Il cugino di Peppino (Paolo Tacconi e Luisanna Benfatto)

Romania, 1989

Romania, 1989

We are everyday robots on our phones

Eppure dietro la rivoluzione tecnologica – quella di 20 anni fa, quella di oggi, quella finale – ci sono uomini e donne. Utenti. A un certo punto il più importante, il più grande, il più bel sito italiano Virgilio.it decise di farsi rappresentare da una foto molto simile a questa. Il bello di Internet, lo slogan. Peppino un vecchio, che ha visto la vita, l’immagine.

In the process of getting home

L’uomo della foto esiste, e non è più un simbolo, una figura retorica, è diventato l’utente,dicendo due cose, quindi. Primo, che in Internet c’è bello e brutto. Secondo, che è bello ciò che piace. Quindi che tutto è bello e tutto e brutto, lui lo decide. Il Peppino di oggi ha il 31% di probabilità di avere uno smartphone. Si farà un selfie coi nipotini poiché il legame tra generazioni, baby boomers e millennials, sarà anche detto e fatto di tag, like, share.

Looking like standing stones – Out there on our own

Tra 20 anni conterà solo chi Internet lo fa. Per gli altri, basterà uno smartphone. Una vita in un tap.

Smorfie (di Clara Cerri e Silvia Lombardo)

