La grande illusione (di Antonio Funiciello)

Roma, Casa dell'Architetture, 2013

Roma, Casa dell’Architetture, 2013

Ci sono pugni che non vedi partire. Figurarsi arrivare. Se boxi un po’ da ragazzino la prima cosa che t’insegnano è come vedere partire i pugni. Come riconoscerne la traiettoria. Se lo vedi partire, lo puoi forse schivare: una regola base. Anche un portiere deve stare attento a come parte il tiro, s’intende. Ma poi deve anche considerare il vento e l’effetto, e tutte le eventuali deviazioni. E poi c’è la distanza. Nella boxe, invece, se un pugno non lo vedi partire, non lo puoi evitare. Impossibile. Che sia diretto ai fianchi o all’addome, che sia sparato dritto in faccia, se non lo vedi partire, puoi star certo che arriverà a destinazione. E farà male. Malissimo.
Quel giorno alla Casa dell’Architettura eravamo tutti pugili crollati al tappeto come pere secche. Quel giorno alla Casa dell’Architettura, mentre la sinistra italiana subiva la sconfitta più inattesa e clamorosa della sua storia, ci siamo tutti ritrovati a terra per un pugno che non avevamo visto partire. Mentre l’arbitro della storia contava fino a dieci, col suo alito pesante di risentimento su di noi stramazzati a terra, il dolore fisico era insopportabile. Ma soprattutto era insopportabile che quel dolore impedisse di concentrarci, di riflettere, di ripercorre il match e ritrovare il momento esatto in cui il pugno del KO era partito.
Tutti a terra, nessuno escluso. Quelli entusiasti per come avevamo interpretato il match e quelli critici. I conformisti e gli adulatori di professione e gli spiriti liberi. Ortodossi ed eterodossi: tutti giù per terra. E sì che la sinistra italiana s’è inventata una fenomenologia sentimentale della sconfitta. I nostri scrittori, i nostri cantanti, i nostri filosofi hanno scritto romanzi, canzoni, saggi di mille pagine e più sulla sconfitta. E noi li abbiamo letti tutti. Li abbiamo mandati a memoria. Ma quando prendi un pugno in faccia come il pugno che avevamo preso quel giorno alla Casa dell’Architettura, beh… è come se la memoria si azzerasse. Reset. Caput. E – pietà! – qualcuno getti la spugna.
In fondo tutti gli errori, a volte patetici, fatti nei giorni che seguirono la sconfitta, sono stati il frutto della mancata ricognizione intorno a quel colpo. Perché alcuni, dopo il generale sbigottimento, si sono rialzati e hanno fatto finta di niente. Hanno continuato a combattere come se l’arbitro non avesse contato fino a dieci, come se la campanella non avesse decretato la fine del match. Negando di essere finiti al tappeto. Negando di aver preso un pugno sui denti. Negando di avere la faccia tumefatta e di essere costretti a mangiare brodini per un mese.

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