L’uomo dei cormorani (di Andrea Felici)

Cina, 1991

Cina, 1991

Sgombriamo subito il campo: io so chi è quest’uomo e cosa fanno i suoi cormorani. Anni e anni di programmi di divulgazione saranno serviti pure a qualcosa, no?
L’uomo è un pescatore, ma non ha rete, lenza, canna o altri arnesi. I suoi arnesi di pesca sono i due cormorani appollaiati al suo fianco.
Come tutti i cormorani, anche questi due, alla vista di un pesce, tuffano la testa in acqua, e catturano la preda con il becco capiente. La catturano intera, senza masticarla, sana sana. Solo che il Signor Chow (chiamiamolo così, dai…) ha addestrato i suoi cormorani a non ingoiare i pesci, ma a metterli nei contenitori che ha lì con sé. E così a fine giornata si ritrova con due contenitori pieni zeppi di pesci.
Ingegnoso.
Ora la questione è: chi è il bimbetto dietro il Signor Chow? Un pronipote (o una pronipote) cui il signor Chow sta insegnando l’antica arte di pescare con i cormorani? I copricapi dei due sono così simili…
O un ladruncolo che, mentre il Signor Chow è assorto nei suoi pensieri, gli ruba sotto il naso i pesci pescati con tanta fatica e tanto ingegno?
O semplicemente un bimbo di passaggio incuriosito dallo strano comportamento del Signor Chow e dei suoi cormorani?
La questione è destinata a rimanere insoluta.
Come rimane insoluto il quesito più importante della vicenda: cosa ci guadagnano i cormorani, in tutto questo?
Solo il signor Chow, dietro l’ineffabile sorriso, può saperlo

Baal Mitridate Minosse Nandi (di Carlo Pizzati)

Indonesia, Isola di Sulawesi, 1992

Indonesia, Isola di Sulawesi, 1992

Morta bestia bastarda. Baal, Mitridate, Minosse, toro, io che digrigno i denti nello sforzo troppo sforzo di restare qui e non scomparire.
Danzano su di me ri
dendo e chiacchierando gli elfi d’oro che giocano con mis entrallas attorcigliate dall’ultimo dolore prima che la mia grande e sana pancia venisse aperta con un segmento preciso e diritto, zampillante linfa rossa buona da bere e da spalmare sul viso sorridente e riuscire così a rubarmi la foga forza energia.
La testa sbattuta sulla coda, uroboro con le corna che gira e rigira all’infinito, ma resta sempre a terra, la terra fertilizzata dalle mie piastrine e globuli così cresce tutto più verde, col sangue di bue, miglior fertilizzante per le piante, comprese le infestanti illegali e sacre.
Lo stesso coltello che spunta dalla cinta ancora un po’ sporco di me è inciso nel mio osso, ché qui non si butta mai via niente e mi aprono con le mie stesse lame, le staccano dalla mia testa, le affilano e ci macellano con le nostre stesse corna.
Più dolce sarebbe finire con un corno vero nelle costole o nella gola, giocando di notte in un recinto mediterraneo, oppure allenando nomadi notturni che saltano tra di noi per studiarci e capirci, per studiarsi e capirsi, ma senza spade, solo con lunghi coltelli che usano nel buio per vedere chi è più forte veloce furbo scattante.
Ogni tanto ne rubiamo uno di questi nomadi che resta lì a terra a sgorgare il suo liquido rosso e trema e gorgheggia qualcosa che non capiamo, ogni tanto uno di loro per gioco o per alterigia infila la lama troppo a fondo ed eccoci di nuovo lì: Baal, Mitridate, Minosse. Nandi bull. Dio da massacrare. Dio da conquistare. Potenza eterna e forte e comunque per sempre stramazzante all’uscita di qualche labirinto, ai piedi di elfi d’oro che ci amano, ci curano, ci nutrono, ci baciano con le labbra dei loro bastoncini che battono battono per farci andare qui e là.
Ballano sui loro piedini, danzano le loro gambette furbe, attorno all’isola di forza e pazienza che continua a unirsi al loro gioco: veicolo, fabbrica di nutrimento bianco, ruminante sacrificio di carne e sangue.
Far sacro. Sacer fecit. Dio terra. Di terra. Per la terra. Siamo voi. Non lo capite. E continuate ad abbracciarci con i vostri artigli affilati cercando di sfilarci la vita.
Ma siamo voi. Siamo voi. Basta guardare bene in quell’occhio rimasto spalancato e aperto a guardare satvico e impassibile tutto ciò che è fuori, tutto ciò che è dentro, tutto quel che è oltre.
Guardatemi in quell’occhio immobile e lo vedrete. Troverete quello che le vostre unghie acuminate cercavano dentro al nostro cuore.
Cercatevi lì.
Ci troveremo.

