relazioni con l’altro per esprimere le sue potenzialità di esistenza e di sviluppo, allora gli spazi, gli incontri e le assemblee di persone restano necessari perché mediazione, condivisione, maturazione e selezione delle idee vengono semplicemente cancellate dalla logica dei “mi piace” o del voto in rete con il metro delle cinque stelle.
Banale? Non tanto se si osserva la nevrotica produzione di polemiche pubbliche, per lo più sterili, innescate da battute infelici o da pensieri non meditati a sufficienza che tende a monopolizzare l’universo del discorso pubblico offuscando la possibilità di strutturare quelle letture critiche della realtà in grado di alimentare pratiche politiche e coscienze sociali capaci di rivitalizzare democrazie messe all’angolo dai processi di globalizzazione dell’economia e della finanza. O se si pensa alle comunità virtuali autoreferenziali che si formano e prosperano nella rete, monadi collettive impermeabili al confronto con “l’altro da sé” o alla potenza distruttiva dell’anonimato che diffama e infanga sotto la protezione della irresponsabilità dell’atto e della leggerezza della parola.
Certo con i social network la partecipazione politica ha allargato i contatti, ha affinato e differenziato la sua “accessibilità”, ha garantito la partecipazione diffusa all’assunzione di decisioni. Questo può fondare, di per sé, una nuova democrazia rappresentativa? O può assicurare una democrazia diretta priva di manipolazioni? E’ un fatto che la pratica di assemblee vere, non di raduni organizzati per certificare il consenso a idee e proposte già cotte e digerite, fatica a sopravvivere.
La foto, invece, documenta il vuoto lasciato da un’assemblea di quel tipo perché è un vuoto che vibra ancora di pienezza vitale.
Erano incontri nei quali il linguaggio verbale conviveva con il linguaggio del corpo, con gli odori, con i toni di voce, con l’ascolto dei silenzi e degli umori di un consesso e di una sala.
Non c’erano “slide” di “power point”: si ascoltava e ci si ascoltava, scattava la molla interiore per intervenire nel confronto, si organizzavano e riorganizzavano mentalmente gli argomenti per essere efficaci, si rischiava “l’esprit de l’escalier”, ci si metteva in gioco come persona in una comunità che dibatte, confligge, cerca punti di incontro o seleziona l’opinione prevalente.
La partecipazione era fisica, obbligava all’uso di uno spazio, portava a sentirsi fisicamente e sentimentalmente parte di uno snodo che alimentava la consapevolezza di essere comunità e società.
Una comunità di cui si percepivano i confini e la collocazione nel mondo.E snodi che, per loro natura, non permettevano, nonostante tutti gli sforzi organizzativi, di coinvolgere, o di immaginare di coinvolgere, la totalità dei cittadini o dei potenziali interessati. Si era agli antipodi della “sindrome di Pollicino” che si può vivere di fronte alla rete virtuale e potenzialmente infinita.
Come si era completamente estranei all’idea che qualcuno potesse fare affari trasmettendo quegli incontri, come invece oggi accade alle imprese che promuovono ed organizzano forum di partecipazione politica in rete, Beppe Grillo docet.
I congressi, le manifestazioni di piazza, ovvero i riti che fondano e strutturano il senso di appartenenza, erano i corollari o i coronamenti di questo modo di incontrarsi e di agire politicamente perché esprimevano l’autorevolezza, nel frattempo distillata e condensata, e contribuivano a determinare e a definire l’accaduto intriso di possibilità ( altra efficace locuzione di Torre ).
In quella “rivoluzione dolce” dell’ottantanove praghese c’era la ricerca dell’innovazione della rappresentatività democratica come combustibile della ricerca di nuove culture sociali, nuove pratiche comunitarie, nuove razionalità economiche. Ripensando i fondamenti delle proprie istituzioni nazionali e delle culture condivise che le giustificavano, i praghesi ridefinivano la loro idea di territorio e si proponevano di ricostruire un luogo.
Questa foto è un buona icona per ricordarci che siamo persone che costruendo legami costruiscono luoghi, realtà concrete che danno il senso alla nostra vita e alla nostra umanità. E per avvertirci che le tecnologie della comunicazione sono utili, ma non sono né “stupide”, né neutre.

Favelas di Sao Bernardo Do Campo (di Ernesto Olivero)

Sao Bernardo Do Campo, Brasile, 1995

Sao Bernardo Do Campo, Brasile, 1995

Tra i 18 milioni di abitanti di San Paolo ci sono anche quelli di questa e di tante altre favelas. Non hanno trovato posto nei grattacieli di venti, trenta piani che svettano nella megalopoli, sono stati in qualche modo spinti ai margini, ad abitare terreni incolti, colline disabitate.
Lì sono sorte le baracche di lamiera, senza acqua, luce, fognature a cielo aperto, poi le stanze di muratura, una addossata all’altra. Ognuno ha tirato su la sua stanza accanto agli altri, per usare meno materiale. Le finestre sono feritoie, le porte si aprono sui vicoli stretti, l’elettricità è un filo preso dalla casa del vicino, l’acqua arriva come un prolungamento della casa precedente e così via. È una città nella città per migliaia di persone che qui vivono alla giornata, lottano per la sopravvivenza, cercano con ogni espediente di procurarsi il cibo, le cure, la scuola dei figli.
Di peggio a San Paolo avevo visto solo i corticos, case alveare dove una stanza di cinque metri per cinque, divisa con pareti di fortuna, era casa per due famiglie, senza servizi, e dove lo stesso letto era usato a turno da tanti. Non dimenticherò mai quella casa di tre piani dove vivevano 600 persone, un’umanità che continua a interpellarmi.
Di fronte a immagini come questa, penso alle storie di tanta povera gente, ai bambini che nascono, crescono e spesso muoiono, ai loro padri e alle loro madri, agli anziani. Penso a migliaia di vite che si trascinano senza speranza, condannate a entrare in una banda, a spartirsi le piazze dello spaccio, il business di rapine, estorsioni e accattonaggio. Penso a loro, piango, ma non voglio provare pena. Piuttosto penso a quello che posso fare, al bene che posso costruire, alla speranza che può nascere quando in tanti decidiamo di metterci in gioco, di convertire idee, stili di vita, indifferenza. Non è una favola. Il mondo si può cambiare. Io l’ho visto.