La Casina delle civette (di Virna Gioiellieri)

Roma, 2013 (iPhone)

Roma, 2013 (iPhone)

La casina delle civette, si erge all’interno del parco di Villa Torlonia. Più precisamente è uno degli edifici della tenuta dei Torlonia, un tempo, prima che lo sviluppo della città di Roma la inglobasse con un affaccio sulla “nuova” via Nomentana,  sita in zona campestre. Oggi ospita il museo del vetro d’arte con diversi lavori in stile liberty realizzati dai grandi maestri della tradizione vetraia romana, il cui centro nevralgico era la bottega del maestro vetraio Cesare Picchiarini. Oltre alle splendide vetrate del villino, realizzate su disegni di un gruppo di artisti aggregati attorno al laboratorio di Picchiarini, come Cambelotti, Grassi, Paschetto e Botazzi, sono esposti i disegni, non meno belli, su cui sono state realizzate le opere in vetro. Piccoli capolavori di squisita bellezza, la cui minuziosa osservazione trasmette il senso pieno di armonia e di equilibrio che si presenta quando si è in intimo e totale contatto con la Natura. Sì perché la disposizione dei  motivi vegetali e floreali e degli animali (il più delle volte volatili) sulle strutture architettoniche disegnate dalla matita, riesce, con la complicità del gusto e degli abbinamenti cromatici, a riprodurre l’armonia e l’equilibrio che si trovano in Natura. I disegni, riprodotti su vetro, creano un’atmosfera particolare, quasi eterea che i colori, che filtrano la luce, proiettano all’interno delle stanze, rendendole cangianti, in un divenire che segue il mutare della luce del giorno fino a scemare nell’oscurità delle tenebre.

La Casina delle Civette è un luogo di confine. Di confine fra il giorno e la notte, la luce e l’oscurità, la dimensione materiale e quella siderale, il quotidiano e lo spazio cosmico, la realtà interiore e quella esterna. Vista di giorno, come appare nella foto, sembra dormire. Un mondo dormiente che si desta al crepuscolo e nell’oscurità si anima della sua vera natura, quando, inaccessibile ai visitatori e agli estranei non ammette intrusi a turbare la vita interna. Così percepita, sembra uno scrigno destinato a conservare un mistero, quello dell’unico, solitario, ultimo abitante, il Principe Giovanni Torlonia Jr. la cui presenza aleggia e si avverte ancora nelle stanze. Un edificio dalla doppia vita o se si preferisce, una vita dimezzata che, dopo la dipartita del suo unico occupante, pare essere il prezzo rassegnato del dopo Principe, svanito nelle tenebre. E del resto il principe aveva un occhio con cui vedeva la luce, l’altro, perduto a seguito di una caduta a cavallo, era stato rimpiazzato da un occhio di vetro , condannato all’oscurità. E’ nell’oscurità che la Casina delle civette dà il meglio di sé nel creare un effetto sensazionale. Spunta con le sue guglie quasi all’improvviso sul finire del vialetto di accesso intitolato a Tiziano Terzani (guarda caso) e sulle prime ricorda la casa indimenticata che termina sulla collinetta nel film“Psyco”  di Hitchcock. Le luci che illuminano le finestre hanno un’aria sinistra accentuata dalla vetrata a fianco dell’ingresso dove due civette dagli occhi rossi e fissi paiono osservare i dintorni guardinghe e vigili. Un biglietto da visita inequivocabile che suona come un avvertimento. Una sensazione di sospensione fa il passo circospetto mentre la mente vola al mistero.
La residenza, che il Principe aveva scelto per sé fra i tanti edifici della tenuta dei Torlonia, è lo specchio della sua personalità.  Massone, amante della scienza e degli studi astrali (del resto lo stemma dei Torlonia reca una stella cometa in campo blu scolpita in pietra in uno degli angoli dei muri esterni di accesso), attratto dall’esoterismo, spirito solitario e burbero, afflitto dagli acciacchi e dai malesseri fisici, schivo e refrattario alle relazioni, misantropo,  il Principe era soggetto assai misterioso. Pochissimo si sa di lui se non che viveva solo, attorniato dalla servitù che alloggiava in un’ala del villino; uomo di gusti eleganti e raffinati, fu nominato Senatore del Regno e poi, qualche mese prima di morire nel 1938, Ministro di Stato da Mussolini che, come noto, occupava Villa Torlonia su sua concessione, ma fra i quali, tuttavia, intercorrevano rari rapporti.