Azione (di Carlo Annese)

Roma, 2010

Roma, 2010

Adesso la lascio scorrere e poi la colpisco di prima. Mentre Marco mi passava la palla, ho dato una rapida occhiata in avanti, verso la porta: il portiere sta pensando ai fatti suoi, non s’aspetta che io cerchi di tirare al volo in porta. E sbaglia. Poveretto.
Lo so, non dovrei farlo, l’allenatore non vuole. “Devi essere più disciplinato, devi stare nel gioco”, mi dice sempre. Ma cos’è la disciplina? È la morte della fantasia. È darla a destra quando puoi fare un altro dribbling, inventarti una cosa che non c’è, immaginare un compagno che arriva all’improvviso da dietro perché ti legge nel pensiero e la mette dentro di testa e tu non ti senti più solo. È mamma che dice che devo fare i compiti perché non vuole che diventi ignorante come tutti i calciatori. Primo: i compiti si fanno perché servono a capire, non perché si è obbligati a farli, e io ho ancora troppe cose da capire per rinunciare così presto. Secondo: io non voglio fare il calciatore. Nè il medico né l’ingegnere, come papà. Io voglio suonare il basso in un gruppo. Il mio gruppo: Laterale sinistro, si chiamerà, perché di lato, da fuori, le cose si vedono meglio che standoci in mezzo. Ma questo, a mamma, è meglio che non lo dico.

Il duro (di Barbara Ardito)

Il Cairo, 1994

Il Cairo, 1994

Una maglietta sporca, vecchia, mezza distrutta, con un logo famoso, noto a tutti i bambini degli anni ’90. E’ il logo di una serie di fumetti, di cartoni e di un film che arriva da un mondo lontano per usi e costumi, ma attraente, colorato, dove tutto apparentemente funziona bene.
A indossarla con aria fiera è un bambino che avrà, si e no, 5 anni e vive al Cairo.
Intorno a lui tutto è rotto, fatiscente ed è facile immaginare che la sua vita non sia proprio agiata. Alle sue spalle una bambina, forse sua sorella, trasporta una sorta di carrello che usa per raccogliere da terra dei cartoni, per farci cosa non si sa. In lontananza un adulto tira un carretto. I bambini sono i suoi figli? Stanno tutti e tre lavorando? Non è dato saperlo, ma una cosa è certa non stanno giocando.
Abdul è in piedi, le mani appoggiate sui fianchi in posa sicura, ci guarda dritto negli occhi e non sorride. Il suo sguardo non lascia molto spazio alla nostra immaginazione. Ci sembra di sentirlo dire: “Questa è la mia strada, il mio mondo. Che cosa volete? Fermi lì!”.
Abdul è un bambino piccolo a vedersi, ma già grande nel modo di porsi.  Ci piacerebbe immaginarlo mentre gioca e si diverte, sorridente e spensierato come dovrebbero essere tutti i bambini piccoli, ma lui ha cose più importanti da fare.
Forse Abdul si sente come Leonardo, il leader di quelle famose tartarughe di cui indossa fiero il logo, coraggioso e sicuro, pronto a battersi per il suo mondo. E probabilmente sarà proprio questa sua determinazione che lo aiuterà a tirarsi fuori nel tempo da questa situazione di difficoltà. O almeno ci piace sperare che sarà così.
Ma dietro a quella espressione fiera non possiamo non sapere che si nascondono paura e disagio e che lo spazio dei giochi per i bambini come Abdul dura troppo poco.
Abdul non si chiama veramente così e che viva al Cairo lo dice il fotografo.  Potrebbe essere Antonio, un bambino italiano in uno scatto del dopoguerra oppure Salem, un bambino siriano dei nostri tempi. Abdul, Leonardo, Antonio e Salem sono i bambini che da sempre vivono nelle situazioni difficili figlie del nostro mondo, dove il benessere è per pochi e l’infanzia dei giochi è purtroppo ancora per pochissimi.
Nel 1994  si è svolta al Cairo la Conferenza internazionale su Popolazione e Sviluppo e 179 paesi hanno affermato che sviluppo e popolazione sono strettamente collegati, e che i diritti delle donne all’istruzione, alla salute (compresa  quella riproduttiva) sono strumenti fondamentali per migliorare le condizioni di vita individuali e per uno sviluppo equo e sostenibile. Per la prima volta nella storia una Conferenza mondiale ha avuto come centro i diritti della donna. Sono stati concordati una serie di obiettivi precisi ed espliciti: la rimozione della disuguaglianza tra i sessi a livello di istruzione primaria e secondaria entro il 2005, la garanzia dell’istruzione primaria per tutti entro il 2015; nette riduzioni della mortalità materna, perinatale e della mortalità infantile al di sotto dei 5 anni e infine l’accesso universale entro il 2015 ai servizi per la salute riproduttiva e sessuale, compresi tutti gli strumenti per una sicura e affidabile pianificazione familiare.
A distanza di 20 anni ci sono stati progressi nella riduzione della mortalità infantile e materna e nella direzione dell’obiettivo di migliorare l’accesso all’istruzione primaria, ma la battaglia delle donne per i diritti allo sviluppo e quella per la difesa dei diritti dei bambini sono ancora in fieri.

