Giro, giro tondo (di Giulia Balducci)

Istanbul, 2012

Istanbul, 2012

“Non è per te che indosso la veste bianca. È per me. Mi piace il suo odore di pulito, e il suono setoso della stoffa contro le gambe mentre cammino, il cerchio perfetto che si apre ai primi passi della rotazione. Non è per te che sistemo il cappello perché non mi cada. È per il “pir”, l’uomo fermo in  mezzo a noi, la nostra guida: lo rende fiero e felice vederci senza difetti, ed è così facile renderlo fiero e felice.
Non è per Dio, la mia danza. Non lo cerco, non lo troverò.
È per te, e per me, e per il “pir” e per tutti quelli che mi guardano in questa stanza. Ti ho visto seduto quando la musica iniziava e ancora potevo vederti chiaramente. Avevi la mano sul mento, e l’espressione distratta e senza fiducia che aveva mio padre quando gli mentivo.
Ora però la tua faccia non è più definita. La tua faccia sono strisce di colore che si fondono con altre strisce, altri volti, altre persone con le loro storie.
Ruoterò finché non avrai più un confine, finché la tua forma sarà confusa con quella di chi ti siede accanto. Ruoterò finché smetterò di vederti come un singolo uomo. Ruoterò finché nella tua faccia senza più forma potrò vedere quella di ogni uomo e ogni donna del mondo, generica e bellissima e amabile e universale. Un volto da guardare senza paura, l’essenza dell’uomo. È questo, in fondo, quello che chiamiamo Dio.
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