Come se ci fosse Pasolini (di Daniele Vicari)

Daniele Vicari - Come se ci fosse Pasolini, Roma, 2014
Non ci crederai ma io questo ragazzo l’ho incontrato, giuro! Ero con mia figlia e una sua amichetta al parco della Caffarella la settimana scorsa. Le sue pecore ci hanno costretto a spostarci. Le pecore si portano dietro una nuvola di puzza e insetti che nel cuore della città normalmente non sperimentiamo. Chissà se è un macedone, un kossovaro o un rumeno, oppure un ragazzo dell’appennino laziale. Chissà… non fa differenza. Quel ragazzo è lo stesso che ho incontrato sul Gran Sasso nel 1998 quando ho realizzato un doc sulla condizione dei pastori sulle montagne abruzzesi. E’ lo stesso che dormiva all’addiaccio nella Barbagia di Gavino Ledda. E’ mio padre che dormiva da solo di notte sul monte Cervia. Quel ragazzo magari non è nemmeno povero, magari è semplicemente un pastore che noi consideriamo povero perché pascola pecore nel parco e non ha una bella tuta da running da 300 euro. Quel ragazzo è al tempo stesso tutte le nostre colpe, la nostra superficialità, i nostri pregiudizi e la nostra invidia per una vita magari un po’ puzzolente ma sàpida. Una cosa è certa: nessuno di noi immagina di essere quel ragazzo li, ma questo è un grave errore. Imperdonabile.

La Statua della Libertà (di Ritanna Armeni)

Parigi, 2011

Parigi, 2011

In Aquitania, a poche centinaia di metri dall’ imponente estuario della Gironda, in una località chiamata Pointe Grave c’è un monumento nascosto nella vegetazione delle dune, una lastra di marmo che guarda l’Atlantico. Quella lastra ricorda il punto  in cui il marchese La Fayette e pochi altri volontari lasciarono la Francia per raggiungere l’America e combattere per la libertà della nuova nazione che si ribellava ai colonizzatori europei. Quel monumento, distrutto dai nazisti,  fu ricostruito dopo la liberazione e, anche se davvero in pochi arrivano fra i cespugli di quelle dune, continua a testimoniare con orgoglio che da lì, da quella costa europea e francese è partito il battello di chi credeva nella libertà. Il nuovo mondo è nato con l’aiuto di quello antico.

Dall’altra parte dell’Atlantico, di fronte alle dune francesi, c’è la statua simbolo degli Stati Uniti d’America, la grande Libertà alta 93 metri che, con la sua fiaccola sempre accesa e tesa sull’oceano, annuncia  ai viaggiatori l’arrivo nella grande nazione americana. E’ stata progettata da un francese, Frédéric Auguste Bartholdi e, grande imponente, suggestiva pare negare ogni importazione. Il suo messaggio è chiaro. Il marchese La Fayette ritornando indietro ha  portato in una Europa  dominata dagli antichi regimi il germe del nuovo mondo, l’insegnamento, l’ideale che veniva dall ‘altra costa dell”oceano. Il mondo nuovo la sua libertà se l’è costruita da solo, con coraggio e nella solitudine e ora con fiamma alta nel cielo è pronto ad illuminare tutto il resto del pianeta.
A rigore di date, il messaggio contiene una sua verità. La rivoluzione americana ha preceduto di qualche anno quella francese. La Libertè è un prodotto di importazione per una Europa che era dominata da antichi e dispotici regimi. 
Ed ecco che proprio nella vecchia Europa a Parigi su un’isola della Senna, vicino al pont de Grenelle, nelle  vicinanze del vecchio laboratorio di Bartholdi, si erge maestosa un’altra statua della Libertà. Ha tre anni di meno di quella americana, è meno imponente, ma  guarda verso l’oceano Atlantico, verso la sua “sorella maggiore” nel porto di New York. La grande Francia rivendica: la fiamma della libertà nella vecchia Europa brilla con una luce autonoma, perché qui è nata. E anche se per difenderla ha avuto bisogno settant’anni fa delle truppe alleate sbarcate in Normandia oggi la preserva nel suo significato più autentico, quello che la lega  alla Fraternitè e all’Egalitè.