La Casina delle civette (di Virna Gioiellieri)

Roma, 2013 (iPhone)

Roma, 2013 (iPhone)

La casina delle civette, si erge all’interno del parco di Villa Torlonia. Più precisamente è uno degli edifici della tenuta dei Torlonia, un tempo, prima che lo sviluppo della città di Roma la inglobasse con un affaccio sulla “nuova” via Nomentana,  sita in zona campestre. Oggi ospita il museo del vetro d’arte con diversi lavori in stile liberty realizzati dai grandi maestri della tradizione vetraia romana, il cui centro nevralgico era la bottega del maestro vetraio Cesare Picchiarini. Oltre alle splendide vetrate del villino, realizzate su disegni di un gruppo di artisti aggregati attorno al laboratorio di Picchiarini, come Cambelotti, Grassi, Paschetto e Botazzi, sono esposti i disegni, non meno belli, su cui sono state realizzate le opere in vetro. Piccoli capolavori di squisita bellezza, la cui minuziosa osservazione trasmette il senso pieno di armonia e di equilibrio che si presenta quando si è in intimo e totale contatto con la Natura. Sì perché la disposizione dei  motivi vegetali e floreali e degli animali (il più delle volte volatili) sulle strutture architettoniche disegnate dalla matita, riesce, con la complicità del gusto e degli abbinamenti cromatici, a riprodurre l’armonia e l’equilibrio che si trovano in Natura. I disegni, riprodotti su vetro, creano un’atmosfera particolare, quasi eterea che i colori, che filtrano la luce, proiettano all’interno delle stanze, rendendole cangianti, in un divenire che segue il mutare della luce del giorno fino a scemare nell’oscurità delle tenebre.

