Eresia (di Anna Pariani)

Roma, 2010

Roma, 2010

Non sopportano neppure il mio sguardo. Ora si sono inventati questo muro di immagini e parole per nascondere la loro colpa. Più di 400 anni e ancora brucia in loro il rimorso. Hanno costruito case, cattedrali, teologie e filosofie per annegare il semplice annuncio della mia verità.

Sono io l’inquisizione ora. I loro trucchi, veli a nascondere edifici di falsità, non mi svieranno dal cammino sicuro. Non c’è Dio in queste immagini, perché non c’è Natura. Io guardo le loro invenzioni, vedo l’Uomo che sfida l’Assoluto.
Resto qui immobile, inchiodato al mio destino, unica realtà possibile quella dell’annuncio, della denuncia. Loro passano, creano, costruiscono, smontano, inventano, ma io rimango per sempre, testimone della divinità della Natura.
Sapranno cercare la Verità? Sapranno guardare sotto la superficie di questi teli leggeri, sottili e ingannevoli? C’è ancora molto da scoprire se si guarda in direzione del vero, oltre il filo dell’orizzonte.

Porto di Honfleur (di Marta Manuelli)

Honfleur, Breatgna, 1987

Honfleur, Breatgna, 1987

… Un’estata ad Honfleur, ero con Florance: in attesa di Agate. Era il 1998. Lunghe chiacchierate. Passeggiate. La mostra di Boudin. Mangiate di ostriche e champagne  (… solo che loro lo rovinano con l’amaretto di Saronno). La mia scoperta di sorbetto di mela verde e calvados.

Il carico (di Marco Dini)

Messico, 1993

Messico, 1993

Ho passato un bel po’ di tempo di fronte alla foto. Purtroppo non conosco quel mondo, quei ritmi, quei colori, piú di quello que ho visto nei film o letto nei romanzi di A. Aguilar Camín. Eppure la foto si ha smosso ricordi che pensavo smarriti, perché in Messico ci ho vissuto. Ma il mio Messico é (o era) esattamente l’opposto di ció che vedo riflesso nell’immagine. Per una forma di contrappasso, mi ricordo del Zocalo con nubi nere in un pomeriggio d’agosto, di edifici infiniti e di ingorghi impossibili. Ma poi penso che il Messico, per quel che ho visto o intuito é proprio questo, un insieme di contrasti di luci e ombre, di modernitá e tradizione, di frenesia e serenitá. Una continuitá senza un reale equilibrio che ogni tanto esplode mostrando tensioni e problemi irrisolti …
Temo che tutto questo non ti serva molto, ma per andare piú a fondo avrei bisogno di piú tempo, …molto piú tempo, e ora sono in partenza, per visitare ancora una volta questo mondo strano e straordinario.

La capra (di Alfredo Antonaros)

