L’occhio di Van Gogh (di Lorenzo Marabini)

Milano, 2013 (iPhone)

Milano, 2013 (iPhone)

Ti vedo eppure mi sfuggi. Come fa la gente a vivere serenamente (quando puo’)se solo avesse un minimo barlume di consapevolezza che la “realta’” non e’ che un processo creativo, miseramente umano, di trasfigurazione? Il giallo e il blu non esistono. Eppure anch’io mi son fidato di loro una volta.

Prima della Grande Bellezza (di Marco Di Maio)

Roma, 2012 (iPhone)

Roma, 2012 (iPhone)

Ci sono due versioni di Roma che colpiscono più di tutto il resto una persona che comincia a viverci e lavorarci quotidianamente: quella stereotipata e fissata nell’immaginario collettivo, e quella reale. Due facce della stessa città che questa foto ben rappresenta. Da un lato il fascino e la seduzione dei grandi monumenti, della vita notturna, dell’eternità della sua storia, dei suoi palazzi, dei suoi luoghi più suggestivi; dall’altro l’effimera immagine di una città che non riesce più ad essere all’altezza della sua storia, che cerca di adeguarsi ai tempi in modo pacchiano, con l’ostentazione di un’opulenza che non c’è (o non c’è più), nel vano tentativo di nascondere la decadenza che ormai è nei fatti ed evidente anche agli sguardi meno attenti. Tuttavia è proprio ciò che sta sullo sfondo di quella limousine che ci dà lo stimolo, lo slancio e la speranza di un riscatto: gli archi del Colosseo, che stanno lì a simboleggiare il patrimonio infinito di questa Italia inconsapevole di se stessa, di ciò che è stata e di ciò che può essere. Se è vero quel che ebbe a dire Fedor Dostojevskij, e cioè che “la bellezza salverà il mondo”, allora Roma e l’Italia ce la possono fare. E la sensazione che si vive stando qui è che ci vuole solo un po’ di amor proprio e tanta volontà per sconfiggere la decadenza e meritarci un futuro rigoglioso.

Lo squalo (di Anna Kanakis)

Sao Bernardo Do Campo, Brasile, 1996

Sao Bernardo Do Campo, Brasile, 1996

” Lo squalo” ha il sorriso di un bimbo accarezzato dal sole che tutto mostra.
Il sorriso è assoluto.
Sorridono gli occhi.
Le guance.
Il naso.
I denti d’infanzia.
Osservo il fango che impasta le piccole dita e mi domando:
E’ frutto di un gioco innocente, o è sosta in un luogo malsano?
Il morso della tenerezza mi strazia l’anima.

L’Artista (di Paolo Ruffini)

Sermoneta, LT, 2014

Sermoneta, LT, 2014

Quanti anni avrà? E cosa sta guardando?
Non è giovane, no. Nemmeno vecchio.
Invecchiato, forse. Dalla vita.
Sembra uscito da un quadro di Caravaggio.
Dritto sul busto. Immobile. Sotto un arco di pietre antiche.
Avvolto nei suoi vestiti e nei suoi pensieri.
Nelle troppe cose che ha visto, e che devono essergli rimaste dentro.
Non guarda. Pensa. O forse cerca qualcosa, al di là dello sguardo, da imprimere nella memoria. Sua e di chi invece guarda lui.
Non parla, tace.
Chi sa cosa hanno visto i suoi occhi. E cosa porta nella tracolla, tra le sue cose.
Quello che vede non lo sa dire. Chiuso nei suoi pensieri. Svuotato e poi riempito dai suoi pensieri; e della sua arte. Trasformato dalle cose che ha visto.
Lascia che a parlare siano le immagini, quelle che ha dipinto; e quella che ha costruito di sé, invecchiandosi. Come questa che lo ritrae assorto.
Foto di un artista. Un maestro dunque.
Maestro di cosa? Di domande più che di risposte.
Di silenzio più che di parole.
Non so perché ma vedendolo mi tornano in mente le parole che Vassily Grossman mette in bocca al vecchio Ikonnikov prigioniero in un Lager, in Vita e destino: “In che cosa consiste il bene? A chi lo si fa? E chi o fa? Nel corso dei millenni le teorie dei maestri dell’etica e della filosofia hanno portato a una limitazione del concetto di bene…Il bene dei primi cristiani, il bene degli uomini tutti venne sostituito dal bene dei soli cristiani, a cui si affiancava il bene dei mussulmani, degli ebrei. Passarono i secoli, e il bene dei cristiani si scisse nel bene dei cattolici, e dei protestanti e degli ortodossi…Poi è toccato al bene dei ricchi e a quello dei poveri, e in fine al bene dei gialli, dei neri, dei bianchi. E così scissione dopo scissione sono nati il bene di una setta, di una razza, o di una classe; e coloro che si trovavano oltre la linea chiusa del cerchio non ne erano parte…”

Palmira dall’alto (di Deborah Bergamini)