La Casina delle Civette è un luogo di confine. Di confine fra il giorno e la notte, la luce e l’oscurità, la dimensione materiale e quella siderale, il quotidiano e lo spazio cosmico, la realtà interiore e quella esterna. Vista di giorno, come appare nella foto, sembra dormire. Un mondo dormiente che si desta al crepuscolo e nell’oscurità si anima della sua vera natura, quando, inaccessibile ai visitatori e agli estranei non ammette intrusi a turbare la vita interna. Così percepita, sembra uno scrigno destinato a conservare un mistero, quello dell’unico, solitario, ultimo abitante, il Principe Giovanni Torlonia Jr. la cui presenza aleggia e si avverte ancora nelle stanze. Un edificio dalla doppia vita o se si preferisce, una vita dimezzata che, dopo la dipartita del suo unico occupante, pare essere il prezzo rassegnato del dopo Principe, svanito nelle tenebre. E del resto il principe aveva un occhio con cui vedeva la luce, l’altro, perduto a seguito di una caduta a cavallo, era stato rimpiazzato da un occhio di vetro , condannato all’oscurità. E’ nell’oscurità che la Casina delle civette dà il meglio di sé nel creare un effetto sensazionale. Spunta con le sue guglie quasi all’improvviso sul finire del vialetto di accesso intitolato a Tiziano Terzani (guarda caso) e sulle prime ricorda la casa indimenticata che termina sulla collinetta nel film“Psyco”  di Hitchcock. Le luci che illuminano le finestre hanno un’aria sinistra accentuata dalla vetrata a fianco dell’ingresso dove due civette dagli occhi rossi e fissi paiono osservare i dintorni guardinghe e vigili. Un biglietto da visita inequivocabile che suona come un avvertimento. Una sensazione di sospensione fa il passo circospetto mentre la mente vola al mistero.
La residenza, che il Principe aveva scelto per sé fra i tanti edifici della tenuta dei Torlonia, è lo specchio della sua personalità.  Massone, amante della scienza e degli studi astrali (del resto lo stemma dei Torlonia reca una stella cometa in campo blu scolpita in pietra in uno degli angoli dei muri esterni di accesso), attratto dall’esoterismo, spirito solitario e burbero, afflitto dagli acciacchi e dai malesseri fisici, schivo e refrattario alle relazioni, misantropo,  il Principe era soggetto assai misterioso. Pochissimo si sa di lui se non che viveva solo, attorniato dalla servitù che alloggiava in un’ala del villino; uomo di gusti eleganti e raffinati, fu nominato Senatore del Regno e poi, qualche mese prima di morire nel 1938, Ministro di Stato da Mussolini che, come noto, occupava Villa Torlonia su sua concessione, ma fra i quali, tuttavia, intercorrevano rari rapporti.
La struttura esterna della Casina delle civette è originalissima con la sua varietà di forme geometriche, di torrette, balconcini e guglie che ne fanno la struttura più insolita dell’intera tenuta Torlonia, conferendole quell’aria misteriosa e anche un po’ fiabesca che desta meraviglia e curiosità. “La piacevole impressione di un’armonica confusione”, come la definisce Eraldo Pistoni già custode di Villa Torlonia e autore del libro “Villa Torlonia e Mussolini” l’unico testo che si conosce sulla tenuta dei Torlonia e che descrive minuziosamente il Parco e gli edifici che lo popolano, ai tempi di Mussolini e del Principe Giovanni. Pistoni descrive con dovizia di particolari le specie vegetali che al tempo ricoprivano completamente il Villino delle Civette che, immagino, sortissero un effetto ancora più misterioso e quasi spiritico.