Parigi, 2012

Parigi, 2012

“Beninteso, chi di noi due ottiene la parte tira dentro l’altra, eh?” 
Erano arrivate al casting da pochi minuti e questa della Mora era la prima allusione al semplice fatto che non avrebbero potuto ottenere il ruolo tutte e due. Il cinema, come avevano imparato presto, era fatto tutto di attese: attese di un provino, attese che ti richiamino, attese sul set che arrivi il tuo piccolo, insignificante momento. Eppure ce la stavano mettendo tutta. Nel viaggio tra Milano e Parigi, si erano raccontate tutti gli sforzi e i sacrifici fatti per arrivare in gran forma a quel casting. La natura le aveva favorite, trasformando due bimbette goffe per le troppe gambe in due giovani bellezze, merce rara nel loro paesello di mala morte, incastrato a forza nel sud dello Stivale. Insieme, come sempre dalle elementari, erano andate altrove a piallare e rifinire tutto quel ben di Dio per metterlo sul mercato: palestra, estetista, shopping, diete da fame, dizione. Il loro orgoglio era sentirsi dire: “Ma davvero lei viene da ***? Be’, non si vede!”. Ogni tanto sfilavano o comparivano in qualche spot pubblicitario, ma il loro sogno comune era il cinema. “Come te l’immagini questa Nebula?”, chiese la Bionda dopo un po’. Il casting si svolgeva all’aperto, sotto i pilastri di un cavalcavia, quello da cui ti aspetti che il cattivo di un film Marvel afferri le macchine come fossero giocattoli e le scaraventi di sotto. Nessuna delle due, però, si era peritata di leggere il fumetto da cui era tratta la sceneggiatura. Era una roba francese. “Mah… è la cattiva del film: me l’immagino con una tuta aderente rossa, che salta e combatte come in film di kung-fu…”. Il rosso alla Mora, ovviamente, stava meglio. Poi era l’unica delle due che aveva fatto arti marziali. “Be’, potrebbe essere nera, di latex, come quella di Catwoman… e poi no, quali salti? Si muove tutta flessuosa e sexy, come Michelle Pfeiffer”. Quello che continuavano a non spiegarsi era come mai tutte le ragazze presenti al casting fossero, a voler essere buone, così insignificanti. Vestiti banali, facce comuni, capelli alla sperainDio. Nessuna con una 38-40 da modella, alcune proprio grasse, toh! Meglio così: non c’era proprio gara. Proprio in quel momento il box prefabbricato del bagno vomitò fuori un’apparizione. Alta, mora, elegante, i capelli raccolti e tiratissimi, si sedette tra le altre in attesa e si controllò il trucco in uno specchietto. Le due ragazze si sentirono crollare le braccia, la faccia e tutto il resto. “Come non detto, qui ci tocca sfoderare le unghie per avere questo cazzo di ruolo” “Sarà dell’est, figurati!” Lo aveva detto come una supereroina cattiva, una Nebula appunto, sputerebbe fuori con disgusto il nome del buono suo acerrimo nemico. Lo sanno tutti che quelle dell’est hanno sempre quella marcia in più, quell’aura di nonmenefregauncazzo che le rende vincenti a ogni provino. Tanto che il suo telefono squillò, sicuramente era qualcuno che le proponeva un provino d’oro: a loro toccava ingollare ettolitri di aperitivi per arrivare ad avere una soffiata decente.
“Mamma, che si dice? Tutt’a ppooosto?” rispose lei con una ‘o’ talmente larga che le due, magre com’erano, avrebbero potuto caderci dentro. Larga come le bocche che riuscirono a sganciarsi da un ‘oh’ di stupore quel tanto che bastava per articolare un timido: “Ma tu da dove vieni?” “Chi, io? Da ***” un paesino nel raggio di 15 km dal loro! Magari avevano fatto pure le superiori nello stesso istituto. “Anche tu? Ma davveeero?” La ragazza sorride, sentendo aria di casa. “Si sente, eh? Ho fatto dizioone, ma quando parlo con mamma… Volete che vi presto il mio rosseetto? È proprio da cattiva della Marvel!”  
L’assistente alla regia fece un brusco cenno di tacere. Le ragazze vennero divise e le tre si ritrovarono vicine, mentre un ragazzotto pieno di tatuaggi, peli e piercing sistemò le luci attorno a un quadrato di cemento dove presumibilmente si sarebbe svolta l’azione. La compagine meridionale fu chiamata per fare il provino, il regista le guardava in silenzio, senza alzare lo sguardo dal monitor. Ogni tanto sussurrava qualcosa all’orecchio dell’assistente. Da un camion sbucò un gigante obeso con un magliettone sbiadito sulle tette di lardo. Impugnava una specie di enorme tentacolo di spugna rosa shocking e viola e si dirigeva pesante verso le ragazze, trascinando un carrello su cui troneggiava una testa mostruosa, una corazza bozzuta e altri tentacoli di spugna. “Proviamo i prosthetics… i pezzi del costume di Nebula”.
La Mora e la Bionda si videro afflosciarsi a terra come le due torri gemelle, tutti i loro sforzi di essere perfette sepolti da una montagna di bozzi e tentacoli di gomma piuma. Altro che Michelle Pfeiffer! Il francesone si diresse verso la terza ragazza, brandendo una specie di enorme imbracatura. L’assistente si avvicinò. “Dice che l’altezza è perfetta”, riferendosi al regista, assente come una mummia egizia. “Ma saresti disposta a ingrassare 7 o 8 chili?”. La ragazza rimase di stucco, neanche sua nonna si sarebbe permessa di chiederle una cosa del genere. La Bionda pensò al bancomat che aveva smesso di funzionare davanti alla cassa del parrucchiere, nell’ultimo giro prima di partire per Parigi. “Non sarà difficile”, disse alla Mora con una smorfia. “Basterà scendere a casa per un po’…”

La grande illusione (di Antonio Funiciello)