La struttura esterna della Casina delle civette è originalissima con la sua varietà di forme geometriche, di torrette, balconcini e guglie che ne fanno la struttura più insolita dell’intera tenuta Torlonia, conferendole quell’aria misteriosa e anche un po’ fiabesca che desta meraviglia e curiosità. “La piacevole impressione di un’armonica confusione”, come la definisce Eraldo Pistoni già custode di Villa Torlonia e autore del libro “Villa Torlonia e Mussolini” l’unico testo che si conosce sulla tenuta dei Torlonia e che descrive minuziosamente il Parco e gli edifici che lo popolano, ai tempi di Mussolini e del Principe Giovanni. Pistoni descrive con dovizia di particolari le specie vegetali che al tempo ricoprivano completamente il Villino delle Civette che, immagino, sortissero un effetto ancora più misterioso e quasi spiritico.
Internamente  è un luogo parlante, che dice attraverso  i simboli di cui i pavimenti, le decorazioni delle pareti e dei soffitti sono impregnati.  Abbinati con grande raffinatezza e gusto, quasi femminili, producono un risultato unico e di grande armonia. La prima volta che ci ho messo piede era giorno e ho percorso le piccole stanze in un’atmosfera di sospensione.  Qui il tempo pare, infatti, essere sospeso. Ho percorso e ripercorso le stanze avvertendo una presenza inafferrabile, incognita, misteriosa. Ci sono tornata di sera, quando , avvolta nell’oscurità, più che la struttura solida si  percepiscono le linee ed i contorni delle guglie e delle torrette stagliate contro il cielo rischiarato dalla luna. Un effetto un po’ sinistro e al contempo attraente, che rigetta nel senso di mistero. Ma il mistero non è solo sensazione. Vive nei simboli che caratterizzano questo edificio, per lo più soggetti, figure e forme che si trovano in Natura e che la cultura dell’Uomo nel corso dei secoli ha utilizzato ed interpretato per indagare il senso della vita e del suo percorso e per rappresentare le sue aspirazioni e tensioni. Le civette che attualmente danno il nome all’edificio (un tempo denominato “Capanna svizzera” per i tetti spioventi  progettati dall’architetto Jappelli) paiono essere gli animali guardiani del villino. Rappresentati nella vetrata accanto all’ingresso realizzata su disegno di Duilio Cambelotti, come quasi tutte le vetrate dell’edificio, suonano come un avvertimento. Poco più avanti le ritroviamo nel capitello di una colonna che precede un portale sovrastato da un bassorilievo in ceramica che ritrae una coppia di gufi con un nido abitato dai piccoli e sotto il quale campeggia la scritta “Sapienza e solitudine”, il motto del Principe. Athena Noctua, la signora delle tenebre, un animale che vede nel buio, come i pipistrelli che, nella stanza da letto del Principe, formano un cerchio al centro del cielo stellato del soffitto. Un invito a vedere nel buio, ad indagare l’incognito, ciò che, sconosciuto, va scoperto e conosciuto in un percorso di conoscenza che fa luce sul lato misterioso della vita, della nascita, dell’inconscio , della realtà interiore. Oltrepassare l’ingresso della Casina delle Civette è il gesto con cui si osa addentrarsi in questa dimensione.  Una dimensione che sta oltre la luce e vive nella luce rivelatrice dei numerosi simboli che accompagnano nel percorso, un percorso di pensiero e di riflessione. La chiocciola è un’altra creatura naturale presente sia all’esterno che all’interno della casina. Sulla balconata esterna dell’edificio in marmo di Carrara, in stucco e in legno nella stanza dei Satiri, il pensatoio, dove il Principe soleva ritirarsi a riflettere. Simbolo esoterico, rappresenta il sentiero graduale col procedere lento, la consapevolezza con le antenne vigili , il mistero della vita con la spirale del guscio che rinvia alla matematica universale e si ritrova nelle simbologie più antiche evocative della fertilità come nel mito della Dea. La rosa compare in diversi ambienti della Casina. Simbolo massonico, alchemico, la