Internamente  è un luogo parlante, che dice attraverso  i simboli di cui i pavimenti, le decorazioni delle pareti e dei soffitti sono impregnati.  Abbinati con grande raffinatezza e gusto, quasi femminili, producono un risultato unico e di grande armonia. La prima volta che ci ho messo piede era giorno e ho percorso le piccole stanze in un’atmosfera di sospensione.  Qui il tempo pare, infatti, essere sospeso. Ho percorso e ripercorso le stanze avvertendo una presenza inafferrabile, incognita, misteriosa. Ci sono tornata di sera, quando , avvolta nell’oscurità, più che la struttura solida si  percepiscono le linee ed i contorni delle guglie e delle torrette stagliate contro il cielo rischiarato dalla luna. Un effetto un po’ sinistro e al contempo attraente, che rigetta nel senso di mistero. Ma il mistero non è solo sensazione. Vive nei simboli che caratterizzano questo edificio, per lo più soggetti, figure e forme che si trovano in Natura e che la cultura dell’Uomo nel corso dei secoli ha utilizzato ed interpretato per indagare il senso della vita e del suo percorso e per rappresentare le sue aspirazioni e tensioni. Le civette che attualmente danno il nome all’edificio (un tempo denominato “Capanna svizzera” per i tetti spioventi  progettati dall’architetto Jappelli) paiono essere gli animali guardiani del villino. Rappresentati nella vetrata accanto all’ingresso realizzata su disegno di Duilio Cambelotti, come quasi tutte le vetrate dell’edificio, suonano come un avvertimento. Poco più avanti le ritroviamo nel capitello di una colonna che precede un portale sovrastato da un bassorilievo in ceramica che ritrae una coppia di gufi con un nido abitato dai piccoli e sotto il quale campeggia la scritta “Sapienza e solitudine”, il motto del Principe. Athena Noctua, la signora delle tenebre, un animale che vede nel buio, come i pipistrelli che, nella stanza da letto del Principe, formano un cerchio al centro del cielo stellato del soffitto. Un invito a vedere nel buio, ad indagare l’incognito, ciò che, sconosciuto, va scoperto e conosciuto in un percorso di conoscenza che fa luce sul lato misterioso della vita, della nascita, dell’inconscio , della realtà interiore. Oltrepassare l’ingresso della Casina delle Civette è il gesto con cui si osa addentrarsi in questa dimensione.  Una dimensione che sta oltre la luce e vive nella luce rivelatrice dei numerosi simboli che accompagnano nel percorso, un percorso di pensiero e di riflessione. La chiocciola è un’altra creatura naturale presente sia all’esterno che all’interno della casina. Sulla balconata esterna dell’edificio in marmo di Carrara, in stucco e in legno nella stanza dei Satiri, il pensatoio, dove il Principe soleva ritirarsi a riflettere. Simbolo esoterico, rappresenta il sentiero graduale col procedere lento, la consapevolezza con le antenne vigili , il mistero della vita con la spirale del guscio che rinvia alla matematica universale e si ritrova nelle simbologie più antiche evocative della fertilità come nel mito della Dea. La rosa compare in diversi ambienti della Casina. Simbolo massonico, alchemico, la si ritrova come elemento decorativo nelle vetrate del balcone delle rose, negli stucchi e nelle vetrate del Fumoir e nel salottino delle 24 ore che ne decorano il perimetro ottagonale circondando le figure femminili seminude che rappresentano le ore. La rosa a 5 petali è il simbolo e il sigillo del Silenzio e della riservatezza. Rappresenta l’evoluzione spirituale dell’Uomo. Questo spazio del villino è intriso di magia, uno spazio particolare dove letteralmente il tempo sembra sospeso, con le sue vetrate attraverso cui filtra la luce che cambia nell’arco della giornata conferendogli un aspetto sempre diverso. A punteggiare la decorazione del perimetro da cui si estende il soffitto, la Fenice in stucco, ad ali aperte che sembra vigilare sulla magia dell’atmosfera di questo spazio. Suggestiva e impattante, la stanza delle Rondini, con la sua vetrata realizzata nel 1914 dal Laboratorio Picchiarini. Qui le rondini sembrano animate da un volo fissato nel tempo che si anima in una bellissima armonia cromatica. Ancora il volo, una tensione alla leggerezza, all’assottigliamento  dello spessore materico fino a disperdersi nella trasparenza dell’aria. Una sensazione che si ripropone nelle vetrate che accompagnano la scala di uscita con gli uccelli migratori, volatili che devono la loro sopravvivenza al raggiungimento di un altrove.