Roma, Casa dell'Architetture, 2013

Roma, Casa dell’Architetture, 2013

Ci sono pugni che non vedi partire. Figurarsi arrivare. Se boxi un po’ da ragazzino la prima cosa che t’insegnano è come vedere partire i pugni. Come riconoscerne la traiettoria. Se lo vedi partire, lo puoi forse schivare: una regola base. Anche un portiere deve stare attento a come parte il tiro, s’intende. Ma poi deve anche considerare il vento e l’effetto, e tutte le eventuali deviazioni. E poi c’è la distanza. Nella boxe, invece, se un pugno non lo vedi partire, non lo puoi evitare. Impossibile. Che sia diretto ai fianchi o all’addome, che sia sparato dritto in faccia, se non lo vedi partire, puoi star certo che arriverà a destinazione. E farà male. Malissimo.
Quel giorno alla Casa dell’Architettura eravamo tutti pugili crollati al tappeto come pere secche. Quel giorno alla Casa dell’Architettura, mentre la sinistra italiana subiva la sconfitta più inattesa e clamorosa della sua storia, ci siamo tutti ritrovati a terra per un pugno che non avevamo visto partire. Mentre l’arbitro della storia contava fino a dieci, col suo alito pesante di risentimento su di noi stramazzati a terra, il dolore fisico era insopportabile. Ma soprattutto era insopportabile che quel dolore impedisse di concentrarci, di riflettere, di ripercorre il match e ritrovare il momento esatto in cui il pugno del KO era partito.
Tutti a terra, nessuno escluso. Quelli entusiasti per come avevamo interpretato il match e quelli critici. I conformisti e gli adulatori di professione e gli spiriti liberi. Ortodossi ed eterodossi: tutti giù per terra. E sì che la sinistra italiana s’è inventata una fenomenologia sentimentale della sconfitta. I nostri scrittori, i nostri cantanti, i nostri filosofi hanno scritto romanzi, canzoni, saggi di mille pagine e più sulla sconfitta. E noi li abbiamo letti tutti. Li abbiamo mandati a memoria. Ma quando prendi un pugno in faccia come il pugno che avevamo preso quel giorno alla Casa dell’Architettura, beh… è come se la memoria si azzerasse. Reset. Caput. E – pietà! – qualcuno getti la spugna.
In fondo tutti gli errori, a volte patetici, fatti nei giorni che seguirono la sconfitta, sono stati il frutto della mancata ricognizione intorno a quel colpo. Perché alcuni, dopo il generale sbigottimento, si sono rialzati e hanno fatto finta di niente. Hanno continuato a combattere come se l’arbitro non avesse contato fino a dieci, come se la campanella non avesse decretato la fine del match. Negando di essere finiti al tappeto. Negando di aver preso un pugno sui denti. Negando di avere la faccia tumefatta e di essere costretti a mangiare brodini per un mese.

Cavalletto (di Stefano Genovese)

Milano, 2013

Milano, 2013

E anche questo week end andrà a finire come gli altri, ci giurerei, potessi cascare secca qui per terra: e una volta doveva lavorare al Piano Industriale da consegnare il lunedi, e un’altra volta c’era la convention dei dipendenti aziendali alla fiera di Rho, un’altra volta faceva un po’ freddo e non se l’è sentita.. Alla fine lo so: non si esce mai, si rimane a casa e si fanno solo dei gran progetti: la prossima estate andremo.., poi faremo.., ..ti comprerò questo, ti comprerò quello…
Al massimo arriviamo al bar il sabato mattina, vediamo i suoi amici e mi tiene lì a sentire le loro cazzate, “io facevo tutto corso Como su una ruota, se non me lo chiudevano pedonale te lo rifacevo adesso..”, “io invece facevo proprio fino al casello di Como su una ruota, e smontavo anche quella davanti, per non sbagliare..”.
E poi, vedeste come si concia?! Quando l’ho visto per la prima volta era appena uscito dal lavoro, vestito bene, mi era sembrato anche molto carino.. quando è venuto a prendermi per la prima volta, invece, avrei dovuto cominciare ad avere dei sospetti. Sembrava il giustiziere della notte: gilet di pelle, borchie, teschi… Ma il massimo della vergogna l’ho provata due mesi fa. Era fine agosto, viene a prendermi per andare al solito bar. Mi viene incontro sorridente, maglietta nera, sobria, piccolo marchio HD. Stavolta neanche male, dico tra me. Mi passa accanto, monta in sella e sulla schiena mi appare una enorme scritta bianca: “if you read this, the bitch has fallen”. Non ci ho visto più. Ma quanto sarà sfigato, ‘sto qui?!
Tra l’altro, avessi mica capito che lavoro fa…? Si dà un sacco di arie, quando parla del suo ruolo…”Io qui, io li, il capo mi ha detto, poi gli ho risposto…” La verità è che non mi sembra uno che conti un granchè. D’altra parte non sono mai stata molto fortunata, con gli uomini. In particolare con voi italiani. Ce ne fosse mai stato uno che mi abbia capita davvero. Eppure non ci vuole una laurea in psicologia: sono nata a Milwaukee molti anni fa, e sono fatta così: non corro, non mi piego, non freno neanche con le bastonate. Punto. Sono nata per andare dritta sui grandi rettilinei degli States, per andare da un motel a un drive in, dove mi annuncio a distanza di chilometri facendo un gran casino. So andare soprattutto dritta, cavolo, dritta! Invece qui da voi la domenica mi portano a fare il giro in collina, al lago, qualcuno si avventura sui passi in montagna… (Di solito lo fanno solo per raccontarlo al bar, qualcuno più pratico finge di averlo fatto davvero). Ve lo dico una volta per tutte: le curve non mi piacciono, mi fanno sentir male, il lago mi fa tristezza e farmi superare dalle motociclette vere mi umilia anche un po’. Mettiamoci d’accordo: si resta al bar, voi dite quel che volete ai vostri amici, che siamo stati pure a Capo Nord in maglietta e gilet di pelle, eccetera. Io farò finta di non aver sentito. 