si ritrova come elemento decorativo nelle vetrate del balcone delle rose, negli stucchi e nelle vetrate del Fumoir e nel salottino delle 24 ore che ne decorano il perimetro ottagonale circondando le figure femminili seminude che rappresentano le ore. La rosa a 5 petali è il simbolo e il sigillo del Silenzio e della riservatezza. Rappresenta l’evoluzione spirituale dell’Uomo. Questo spazio del villino è intriso di magia, uno spazio particolare dove letteralmente il tempo sembra sospeso, con le sue vetrate attraverso cui filtra la luce che cambia nell’arco della giornata conferendogli un aspetto sempre diverso. A punteggiare la decorazione del perimetro da cui si estende il soffitto, la Fenice in stucco, ad ali aperte che sembra vigilare sulla magia dell’atmosfera di questo spazio. Suggestiva e impattante, la stanza delle Rondini, con la sua vetrata realizzata nel 1914 dal Laboratorio Picchiarini. Qui le rondini sembrano animate da un volo fissato nel tempo che si anima in una bellissima armonia cromatica. Ancora il volo, una tensione alla leggerezza, all’assottigliamento  dello spessore materico fino a disperdersi nella trasparenza dell’aria. Una sensazione che si ripropone nelle vetrate che accompagnano la scala di uscita con gli uccelli migratori, volatili che devono la loro sopravvivenza al raggiungimento di un altrove.

Qualche tempo fa un’artista, Antonia Ciampi, ha allestito una mostra di sue opere da titolo significativo: “L’archivio dei sogni”, dove il sogno, si pone, fra i vari significati assunti, come ponte fra l’attualità del luogo e lo spirito del Principe. Le opere, tutte realizzate site specific, dialogano con un’efficacia straordinaria e geniale con i luoghi della casa. L’effetto rende immediatamente tangibile la sospensione del tempo, spazio comune delle opere stesse e del  luogo. Sembrano echeggiare i rintocchi dei tanti orologi dislocati nelle stanze che, narra Eraldo Pistoni, si avvicendavano uno dopo l’altro e mai nello stesso istante.
“L’archivio dei sogni” rende esplicito lo spiritus loci con la complicità del Principe che si aggira per le stanze evocato dalle opere dislocate nel percorso della casa, in perfetta connessione con  lo spirito degli ambienti. Nella hall una valigia aperta invita ad un viaggio immaginario e straordinariamente concreto. Una partenza, o forse un arrivo. Comunque sia, un viaggio li comprende entrambi, è una questione di sequenza. Nella stanza da pranzo è comparso un webtable. La ragnatela imprigionata nel vetro a sfondo rigorosamente bianco, come i dischi di ceramica che un tempo davano luce alla stanza adornando le pareti lignee, è l’architettura di un passato, qui immortalato. Evoca il respiro e il lavoro del ragno per assicurarsi il nutrimento. La ragnatela che cattura, che trattiene, come si trattiene il cibo per assicurarsi il dopo; la ragnatela che cattura, attrattiva, inducendo all’indugio, come nell’ attardarsi in un raccoglimento conviviale nell’intimità di un desco. E così accade : non si può fare a meno di affacciarsi alla ragnatela e di sostare se pur per poco attorno al tavolo che la imprigiona. Più oltre la stanza dei trifogli, simbolo celtico che rappresenta le tre forze della Natura: terra, acqua , aria. Qui una nicchia nella parete voluta dal Principe è ritornata ad essere abitata da un divanetto viola (com’era un tempo). Una memoria che rivive nelle note di Tosca e riempiono la stanza di un’inaspettata rianimazione. Nel Fumoir ecco apparire il Principe: l’ombra compare fra due poltroncine che accolgono due cuscini parlanti. Un bastone da passeggio ne materializza la presenza che risuona di una voce profonda venuta da un altrove:
“Sono un uomo generato da un uomo, nato da una donna/credo al Grande Architetto dell’Universo/al sogno del firmamento/l’Arte, l’Arte/ ermetica verità/miglioramento dell’uomo/…mistero/magia…/geloso segreto./e’ bello incontrarsi/tra uomini liberi/nell’alchimia della vita.”