Qualche tempo fa un’artista, Antonia Ciampi, ha allestito una mostra di sue opere da titolo significativo: “L’archivio dei sogni”, dove il sogno, si pone, fra i vari significati assunti, come ponte fra l’attualità del luogo e lo spirito del Principe. Le opere, tutte realizzate site specific, dialogano con un’efficacia straordinaria e geniale con i luoghi della casa. L’effetto rende immediatamente tangibile la sospensione del tempo, spazio comune delle opere stesse e del  luogo. Sembrano echeggiare i rintocchi dei tanti orologi dislocati nelle stanze che, narra Eraldo Pistoni, si avvicendavano uno dopo l’altro e mai nello stesso istante.
“L’archivio dei sogni” rende esplicito lo spiritus loci con la complicità del Principe che si aggira per le stanze evocato dalle opere dislocate nel percorso della casa, in perfetta connessione con  lo spirito degli ambienti. Nella hall una valigia aperta invita ad un viaggio immaginario e straordinariamente concreto. Una partenza, o forse un arrivo. Comunque sia, un viaggio li comprende entrambi, è una questione di sequenza. Nella stanza da pranzo è comparso un webtable. La ragnatela imprigionata nel vetro a sfondo rigorosamente bianco, come i dischi di ceramica che un tempo davano luce alla stanza adornando le pareti lignee, è l’architettura di un passato, qui immortalato. Evoca il respiro e il lavoro del ragno per assicurarsi il nutrimento. La ragnatela che cattura, che trattiene, come si trattiene il cibo per assicurarsi il dopo; la ragnatela che cattura, attrattiva, inducendo all’indugio, come nell’ attardarsi in un raccoglimento conviviale nell’intimità di un desco. E così accade : non si può fare a meno di affacciarsi alla ragnatela e di sostare se pur per poco attorno al tavolo che la imprigiona. Più oltre la stanza dei trifogli, simbolo celtico che rappresenta le tre forze della Natura: terra, acqua , aria. Qui una nicchia nella parete voluta dal Principe è ritornata ad essere abitata da un divanetto viola (com’era un tempo). Una memoria che rivive nelle note di Tosca e riempiono la stanza di un’inaspettata rianimazione. Nel Fumoir ecco apparire il Principe: l’ombra compare fra due poltroncine che accolgono due cuscini parlanti. Un bastone da passeggio ne materializza la presenza che risuona di una voce profonda venuta da un altrove:
“Sono un uomo generato da un uomo, nato da una donna/credo al Grande Architetto dell’Universo/al sogno del firmamento/l’Arte, l’Arte/ ermetica verità/miglioramento dell’uomo/…mistero/magia…/geloso segreto./e’ bello incontrarsi/tra uomini liberi/nell’alchimia della vita.”
Una voce che trafigge e svanisce in un brivido.
Nella stanza da letto un vestito bianco si intravede dall’anta semiaperta di un armadio d’epoca. Vista inquietante che cade nel cassetto aperto in cui è riportata una frase: “Un’ombra di luce, il solco invisibile dell’anima che accarezza le stelle”. Sotto la spalliera del letto un cuscino autoritratto bianco con scritta bianca impercettibile, come i pensieri e i sogni notturni che qui rimangono impigliati. Il salottino delle 24 ore è divenuto il luogo delle riflessioni. Una cascata di piccoli specchi nei quali sono imprigionati elementi naturali e che riflettono la luce cangiante delle ore della giornata, che a sua volte riflette sul muro per tornare al luogo originario della riflessione scomponendo la luce nei colori dell’iride. Una danza di luci fra le rose che sembra dar vita alla danza delle ore fanciulle. Riflessioni che si riflettono in un infinito gioco angolare senza via di fuga.
Il silenzio e la solitudine dell’uovo cosmico, unità primordiale dell’essere nella Stanza delle rondini è un incontro col tema della nascita e del nido qui riprodotto in un’installazione di piume bianche fra le quali una piuma azzurra evoca l’inizio della vita e l’aspirazione al volo. La conquista del volo è la conquista di libertà che vive in una gabbia dallo sportellino aperto collocata su una teca occupata quasi interamente da altre piume, quelle che gli uccelli migratori perdono nella fatica del volo, un prezzo pagato al raggiungimento dell’altrove. Siamo nello Studio del Principe, la stanza del chiodo, dove un’altra installazione ne riproduce l’elegante grafia di una lettera realmente scritta. Ancora piume, questa volta di pavone. Una sola, nel segno del Bramante collocata nella Stanza dei ciclamini.  Più in là un grosso cristallo, la pietra magica, simbolo di trasparenza, di veggenza sul passato e sul futuro si riflette sulla vetrata della fata specchiata nel vetro notturno della Stanza della fata. Effetto magico ed esoterico della luce che evoca lo spirito.
All’uscita una ragnatela invita ad una via spirituale per superare il labirinto del tempo come indicato nel motto del Principe, lì accanto.
Questo percorso artistico, parzialmente descritto, è il racconto dell’incontro con il Principe Giovanni, un incontro che ormai si è fatto sogno, lasciando qualche traccia probabilmente ancora riscontrabile, da cui si può ripartire alla ricerca del Principe stesso, anima imprescindibile del luogo.
La Casina delle civette è un’esperienza di ascolto e di attenzione, un viaggio attraverso noi stessi, la bellezza, il logos, una discesa nel fluire dell’anima alla ricerca dell’arte del vivere. Il Principe abita ancora là.

