Smorfie (di Clara Cerri e Silvia Lombardo)

Parigi, 2012

Parigi, 2012

“Beninteso, chi di noi due ottiene la parte tira dentro l’altra, eh?” 
Erano arrivate al casting da pochi minuti e questa della Mora era la prima allusione al semplice fatto che non avrebbero potuto ottenere il ruolo tutte e due. Il cinema, come avevano imparato presto, era fatto tutto di attese: attese di un provino, attese che ti richiamino, attese sul set che arrivi il tuo piccolo, insignificante momento. Eppure ce la stavano mettendo tutta. Nel viaggio tra Milano e Parigi, si erano raccontate tutti gli sforzi e i sacrifici fatti per arrivare in gran forma a quel casting. La natura le aveva favorite, trasformando due bimbette goffe per le troppe gambe in due giovani bellezze, merce rara nel loro paesello di mala morte, incastrato a forza nel sud dello Stivale. Insieme, come sempre dalle elementari, erano andate altrove a piallare e rifinire tutto quel ben di Dio per metterlo sul mercato: palestra, estetista, shopping, diete da fame, dizione. Il loro orgoglio era sentirsi dire: “Ma davvero lei viene da ***? Be’, non si vede!”. Ogni tanto sfilavano o comparivano in qualche spot pubblicitario, ma il loro sogno comune era il cinema. “Come te l’immagini questa Nebula?”, chiese la Bionda dopo un po’. Il casting si svolgeva all’aperto, sotto i pilastri di un cavalcavia, quello da cui ti aspetti che il cattivo di un film Marvel afferri le macchine come fossero giocattoli e le scaraventi di sotto. Nessuna delle due, però, si era peritata di leggere il fumetto da cui era tratta la sceneggiatura. Era una roba francese. “Mah… è la cattiva del film: me l’immagino con una tuta aderente rossa, che salta e combatte come in film di kung-fu…”. Il rosso alla Mora, ovviamente, stava meglio. Poi era l’unica delle due che aveva fatto arti marziali. “Be’, potrebbe essere nera, di latex, come quella di Catwoman… e poi no, quali salti? Si muove tutta flessuosa e sexy, come Michelle Pfeiffer”. Quello che continuavano a non spiegarsi era come mai tutte le ragazze presenti al casting fossero, a voler essere buone, così insignificanti. Vestiti banali, facce comuni, capelli alla sperainDio. Nessuna con una 38-40 da modella, alcune proprio grasse, toh! Meglio così: non c’era proprio gara. Proprio in quel momento il box prefabbricato del bagno vomitò fuori un’apparizione. Alta, mora, elegante, i capelli raccolti e tiratissimi, si sedette tra le altre in attesa e si controllò il trucco in uno specchietto. Le due ragazze si sentirono crollare le braccia, la faccia e tutto il resto. “Come non detto, qui ci tocca sfoderare le unghie per avere questo cazzo di ruolo” “Sarà dell’est, figurati!” Lo aveva detto come una supereroina cattiva, una Nebula appunto, sputerebbe fuori con disgusto il nome del buono suo acerrimo nemico. Lo sanno tutti che quelle dell’est hanno sempre quella marcia in più, quell’aura di nonmenefregauncazzo che le rende vincenti a ogni provino. Tanto che il suo telefono squillò, sicuramente era qualcuno che le proponeva un provino d’oro: a loro toccava ingollare ettolitri di aperitivi per arrivare ad avere una soffiata decente.
“Mamma, che si dice? Tutt’a ppooosto?” rispose lei con una ‘o’ talmente larga che le due, magre com’erano, avrebbero potuto caderci dentro. Larga come le bocche che riuscirono a sganciarsi da un ‘oh’ di stupore quel tanto che bastava per articolare un timido: “Ma tu da dove vieni?” “Chi, io? Da ***” un paesino nel raggio di 15 km dal loro! Magari avevano fatto pure le superiori nello stesso istituto. “Anche tu? Ma davveeero?” La ragazza sorride, sentendo aria di casa. “Si sente, eh? Ho fatto dizioone, ma quando parlo con mamma… Volete che vi presto il mio rosseetto? È proprio da cattiva della Marvel!”  
L’assistente alla regia fece un brusco cenno di tacere. Le ragazze vennero divise e le tre si ritrovarono vicine, mentre un ragazzotto pieno di tatuaggi, peli e piercing sistemò le luci attorno a un quadrato di cemento dove presumibilmente si sarebbe svolta l’azione. La compagine meridionale fu chiamata per fare il provino, il regista le guardava in silenzio, senza alzare lo sguardo dal monitor. Ogni tanto sussurrava qualcosa all’orecchio dell’assistente. Da un camion sbucò un gigante obeso con un magliettone sbiadito sulle tette di lardo. Impugnava una specie di enorme tentacolo di spugna rosa shocking e viola e si dirigeva pesante verso le ragazze, trascinando un carrello su cui troneggiava una testa mostruosa, una corazza bozzuta e altri tentacoli di spugna. “Proviamo i prosthetics… i pezzi del costume di Nebula”.
La Mora e la Bionda si videro afflosciarsi a terra come le due torri gemelle, tutti i loro sforzi di essere perfette sepolti da una montagna di bozzi e tentacoli di gomma piuma. Altro che Michelle Pfeiffer! Il francesone si diresse verso la terza ragazza, brandendo una specie di enorme imbracatura. L’assistente si avvicinò. “Dice che l’altezza è perfetta”, riferendosi al regista, assente come una mummia egizia. “Ma saresti disposta a ingrassare 7 o 8 chili?”. La ragazza rimase di stucco, neanche sua nonna si sarebbe permessa di chiederle una cosa del genere. La Bionda pensò al bancomat che aveva smesso di funzionare davanti alla cassa del parrucchiere, nell’ultimo giro prima di partire per Parigi. “Non sarà difficile”, disse alla Mora con una smorfia. “Basterà scendere a casa per un po’…”

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