La prima Leopolda (di Marco Damilano)

Firenze, 2010 (iPhone)

Firenze, 2010 (iPhone)

Non partecipai a quella prima Leopolda, per un incidente in motorino avevo una gamba rotta e la seguii da casa, in streaming come si imparava a dire, come altri eventi di quel novembre 2010. A ripensarci: Gianfranco Fini a Bastia Umbra fonda Futuro e ordina le dimissioni dei suoi ministri, Nichi Vendola fonda Sel, a Firenze, per di più, e si candida a guidare la sinistra. E Massimo D’Alema in quelle settimane, riservatamente, chiese a Mario Monti di candidarsi a premier per il centrosinistra. Pagine ingiallite. Ricordo la mia perplessità sulla playlist, la consolle con cui la coppia Renzi-Civati dava e toglieva la parola, mi apparvero una coppia male assortita. Si capiva che da lì passava il futuro, anche se eravamo tutti distratti dalla resa dei conti interna al centrodestra di governo, la sinistra seguiva lo scontro tra Berlusconi e Fini come me, da casa, in streaming, azzoppata. Alla Leopolda era tutto nuovo, ma non nuovista, non una caricatura, una deformazione del passato per piegarlo a esigenze di marketing, si avvertiva nella confusione che due entità fino a quel momento separate, il popolo e i leader, si stavano cercando, annusando, provavano un linguaggio comune, miti, musiche, vocabolari tutti da imparare… Scrissi sul mio blog che era un errore ironizzare sui rottamatori, termine che in quel momento Renzi sembrava più subire che cavalcare. E che da Firenze poteva cominciare una rivoluzione democratica, come quella partita esattamente quarant’anni prima, nel 1970, quando Francois Mitterand diventò segretario dei socialisti francesi mettendo le basi della rivincita della gauche.  “Le Figaro” commentò: «Finalmente il partito ha trovato un leader e il leader ha trovato un partito». Mi chiesi se questo miracolo potesse succedere anche alla Leopolda.
Sono andato nella grande stazione, negli anni successivi, la lunga sala sempre un po’ buia, i tavoli tondi dove si mangia, i grandi schermi, la sala stampa nevroticamente tecnologica. Sempre più incuriosito dal popolo, perché il leader, nel frattempo, stavamo imparando a conoscerlo. La Rete di Renzi, vista dalla Leopolda, mi è apparsa sgangherata, felicemente disordinata. Un movimento allo stato nascente, con la sua carica di ingenuità e di dirompente voglia di esserci, «la distruzione creatrice», la chiamò nel 2012 l’economista Tommaso Nannicini citando Schumpeter. Poche facce note, pochissimi i politici di professione, il popolo di Renzi è sempre stato più negli spazi bianchi ancora da scrivere, come ama ripetere Alessandro Baricco, che nel testo già scritto. In quegli spazi bianchi ci sono i ventenni e i trentenni che sono il vero carburante di Renzi. Gli outsider, i non garantiti, i non tutelati. Si sono identificati con Renzi perché sono come lui. Sono quelli che devono fare da soli, quelli che non li chiama nessuno, i Non Invitati. Quelli che, disse Arturo Parisi ancora da quel palco, nel 2011, non hanno paura di dire la parola “io”, individuando con precisione il dna del renzismo: «Nel centrosinistra si mettono al riparo della parola noi, per poter dire io bisogna diventare vecchi. Tu Matteo sei antipatico solo perché hai avuto il coraggio di dire la parola Io». Mi è ritornato in mente quando il 13 febbraio 2014 Renzi segretario del Pd si è assunto la responsabilità di far cadere il governo Letta e di candidarsi a Palazzo Chigi. In meno di quattro anni la rivoluzione della Leopolda si è compiuta. La presa del potere è realizzata, resta aperta la sfida più grande: far passare dall’io le speranze, l’angoscia, i sentimenti, la domanda di partecipazione di una generazione.
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