***
– La mostra “L’archivio dei sogni “ di Antonia Ciampi si è svolta presso la Casina delle Civette dal 4 dicembre 2013 all’11 giugno 2014, a cura di Claudio Strinati. Le opere e il percorso citati sono uno spaccato parziale del percorso espositivo che iniziava dalla Dependance esterna alla Casina per proseguire nelle stanze interne. L’intero percorso e altri dettagli e saggi sulla mostra sono contenuti nel libro realizzato sulla mostra stessa : Antonia Ciampi “Archivio dei sogni”, Posa edizioni , presentato l’11 giugno 2014 a Roma. L’esposizione in una riflessione sulla Casina delle Civette, è stata un riferimento imprescindibile per la descrizione dell’esperienza personale sul luogo, essendo composta di opere appositamente create in sintonia con il luogo stesso finendo per proporne una unica e straordinaria valorizzazione evocativa ed emozionante;
– Il testo a cui si fa riferimento è: “Villa Torlonia e Mussolini” di Eraldo Pistoni. Non mi risulta essere pubblicato ma disponibile solo in formato pdf.

Il clown (di Elena Zacchetti)

Bucarest, Romania, 1989

Bucarest, Romania, 1989

Ogni volta che incrociava uno sguardo complice, che un uomo o una donna poi gli sorridevano schivi, aveva deciso che quello era il suo segno. Alzava lentamente il braccio, si portava la mano in cima a quel buffo cappello che gli aveva cucito un mese prima Aura, l’indice e il medio si chiudevano sulla cucitura frontale, e poi lo sollevava leggermente, e inclinava la testa. Aveva pensato che anche un tipo qualunque come lui, uno che non sarebbe stato ricordato per niente perché niente di eccezionale aveva fatto nella sua vita, doveva avere un segno di riconoscimento. «Un giorno questo paese odierà il comunismo», pensava ogni volta che indossava quel ridicolo costume da clown. L’idea gliel’avevano data tre dei suoi studenti, non sapeva dove l’avessero presa, ma ad Aura era piaciuta: «Hai sempre girato le spalle alla tua famiglia, lotta almeno per una cosa nella tua vita, solo una cosa!», gli aveva urlato durante una cena del mercoledì, una delle poche cose che ancora condividevano. E allora due volte a settimana, finito quel lavoro che tanti anni fa adorava e che ora faceva stancamente, andava nel magazzino della scuola, si metteva il costume e un ridicolo naso rosa di plastica. Si passava sulle guance del rossetto che gli aveva prestato un’amica di Aura. Saliva su fino alle palpebre, per dare spessore al suo sguardo e rafforzare i suoi lineamenti, ma quando si guardava allo specchio vedeva solo lacrime. Poi prendeva l’autobus, ogni volta un quartiere diverso, e aspettava di incrociare sguardi complici e sollevare il cappello. Stava cominciando a sentire la libertà. «Un giorno questo paese odierà il comunismo», si ripeteva ricordando le parole di Aura. E ogni giorno si odiava un po’ di meno.

Il miraggio (di Sergio Bellucci)

Chiedo scusa, mi sono un po’ distratto in questi giorni, ma vi segnalo che ho anche scritto una recensione piuttosto impegnata alla raccolta di nuove canzoni di Jovanotti: Lorenzo 2015 CC… non c’entra nulla, ma mi sembrava anche questa una cosa eclettica.

Del pezzo di Sergio Bellucci esiste anche una versione breve che è andata nel pannello in mostra a Imola. Al momento non ci sono notizie precise sulle prossime mostre, ma spero di dare notizie presto. (CC)

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Las Vegas, Nevada, 1995

Las Vegas, Nevada, 1995

Davanti ad una foto, spesso, mi sembra di poter sentire il mio polpastrello sul pulsante di una macchina fotografica che indugia nella scelta. Un tempo, poi, era quasi obbligatorio il domandarsi se fare o non fare uno scatto. I limiti quantitativi imposti dal numero di rullini, e quindi di foto, a disposizione soprattutto nei viaggi, ci poneva di fronte alla decisione dello scatto come ad un forte elemento di selettività. Quale era lo stato d’animo, del fotografo, un attimo prima dello scatto? Cosa guidava la mano nell’atto della scelta, dolorosa ma salvifica e risolutiva, di preferire proprio quella inquadratura, tralasciando parti della realtà per esaltarne delle altre? E quale era l’attesa di quella stessa mano, ai tempi della fotografia chimica, in quegli istanti in cui la carta, che aveva già subito il processo di impressione dall’essenza della pellicola, faceva emergere, da quei bagni fatti di acidi maleodoranti, il richiamo ipostatizzante dell’emozione primaria del fotografo?