Dove ci sono garofani e cannella (di Roberto Roscani)

Brazile 1995 - Parati

Brasile 1995 – Paraty

Prima ancora delle immagini arrivano gli odori. Vecchie case coloniali, una città davanti al mare sdraiata tra due fiumi. Punge l’odore di cannella, più leggero quello dei garofani. Sopra a tutti l’odore del cacao. Jorge Amado aveva due passioni, anzi tre. La prima era il suo Brasile, la seconda erano le donne (è difficile che uno scrittore scriva romanzi che hanno al centro delle eroine donne, lui l’ha sempre fatto, segno che le amava davvero). La terza passione era il comunismo. Ma questo è un altro discorso e ci porterebbe lontano come portò lontano Jorge, esule a Parigi a Praga, persino a Mosca.
L’immagine in fondo è semplice: una piccola chiesa bianca senza troppi fronzoli, un campanile, quelle addolciture rotonde a ricordarci che siamo in Brasile. Una casa ancora più piccola. Una strada di terra battuta, vecchi pali della luce di legno, come quelli che c’erano qui da noi negli anni cinquanta. Parati o Paraty era famosa come porto dell’oro nel Cinquecento, raccontano che la città è tanto bassa sul libvello del mare che quando cresce la marea l’acqua risale le strade che diventano canali. Quello splendore da galeoni e da impero portoghese non c’è più da tanto tempo.
Nella foto neanche una persona, anzi no, ce n’è una piccola, piccolissima, indistinguibile. Jorge Aamado era un genio e anche un padre. Gabriela garofano e cannella (il titolo della foto viene da lì) faceva parte dei libri che lui chiamava del ciclo del cacao. Il cacao era l’oro brasiliano. Colonnelli, pistoleri, delinquenti e persino un arabo c’erano in quelle pagine. Marquez le aveva bevute da ragazzo e lo raccontava riconoscendo i debiti. Altri no, ma i debiti c’erano ugualmente.
Parati sta a sud, sotto Rio. Ha un cielo bellissimo e increspato, palme e tetti di tegole che servono per spartire la pioggia. Ha il sapore di un luogo dove si potrebbe passare la vita, non da turisti. Forse a cercare Gabriela. Magari senza trovarla, ma il profumo dei garofani e della cannella ci potrà consolare.

Il lavoro del tintore (di Giancarlo Pelucchi)

My beautiful picture

My beautiful picture

Vasche per la concia delle pelli, giovani uomini che entrano o escono senza protezioni, senza scarpe. Vasche piene di acidi, coloranti. Che emanano un fetore insopportabile. Mi ricordano i racconti delle mie zie, operaie dei cappellifici di Monza, all’inizio del secolo scorso. Monza, la capitale dei cappelli di moda, una città ricca già allora. Ma ancora obbligata a convivere e fare i conti col lavoro manuale, con le operaie e gli operai. Anche perché confinata, anzi appiccicata, a Sesto San Giovanni: le donne nei cappellifici, gli uomini in Breda, in Falck, alle Marelli. Mio padre ha messo piede in Breda a 12 anni, dopo 4 anni di lavori come garzone del fornaio, e poi in piccole fabbriche di Sesto. E a me ha sempre raccontato di quell’incontro con la Breda come se fosse entrato all’inferno: l’altoforno, i laminatoi, le trafile, i magli e le presse. Fuoco, fumo, terra che trema… Acciaio incandescente in tutte le forme che occupa tutti gli spazi e che feriva, tagliava, uccideva.
Ma gli incubi che hanno popolato la sua infanzia, e anche la vita adulta, non era la fabbrica enorme e cattiva che pure tanti operai mutilava o uccideva: erano le vasche dove lavoravano le sue sorelle che aveva visto, settimo di una famiglia numerosa, accompagnandole da bambino nei cappellifici.
Persino da adulto sognava che io e mio fratello cadevamo nelle vasche della concia: lui provava a tirarci fuori, ma erano troppo profonde! Non sapeva nuotare: entrava e provava a tirarci fuori con le gambe ma gli sfuggivamo…
Mi è capitato di vederle quelle vasche nei paesi poveri che ho visitato ma anche in alcune periferie italiane, dove i cicli di vita di quegli impianti: investimenti, apertura, chiusura, sono sempre più rapidi. Scappando dalle ispezioni delle ASL, dell’INPS, dalle lotte sindacali per uno stipendio sicuro, condizioni di lavoro dignitose e sicure. E quando si spostano lasciano zone devastate e inquinate. Persone malate.
Storie del ‘900 ma anche dell’oggi, che spiegano, al di là della retorica, del bisogno di lavorare, della durezza materiale e delle costrizioni a cui milioni di persone sono costrette, della necessità di organizzare il lavoro dignitoso, sicuro. Anche oggi.

