Le paysan (di Paolo Montroni)

Borgogna, 1986

Borgogna, 1986

Si facevano cose stravaganti, da giovani. Quel viaggio, per esempio, fu creato aggregando le persone all’ultimo momento. Eravamo in una età in cui tutto o quasi era ancora in divenire. Oggi sono decisamente un’altra persona, nè migliore nè peggiore, mentre il paesaggio probabilmente è immutato.

La solitudine dei numeri primi (di Emanuele Menietti)

Milano, 2013 (iPhone)

Milano, 2013 (iPhone)

Girò incerto intorno ai tavoli della sala deserta per qualche minuto, poi si fece coraggio e si avvicinò al palco, dove c’era l’acuto oratore che era riuscito a invitare per una conferenza dopo avere insistito per mesi. Con molto imbarazzo, comunicò all’ospite che non sarebbe arrivato nessuno: si erano tutti fermati nella sala vicina per vedere un concorso di bellezza di gattini. Seduto sulla sua poltroncina nera, il fine oratore continuò a curarsi delle cose che succedevano sullo schermo del suo computer, senza dare alcuna importanza a ciò che gli era stato appena detto. Fu lasciato solo, mentre continuava a pigiare tasti e a cliccare cose. Nessuno ebbe più il coraggio di dirgli qualcosa, nemmeno il tizio delle pulizie che era entrato qualche ore dopo nella sala per passare l’aspirapolvere, un tipo solitamente così ciarliero e loquace. Poi vennero a togliere le sedie. Poi vennero per le tovaglie rosse, per i tavoli. Infine tolsero le altre poltroncine dal palco. E alla fine anche il ronzio dei neon smise di fare compagnia al sagace oratore.
C’è chi racconta che sia ancora là, che abbia scoperto qualcosa su quel computer, ma che non abbia ancora trovato qualcuno cui valga la pena di raccontarlo.

Lucido (di Fausto Gimondi)

Londra, 2014 (iPhone)

Londra, 2014 (iPhone)

Noio vulevon savuar dov’è finita la nebbia milanese e la pioggia londinese. L’archetipo #totòpeppiniano si dissolve, non solo per il global warming,  modificando i paesaggi del nostro immaginario, anche di quello quotidiano. Il quotidiano del nuovo pendolarismo europeo che sposta torpedoni alati low-cost tra il grigio di due città che inseguono reciprocamente un meteo non più tipico.
Come a Milano la nebbia, a Londra la pioggia: che non è vera, che non è più quella di una volta. Come il futuro.
E ancora Londra, più che Milano, a mitigare nuovi metereopatismi al ritmo della città che velocemente cambia.
La città civile, democratica, consapevole, multirazziale, mutevole e paradossalmente, ancora, classista.
Con la pioggia coreografica, morbida, rassicurante come gli uffici della City e di Canary Warf.
Ma anche più in là a St Martin-in-the-Fileds, dove Claudio ha fissato un’immagine della sua Londra.
Un buon salotto, prevedibile e sorprendente, dove piace stare, fare, amare: bello, pulito.
Di più.
Lucido.

La grande attesa (di Paolo Fedeli)

New York, 2012

New York, 2012

Aspettare lo stesso treno, magari andando nello stesso luogo.
Ma non parlarsi, ignorarsi. Neanche scambiare un’opinione oppure un’informazione.
Ognuno con la sua storia, i suoi percorsi, i suoi problemi, i suoi sogni, le sue sconfitte.
Ognuno prigioniero del suo compagno di viaggio, il proprio microcosmo: lo smartphone, il tablet, l’ipod, la bottiglia di Coca Cola…
Sembra la sinistra, quella sinistra che abbiamo finora conosciuto: sempre frammentata, spesso litigiosa o rancorosa, talvolta poco generosa.
E sempre, questo si,  in attesa dell’attesa.
Sarebbe proprio ora che arrivasse questo benedetto treno, anche se in ritardo

Quando la banda passò (di Enrico Menduni)