Dilemmi che hanno attraversato e attraverseranno ogni persona di fronte al magico rettangolo riempito dalle scelte di una inquadratura. Una magia che non smette di accendere fantasie. Su ciò che è contenuto e su ciò che si è negato allo sguardo dello spettatore da parte della mano del fotografo. Ricostruzione di senso. Percezione, empatia, com/passione. Questa sembra essere la percezione inconscia dello spettatore di fronte alla fotografia. Immagine ferma di una realtà in perenne trasformazione di cui pensiamo di catturare l’anima nel gioco di mandi e rimandi a cui le scelte dell’autore ci obbligano. Cosa ci nega Claudio con la scelta di questa inquadratura? Cosa ci offre nella immagine scelta?
Ho provato a percepire quale sia stata l’emozione di Claudio nello scattare questa foto. Come si poneva di fronte a quel paesaggio, a quello skyline il viaggiatore e il fotografo? Tentare di entrare in contatto con quelle emozioni serve a interpretare il senso della foto, al di là degli aspetti tecnici, dell’inquadratura, dello sviluppo, delle linee di tensione che attraversano i vuoti e i pieni di una fotografia.  Credo che la parte più importante della immagine, in realtà, trasmetta la voglia di interpretare gli spazi aperti e la grandezza del paesaggio, ancor di più della voglia di descrivere le forme dell’attività umana che essa contiene. La parte principale della fotografia è incentrata sugli spazi aperti, sul cielo, sul divenire del movimento della nuvole. È questo l’approccio al paesaggio umano che la fotografia ci suggerisce e che rappresenta la cartina di tornasole emozionale che vuole trasmettere. Las Vegas come un territorio in cui è possibile trovare un proprio spazio, un territorio connesso con  potenzialità inespresse e pronte per essere prodotte o per essere oggetto di appropriazione. E lo spazio a disposizione è soprattutto quello del sogno, delle possibilità offerte alla realizzazione della propria sfera emotiva. Qui, forse, sento il mio polpastrello sovrapposto a quello di Claudio nell’atto dello scatto.
In quel tempo, però, lo sguardo voleva essere più avanti di quello che le mani potevano o volevano fare. Erano tempi, quelli, in cui osservavamo quella realtà umana, quella realtà sociale e politica, con altri occhi. Visioni più statiche e rattrappite dal conforto prodotto dalla riproducibilità dello schema interpretativo del presente che ci era stato consegnato dal passato. Un approccio che rendeva quel territorio più omogeneo di come fosse nella realtà. I territori sono tutti articolati, profondi, contradditori, anche quando hanno un prevalente che ne egemonizza gli esiti e ne diventa la chiave interpretativa comunemente usata.
A quel tempo Las Vegas era un territorio ancora lontano, come tutti i territori sparsi del mondo. Le distanze erano ancora pre-digitali. Nessuna contemporaneità degli accadimenti tra luoghi non attraversati dallo stesso vento, nessuna condivisione delle tragedie in tempo reale in grado di piegare le emozioni all’interno di 140 caratteri. Las Vegas era lì, esattamente dove sta oggi, eppure molto più lontano. E questa vicinanza di oggi non dipende solo dalle potenzialità della tecnologia. Sono i processi di omologazione delle nostre società a rendere quello schema di vita, più naturale di quanto non fosse venti anni or sono. Ricordo ancora le emozioni che attraversavano i giudizi su quella città. Noi che combattevamo per la felicità di tutti – e che per tale lotta eravamo disposti non solo a non essere felici, ma a diffidare della eventuale possibile, effimera felicità perché ci avrebbe distolto dalla possibilità di condividere dolori e preoccupazioni che andavano eliminate dalla società – sapevamo già che l’industrializzazione della felicità nega lo spazio relazionale di cui la felicità deve abbeverarsi per essere reale. E questa maggiore consapevolezza di oggi non è superata dalla maggiore comprensione della complessità rinchiusa in quelle fabbriche del divertimento, dell’azzardo e del sogno.
Lo spazio del sogno, lo sappiamo, rappresenta la condensazione delle aspirazioni di cui riusciamo a immaginare una loro, seppur onirica, concretizzazione.
Eppure a rivedere oggi una tale immagine non può non emergere il senso di essere in presenza di un “non luogo”. Non solo perché l’accatastarsi di edifici sembra non lasciare spazio alla mera relazionalità umana se non quella attraversata e attraversabile attraverso la mediazione del valore di scambio, ma soprattutto perché tale affastellamento rappresenta il concretizzarsi del modello egemone che si è fatto mondo. Uno spazio cittadino come “non luogo” perché sembra schiacciare tutta la realtà umana in quell’angusto spazio del consumo come identità e la disponibilità economica come una chiave per l’accesso alla felicità ricercata. Una felicità da “non luogo” proprio perché ipotizza la sua esistenza “a prescindere” dall’altro e dalla sua condizione, nell’illusione che sia sufficiente avere qualcuno che possa assistere al proprio successo per concretizzare il proprio appagamento emotivo. Una illusione che ha iniziato a sciogliersi come neve al sole di fronte alla realtà della crisi aperta dal 2008.
La scelta del titolo tradisce, però, lo spazio esistente tra la soggettiva impressione dello sguardo sul momento e la consapevolezza dell’oggi.  Allora, anche la stessa inquadratura tende a recuperare il senso del discorso emotivo di quel tempo. Siamo in una delle città simbolo del sogno americano, un agglomerato di attività che, solo pochi decenni prima, lasciavano il posto a praterie e distese senza attività umana. Velocità, fortuna, coraggio, ricchezza per tutti basata su caso, bravura e ingegnerizzazione del sogno.
La foto trasferisce, oggi, più il senso dello spazio libero rispetto a quello occupato. Le tensioni emotive di allora si sciolgono in maggiore consapevolezza e capacità di osservare limiti che allora non erano né chiari, né visibili. Ma è nella scelta degli spazi che Claudio aveva introiettato che è possibile ricercare la pulsione di libertà che inseguiva con il suo sguardo e, tra l’agglomerato degli edifici e il cielo, il suo sguardo critico dedicò tutto il possibile alla rappresentazione di quello spazio libero materializzato nel cielo. Un azzurro ancora non solcato dalle strie bianche che oggi sono chiamate scie chimiche e segnano ogni immagine dell’azzurro con la loro onnipresente presenza. Con questa emozionale consapevolezza poggio il mio polpastrello e CLICK!
Il pannello della mostra. Misure 2mX2m

Il pannello della mostra. Misure 2mX2m