Il Cairo, Egitto, 1994

Il Cairo, Egitto, 1994

Oggi, ad esempio, il nostro pullman ha forato. In pieno deserto. Due ore di sosta. I miei compagni di viaggio, per la prima volta, si sono guardati attorno. Toccano la sabbia, studiano i sassi che raccolgono da terra. Scrutano il cielo. E’ che a volte gli inconvenienti fanno meglio delle semplificazioni. Il turista è un mammifero che progredisce nella complessità. Ci poteva almeno succedere davanti a un bar, fa uno. La guida dice di fare attenzione a scorpioni e rettili. E ora che ci facciamo in mezzo al deserto?, domanda una ragazza che s’è già stancata di guardare. Qui non c’è niente, dice. C’è il panorama, replica uno. E’ disabitato, una noia, insiste lei. Vorrebbe stendere l’ asciugamano sull’ asfalto, incremarsi la faccia e sdraiarsi al sole, ma gli scorpioni, appunto. Si stappano lattine di birra e ci si continua a lamentare di questa seccatura. Davanti alla gomma sgonfia ci guardiamo con le mani in tasca. Ora che finalmente abbiamo davanti la vacanza vera, con un sacco di  tempo e di spazio tutti per noi, non sappiamo che farcene. E’ che in comitiva spesso mete, itinerari, deserti, praterie, sono pretesti. E adesso quanto ci toccherà starcene qui?, domandano le due che hanno scelto l’abbronzatura sull’asfalto e il bus inclinato, il silenzio e quei corpi immobili danno la sensazione di una catastrofe stradale. Alcuni ridono e bevono birra davanti alla gomma sgonfia. Altri fingono di divertirsi. Sanno che potrebbe essere il  momento per conoscersi meglio. C’è una vecchietta che sta all’ombra del pullman. Nessuno le bada. Durante il viaggio mi ha parlato molto di sé. E’ una di quelle che usa le chiacchiere per nascondersi meglio. Io ho fatto altrettanto. La guida cerca di tranquillizzarci. Fuma e non si rassegna a tacere. Vorrebbe spiegare il deserto e la storia di questa stradaccia dove si fora facilmente. Penso che il peggio del turismo è certamente la pedagogia, l’obbligo ad imparare e insegnare e ascoltare e saperne sempre delle nuove.  Passano nuvole bianche che viaggiano per andare a scatenare un temporale da qualche parte, sull’altro lato del mondo. Raccolti attorno alla gomma bucata non abbiamo un gran che da dirci. La coppia di ciechi che viaggia con noi picchietta la sabbia coi bastoncini bianchi, esplora il territorio. Ma com’è questo deserto?, domanda lui dietro gli occhiali quando viene a raggiungerci accanto alla gomma. Piatto, largo, megalomane. Soprattutto immobile, gli risponde la ragazza scocciata che si è unta con la crema abbronzante.  Meglio salire in pullman, dice l’autista, fuori è troppo caldo. La guida distribuisce lattine di birra. No, non preoccupatevi, tra un po’ arriva il meccanico, dice la guida. L’ autista che è sceso ad orinare nel deserto. Con la testa china e le gambe aperte, ci volta le spalle come non volesse più saperne di noi. I due ragazzini, i più giovani del gruppo, vorrebbero rintanarsi in fondo al bus per qualche coccola ma i bevitori di birra hanno già occupato l’area. Scendono anche loro e vanno a cercarsi un posto tranquillo tra le dune. La guida vorrebbe spiegarci l’ origine geologica di questa zona. I due seduti davanti le dicono di fare la cuccia. Che tanto della geologia non importa un cazzo a nessuno. Poi è sempre la stessa solfa, strati su strati, come per le lasagne.
Un viaggio in comitiva è un laboratorio in cui si può sperimentare in modo scientifico che ogni idea intelligente produce, innanzitutto, l’ effetto collaterale di un coglione che apre bocca per opporsi comunque, dice la guida, mentre scende offesa dal pullman. L’ autista, che ha appena finito di orinare, chiama due scalmanate che, arrancando nella sabbia, stanno allontanandosi verso le dune. Non vuole si allontanino troppo. C’è tensione. Il cieco tira fuori l’ armonica a bocca e attacca con un vecchio motivo. Sa che la musica fa bene ai nervi.  La moglie lo accompagna canticchiandoci sopra. L’ effetto è pessimo. Per fortuna quello col cappello da cow-boy – è l’ astemio del branco, succhia solo, da giorni, integratori con vitamine e minerali e, nonostante ciò, sembra il più sballato del branco – s’accorge che siamo giunti al momento magico per le sue barzellette. Richiama l’attenzione tuonando una parolaccia. La reazione è istantanea. In cinque o sei gli si assiepano attorno e pendono dalle sue labbra. Sanno che è simpatico. In gruppo, di solito, il livello della conversazione si conforma  sempre al più ottuso, nel rispetto della regola che il più idiota ha  sempre ragione. In comitiva la va così: purtroppo non c’è niente di peggio dei tipi simpatici ad ogni costo e del loro contrario: i delusi del posto, prima ancora di arrivare. Gente che andrebbe tenuta alla larga, comunque, anche  quando  vivono la felicità di un momento, perché sono una specie di colibatterio. Tanto che – circa  le cause di diarree, caghette, imbarazzi eccetera – sai subito con chi prendertela. Tutta colpa loro, mica del cibo. Il cieco mi posa una mano sulla spalla, a lei piace il blues?, mi domanda. Lo fa proprio nel momento in cui stavo chiedendomi come ho fatto a capitare tra questo gruppo di pazzi. Nello stesso esatto momento in cui sento una mano che mi afferra la coscia. Mi stringe, sale sempre più su. Non può che essere lei. Guardo la mia vecchietta. E’ proprio lei. Mi sorride. Strizza l’occhio. Per fortuna, nello stesso istante, compare dal nulla, un ragazzino arabo con una capra tra le braccia. Sono piovuti qui dal nulla. Mi alzo. Vado loro incontro. Sorrido. Benvenuti, gli dico.