Civita Castellana, 2014

Civita Castellana, 2014

Paul Strand, fotografo americano, guidato da Cesare Zavattini percorse le strade di Luzzara, un borgo padano, e fotografò la sua gente. C’è qualcosa di Strand in questo scatto, scandito da note che sembrano provenire da tempi lontani.
Il nostro occhio cammina insieme alla banda, iniziando il suo percorso in lontananza: prima si perde nel bianco, poi si ritrova facendosi largo tra i costumi che sanno di antico, le ombre scure e i profili armonici degli edifici. Lo sguardo prosegue poi a sinistra, sfiorando la curva lastricata sino a imbattersi, girato l’angolo, in una statica contemporaneità. Ne è un segno la donna col cappotto scuro, che, mani in tasca, guarda verso un punto a noi ignoto, uno sconosciuto futuro.
La quinta verticale sulla quale si staglia la donna ha uno sfondo chiaro, che arricchisce la composizione con un gioco di chiaroscuri.
Mentre attendiamo che la banda passi, la fantasia può, per gioco, attraversare il tempo con lo sguardo.

Oriente/Occidente (di Rita Manaresi)

Sumbawa, Indonesia, 1992

Sumbawa, Indonesia, 1992

Rifornimento in mezzo alla jungla Indonesiana sotto lo sguardo timido e incuriosito dei bambini. L’atmosfera è tranquilla e rilassata in armonia con la natura rigogliosa che incornicia la scena. Vien voglia di fermarsi sotto il grande albero ad aspettare che cambi la luce e spuntino le stelle.

La partita (di Rudi Ghedini)

Sao Bernardo Do Campo, Sau Paulo, Brasile, 1996

Sao Bernardo Do Campo, Sau Paulo, Brasile, 1996

Si può giocare sempre e ovunque: ecco a cosa mi fa pensare questa foto.
Si può giocare a calcio con qualunque oggetto che rotola, qualunque tipo di scarpe e di terreno, non vediamo le porte, le immagino fatte con due copertoni o qualche mattone raccattato in un cantiere lì vicino. Mi stupirei, se ci fosse la traversa, sono sicuro che non c’è la rete: dopo ogni gol, qualcuno dovrà andare a recuperarlo, il pallone.
Perpendicolare, micidiale, la miseria incombe: la favela cresce su stessa, fin quasi a coprire il cielo, disordinata e densa di un’umanità invisibile, punteggiata dalle immancabili antenne televisive.
Ma la tenuta da gara è elegante, il bordo colorato dei calzoncini e il numero sulla schiena fanno capire qualcosa dell’identificazione fra Calcio e Brasile, e ancor più sintomatico è il gesto rituale in cui sono impegnati i due protagonisti al centro dell’immagine.
Un confronto diretto, un duello cavalleresco, un’incruenta sfida al’OK Corral.
Un dribbling.

Con il gallo, prima della battaglia (di Luigi Zanda)

Bali, 1992

Bali, 1992

La fotografia in bianco e nero rende la realtà con una forza ideale che difficilmente il colore riesce a raggiungere.
Questa immagine in bianco e nero mostra un uomo che, chino sul suo gallo, gli sfiora con la mano sinistra il becco, rivelando un rapporto di affetto intimità fisica.
Ma c’è un ma. È un gallo da combattimento che il padrone sta per mandare al massacro!
Il combattimento tra galli non è solo un residuo delle tante mostruosità create dall’uomo in giro nel pineta. È anche una metafora della nostra vita, del nostro combattimento quotidiano nella scuola, nel lavoro, nella politica, nella società, persino nella famiglia e nell’amore.
Alla legge naturale del più forte, alla competizione vitale e al combattimento, in tutte le sue innumerevoli forme, positive e negative, l’evoluzione dell’uomo è riuscita sinora a contrapporre una linea immateriale di confine: la cultura e la legge.
Al potere della forza, possiamo solo opporre ragione, educazione, democrazia e, soprattutto, regole condivise. In altre parole, alla violenza dobbiamo opporre la buona politica, intesa come scuola del rapporto tra gli uomini, come regolatore dei rapporti di convivenza.
Il perimetro e gli obiettivi della politica sono quelli della società da migliorare, non un ring per galli da combattimento in un’arena satura dell’odore dei soldi.