My beautiful picture

Palmira, Siria, 1996

Un miraggio, un’oasi nel deserto, un cuore fatto di storia e cultura. Così si rivela ai miei occhi, in questa foto, la città di Palmira. Colta alle luci del mattino, come una giovane donna appena sveglia, questa antica città, considerata non a caso la sposa del deserto, evoca la bellezza decadente dei ruderi e dei paesaggi dimenticati, ma senza malinconia. Perché la bellezza resta e trionfa.
Nonostante abbia attraversato duemila anni di storia, Palmira è ancora palpitante di vita, preziosa testimone della vitalità dell’ingegno umano che ne aveva fatto lo snodo fondamentale tra l’Occidente e l’Oriente. Animati dal via vai delle auto, i resti della gloria che fu sembrano indifferenti alla modernità roboante, e visto che il serpente di asfalto corre tagliando in due il sito archeologico, sembra che la dinamica del tempo si sia ribaltata: non è l’antico a fare capolino nel moderno ma è la vita quotidiana a costituire una vivace interruzione tra la fissa maestosità della storia.
E così Palmira è lì, sobria, immobile nell’eternità di un tempo mitico, a sedurre lo sguardo con il suo fascino misterioso e i giochi di luce dei suoi colonnati, delle sue torri, dei suoi templi. A guardare questo luogo, che ha resistito alle guerre e ai terremoti, impossibile non lasciare andare la fantasia, non immaginare per ogni spazio e per ogni pietra posata a terra, un racconto unico al mondo, fatto di scambi commerciali, di battaglie eroiche, di viaggi di carovane. È la magia delle città antiche: quella di avere una straordinaria capacità narrativa. Chi vive a Roma, come me, sa bene cosa vuole dire ogni giorno avere la sensazione di attraversare la Storia, di toccarla, di ammirarla, di “calpestarla” persino.
Da donna impegnata in politica, non posso fare a meno di pensare che in Siria è in atto il massacro di una intera civiltà: delle persone, dei cittadini inermi che la compongono e poi anche della memoria, come nel caso di Palmira che, dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, rischia di essere distrutta dalla guerra. Sta alla comunità internazionale non lasciare che Palmira, già assediata come tante altre città della Siria, sia abbandonata ad un triste destino.

La Studentessa (di Michela Cescon)

M'Boro, Senegal, 2010

M’Boro, Senegal, 2010

Cosa stai guardando? Sei lì da un po’ o ti sei appena affacciata? Sei lì per noi, per uno scatto rubato o quello è un luogo dove ti trovi spesso a passare, e ti fermi per guardare fuori? Immagino davanti a te una distesa libera dai colori accecanti, un bianco giallo separato da un cielo azzurro, di un azzurro unico come quando i bambini scelgono un pennarello e con solo quello colorano lo spazio attorno al sole.
Ma tu non guardi lontano. Lo spazio aperto non ti riguarda. Lo sguardo è fermo concentrato, serio, sei giovane e i tuoi occhi potrebbero essere occhi di un volto adulto. Vorrei venirti davanti, accennare un piccolo sorriso e certa che mi rispondi scoprire la luce del tuo volto che si apre.
Con rispetto per scrivere queste righe mi sono fermata davanti a te e mi sono affezionata ai tuoi tratti. Ora chiudo l’immagine e ti ricordo racchiusa come dentro ad una freccia con la punta rivolta in avanti.

Come un sigillo (di Amedeo Balbi)

New York, 1988

New York, 1988

Alto e basso non esistono. L’universo non ha un sopra e un sotto. Sono concetti che hanno senso solo per creature che vivono attaccate alla superficie di un pianeta. La forza di gravità definisce una direzione verticale, quella lungo cui precipitano gli oggetti. Noi esseri umani lottiamo con la verticalità dalla nascita, prima alzandoci in piedi, poi provando per quanto possiamo a sottrarci al suo dominio: siamo radicati a terra ma guardiamo verso il cielo, scaliamo montagne, costruiamo grattacieli e macchine per volare.
Quando ho visto questa foto per la prima volta — le ombre radenti, l’assenza del cielo, la mancanza di punti di riferimento verticali — ho provato un certo disorientamento. Il mio senso dell’alto e del basso è stato messo in discussione. Allora ho pensato agli astronauti, affrancati dall’illusione del sopra e del sotto, galleggianti liberamente nel vuoto. Mi hanno raccontato di una di loro che, durante la sua prima passeggiata fuori della Stazione Spaziale, dovendosi spostare lungo un braccio metallico che si protendeva verso la Terra, ha provato per un attimo la vertigine di quel precipizio, e l’ha superata fingendo che il braccio fosse orizzontale e lei dovesse spostarsi di lato. La scelta, in fondo, era del tutto legittima.
Ma qui lo spazio non c’entra: siamo a New York. E allora ho pensato a un’altra cosa: ho pensato a Spiderman, appeso sotto un cornicione, al tramonto, in una pausa tra un salto con la ragnatela e l’altro. Si guarda intorno, a testa in giù, qualcosa attira la sua attenzione, e allora tira fuori la macchinetta (Peter Parker è un fotografo!) e scatta. Chissà cosa avrà attivato il suo senso di ragno.