Azione (di Carlo Annese)

Roma, 2010

Roma, 2010

Adesso la lascio scorrere e poi la colpisco di prima. Mentre Marco mi passava la palla, ho dato una rapida occhiata in avanti, verso la porta: il portiere sta pensando ai fatti suoi, non s’aspetta che io cerchi di tirare al volo in porta. E sbaglia. Poveretto.
Lo so, non dovrei farlo, l’allenatore non vuole. “Devi essere più disciplinato, devi stare nel gioco”, mi dice sempre. Ma cos’è la disciplina? È la morte della fantasia. È darla a destra quando puoi fare un altro dribbling, inventarti una cosa che non c’è, immaginare un compagno che arriva all’improvviso da dietro perché ti legge nel pensiero e la mette dentro di testa e tu non ti senti più solo. È mamma che dice che devo fare i compiti perché non vuole che diventi ignorante come tutti i calciatori. Primo: i compiti si fanno perché servono a capire, non perché si è obbligati a farli, e io ho ancora troppe cose da capire per rinunciare così presto. Secondo: io non voglio fare il calciatore. Nè il medico né l’ingegnere, come papà. Io voglio suonare il basso in un gruppo. Il mio gruppo: Laterale sinistro, si chiamerà, perché di lato, da fuori, le cose si vedono meglio che standoci in mezzo. Ma questo, a mamma, è meglio che non lo dico.
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