La strada del quartiere copto (di Mauro Angeloni)

Il Cairo, 1994

Il Cairo, 1994

Mi sembra d’essere seduto qui da quando sono nato. Vergine beata, tu mi sei testimone. E anche tu, figlio bello col sorriso da sfinge. Mai ho smesso di aspettare i clienti, e il destino, accovacciato in fondo a questo pozzo. Tanti sono passati, uscendo dalla messa, senza voltarsi. Qualcuno si è fermato a salutarmi: “Sempre qui stai, fratello? La Madonna ti protegga”, “Gesù t’accompagni, fratello”.  Altri hanno domandato guardandomi dall’alto: “Quanto costa?”, “Un biglietto 50 piastre, 3 biglietti una lira”. La cara donna che poco fa ne ha comprato uno non ha neanche chiesto: “Che si vince, padre?”.  Avrei risposto: “Il Paradiso, la libertà, mia colomba”. Lei forse avrebbe detto con dolcezza: “Sei sicuro?” guardando in alto verso quel cielo che s’intravede appena, bianco e denso come latte cagliato. “Sicuro – avrei risposto io con sguardo di sfinge sbirciando la madre e il figlio sopra la mia testa – Il primo premio è un viaggio, sorella. Se lo vinci puoi raggiungere i cugini a Parigi o a Roma. E se vuoi potrai restare là pure tu. Non guardarmi male fratello, la fortuna è come il fiore del deserto che fiorisce solo per qualche ora dopo le piogge. Tu non lo hai colto, tua moglie sì. E lei forse vincerà il primo premio”.
Beata Vergine del Paradiso che tieni Dio stesso in grembo, dimmi: che ne sa del destino l’uomo che ora cammina due passi avanti alla sua donna? Con chi piangerà quando lei alla fine tornerà e lo troverà ancora più vecchio e triste? E tu Madre Santa, tu che regni qui su topi e spazzatura, cosa gli risponderai quando ti pregherà di ricondurla a lui in nome di una vita passata insieme a passeggiare dopo il lavoro, dopo la messa, dopo l’amore? Tu lo tratterai come un mendicante, come lui ha trattato me per tutti questi anni. Gli donerai un’elemosina di speranza con cui andrà avanti, come me, fino a quando potrà.

Strumenti di rappresentazione (di Mannes Laffi)

Roma, 2014

Roma, 2014

Miltos Manetas è un pittore che utilizza il mondo della tecnologia digitale, computer, video, smartphone, joystick, cavi e accessori vari come soggetto della propria pittura.
Nei suoi quadri indaga come le persone interagiscono con gli strumenti della comunicazione contemporanea, ritraendo donne, uomini o gruppi davanti a un computer o mentre utilizzano un telefonino o autoritratti su un display di cellulare in una moderna versione del mito di Narciso. Una rappresentazione in pittura della vita quotidiana ai tempi della rivoluzione tecnologica, culturale e antropologica degli ultimi ventanni.
Questa fotografia (realizzata anch’essa con smartphone) è la sintesi, come solo la fotografia può fare, del lavoro di Manetas: in primo piano gli strumenti del pittore classico con pennelli, diluenti, tubetti, tele, disegni su muro e in secondo piano, ma in una prospettiva centrale, un gruppo di persone davanti all’icona dei personal computer, un Apple Imac 27″, che nasconde il volto di chi lo sta utilizzando (l’artista?).
Un computer come strumento per dipingere quadri che hanno come soggetto i computer stessi e il mondo digitale, un corto circuito di segni e significati, di alta e bassa tecnologia, metafora della complessità quotidiana che cerchiamo continuamente di capire o, come Manetas, di rappresentare.