Una voce che trafigge e svanisce in un brivido.
Nella stanza da letto un vestito bianco si intravede dall’anta semiaperta di un armadio d’epoca. Vista inquietante che cade nel cassetto aperto in cui è riportata una frase: “Un’ombra di luce, il solco invisibile dell’anima che accarezza le stelle”. Sotto la spalliera del letto un cuscino autoritratto bianco con scritta bianca impercettibile, come i pensieri e i sogni notturni che qui rimangono impigliati. Il salottino delle 24 ore è divenuto il luogo delle riflessioni. Una cascata di piccoli specchi nei quali sono imprigionati elementi naturali e che riflettono la luce cangiante delle ore della giornata, che a sua volte riflette sul muro per tornare al luogo originario della riflessione scomponendo la luce nei colori dell’iride. Una danza di luci fra le rose che sembra dar vita alla danza delle ore fanciulle. Riflessioni che si riflettono in un infinito gioco angolare senza via di fuga.
Il silenzio e la solitudine dell’uovo cosmico, unità primordiale dell’essere nella Stanza delle rondini è un incontro col tema della nascita e del nido qui riprodotto in un’installazione di piume bianche fra le quali una piuma azzurra evoca l’inizio della vita e l’aspirazione al volo. La conquista del volo è la conquista di libertà che vive in una gabbia dallo sportellino aperto collocata su una teca occupata quasi interamente da altre piume, quelle che gli uccelli migratori perdono nella fatica del volo, un prezzo pagato al raggiungimento dell’altrove. Siamo nello Studio del Principe, la stanza del chiodo, dove un’altra installazione ne riproduce l’elegante grafia di una lettera realmente scritta. Ancora piume, questa volta di pavone. Una sola, nel segno del Bramante collocata nella Stanza dei ciclamini.  Più in là un grosso cristallo, la pietra magica, simbolo di trasparenza, di veggenza sul passato e sul futuro si riflette sulla vetrata della fata specchiata nel vetro notturno della Stanza della fata. Effetto magico ed esoterico della luce che evoca lo spirito.
All’uscita una ragnatela invita ad una via spirituale per superare il labirinto del tempo come indicato nel motto del Principe, lì accanto.
Questo percorso artistico, parzialmente descritto, è il racconto dell’incontro con il Principe Giovanni, un incontro che ormai si è fatto sogno, lasciando qualche traccia probabilmente ancora riscontrabile, da cui si può ripartire alla ricerca del Principe stesso, anima imprescindibile del luogo.
La Casina delle civette è un’esperienza di ascolto e di attenzione, un viaggio attraverso noi stessi, la bellezza, il logos, una discesa nel fluire dell’anima alla ricerca dell’arte del vivere. Il Principe abita ancora là.

***
– La mostra “L’archivio dei sogni “ di Antonia Ciampi si è svolta presso la Casina delle Civette dal 4 dicembre 2013 all’11 giugno 2014, a cura di Claudio Strinati. Le opere e il percorso citati sono uno spaccato parziale del percorso espositivo che iniziava dalla Dependance esterna alla Casina per proseguire nelle stanze interne. L’intero percorso e altri dettagli e saggi sulla mostra sono contenuti nel libro realizzato sulla mostra stessa : Antonia Ciampi “Archivio dei sogni”, Posa edizioni , presentato l’11 giugno 2014 a Roma. L’esposizione in una riflessione sulla Casina delle Civette, è stata un riferimento imprescindibile per la descrizione dell’esperienza personale sul luogo, essendo composta di opere appositamente create in sintonia con il luogo stesso finendo per proporne una unica e straordinaria valorizzazione evocativa ed emozionante;
– Il testo a cui si fa riferimento è: “Villa Torlonia e Mussolini” di Eraldo Pistoni. Non mi risulta essere pubblicato ma disponibile solo in formato pdf.
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