Tutti i colori del verde (di Claudia Castellucci)

Marocco, 1990

Marocco, 1990

Quando Claudio mi ha chiesto di raccontare la sua foto ne sono stata contenta.
Molto tempo fa abbiamo condiviso una quotidianità fatta di utopie e qualche velleità. Eravamo giovani, forse troppo ingenui, ma veri.
Ho trovato bello che, attraversando la distanza degli anni, mi chiedesse una cosa tanto personale;  che, mettendo a nudo un pezzo di sé, mi mostrasse la sua sensibilità e mi chiedesse di fare altrettanto.
Non so perché abbia scelto per me questa foto (ammesso che ci sia una ragione), ma è curioso dato che il Marocco è un paese a cui sono legata da ricordi belli e amicizie importanti.
Con quella “bruciatura” di luce al centro la foto è incongrua.  I colori sono alterati da quella sovraesposizione;  il verde (forse dell’Atlante) diventa un colore metafisico che non identifica uno spazio geografico preciso ma uno stato dell’anima.
Il verde è quiete, equilibrio, armonia? A me in questa foto colpisce il giallo.
Ovviamente non so quale fosse lo stato d’animo di Claudio quando la scattò, né perché abbia deciso di intitolarla in questo modo, ma se nella foto prevalesse il verde prevarrebbe la  staticità. L’armonia deve per forza essere statica… chi vorrebbe allontanarsi da un senso di appagatezza dell’anima?!?..
Ma ecco il giallo… l’energia dissonante è esternata, e con essa nervosismo e vitalità, solitudine,  grandezza d’animo e fragilità.
Questo mi evoca il Marocco di Claudio,  che poi non è altro che il luogo della sua anima.

Giro, giro tondo (di Giulia Balducci)

Istanbul, 2012

Istanbul, 2012

“Non è per te che indosso la veste bianca. È per me. Mi piace il suo odore di pulito, e il suono setoso della stoffa contro le gambe mentre cammino, il cerchio perfetto che si apre ai primi passi della rotazione. Non è per te che sistemo il cappello perché non mi cada. È per il “pir”, l’uomo fermo in  mezzo a noi, la nostra guida: lo rende fiero e felice vederci senza difetti, ed è così facile renderlo fiero e felice.
Non è per Dio, la mia danza. Non lo cerco, non lo troverò.
È per te, e per me, e per il “pir” e per tutti quelli che mi guardano in questa stanza. Ti ho visto seduto quando la musica iniziava e ancora potevo vederti chiaramente. Avevi la mano sul mento, e l’espressione distratta e senza fiducia che aveva mio padre quando gli mentivo.
Ora però la tua faccia non è più definita. La tua faccia sono strisce di colore che si fondono con altre strisce, altri volti, altre persone con le loro storie.
Ruoterò finché non avrai più un confine, finché la tua forma sarà confusa con quella di chi ti siede accanto. Ruoterò finché smetterò di vederti come un singolo uomo. Ruoterò finché nella tua faccia senza più forma potrò vedere quella di ogni uomo e ogni donna del mondo, generica e bellissima e amabile e universale. Un volto da guardare senza paura, l’essenza dell’uomo. È questo, in fondo, quello che chiamiamo Dio.