E’ una bella battaglia quella che si combatte da secoli tra  le due coste dell’Atlantico per avere la primogenitura della Libertà.

Quando una statua della Libertà anche sul Pacifico? Quando si potrà scattare una foto come questa che guarda verso l’Asia da Vancouver, per esempio?  Quando si potrà vedere quella fiamma arrivando dal mare in Cina? Ci sono territori sterminati in questo pianeta che hanno ancora bisogno di quella fiaccola.

Stanco (di Stefano Pistolini)

California, 1995

California, 1995

In un posto così, lungo la linea malferma della frontiera sud degli Stati Uniti col Messico, m’è successa la cosa più stupida che può accaderti laggiù. Sono rimasto senza benzina. Ci sono troppi distributori, dappertutto, così rassicuranti da farti sempre rinviare la fermata per il pieno. Poi, al momento del bisogno, spariscono. E ti ritrovi come uno stupido, sulla strada che conduce alle città yin e yang, Calexico e Mexicali, col serbatoio vuoto e la voglia di sbattere la testa sul volante. Per fortuna, se fai un cenno al bordo della strada, là si fermano subito per capire di cosa hai bisogno. Infatti, la prima macchina che passa, un pickup male in arnese, inchioda a pochi metri da me. Scende un uomo anziano, cappello a falda larga, baffi bianchi, jeans, camicia chiara. Bastano due parole e parte il pragmatismo americano: non ti preoccupare, ti accompagno alla pompa e ti fai dare una tanica di benzina. Poi ti riaccompagno qua. Non ho da fare. Quando comincio a profondermi in ringraziamenti, taglia corto: non è un disturbo, stavo andando in paese a vedere se c’è qualche diavolo in giro. Per sdebitarti, mi offrirai un caffè, you’ll buy me a coffee. Arriviamo alla stazione di servizio, provvede a farsi dare un contenitore e a farlo riempire con dieci dollari di benzina. Torniamo alla macchina, prende un’imbuto dal pianale e la travasa senza farne cadere una goccia, io dietro che guardo. Quando ha finito, vorrei offrirgli il pranzo. Glielo dico, si toglie il cappello, si gratta la testa e risponde che con quel caldo ha voglia solo di caffè, per birre e burritos meglio aspettare sera. Lo seguo, di nuovo verso il paese e parcheggio accanto a lui a un diner. Entriamo, c’è una donna grassa al bancone e un paio di avventori solitari. Ci mettiamo in un separé, ordina il caffè e comincia a parlare. E’ di questo che ha voglia. Qualcuno che l’ascolti. Anche uno straniero sconosciuto. Parla lentamente, con lunghe pause, durante le quali percorre l’ambiente con lo sguardo. Si chiama Jay, sulla settantina, in pensione, trent’anni nell’ufficio dello sceriffo, prima di pattuglia, poi alle scartoffie. Però, tutta la sua vita è rimasta impigliata ai diciotto mesi passati in guerra, spedito in Vietnam, subito in prima linea. Rievoca quei giorni in modo sconnesso, frammentario, senza interpellarmi. Passa in rassegna nomi di compagni e di luoghi che non ha scordato: dove morì quello, dove andò a un passo dal lasciarci la pelle, dove passava i weekend nelle retrovie, con le ragazze del posto. Non ha mai capito perché fosse finito laggiù, a far cosa e perché. C’è andato perché gliel’hanno ordinato e l’America è così, sei tu da solo, ma sei parte del tutto. Racconta, poi le parole si diradano. Alla fine si riscuote, io sto in silenzio di fronte a lui, ho perso il senso del tempo. Si scusa, dice che quando gli capita di ricordare, non si ferma più. Dice che a questo punto il caffè lo deve pagare lui. Io m’inalbero. No. Almeno il caffè. Grazie per le confidenze. Sono incontri così, che valgono la pena. Lui annuisce, per un momento pare commosso. Ciascuno rimonta sulla sua macchina. Partiamo in due direzioni diverse.