La spada e il capitalismo (di David Gargani)

New York, 1988

New York, 1988

Una statua di marmo raffigura un guerriero nudo che avanza e che tenta di affondare una spada nel terreno, ma l’arma si curva. Sullo sfondo si vedono i tetti di New York fra i quali svetta l’insegna luminosa della Pepsi Cola.
L’autore intitola la fotografia: “la spada e il capitalismo, 1988, New York”.
Non sappiamo chi fosse lo scultore che ha realizzato la statua, in ogni caso essa assume un senso del tutto nuovo nel contesto della rappresentazione fotografica che va intesa come un tutto unitario. Si tratta evidentemente di una rappresentazione artistica, un testo complesso che comprende gli elementi visivi e il testo verbale e che mira a suscitare una pluralità di interpretazioni. Il senso di una rappresentazione artistica difficilmente si trova in un contenuto esprimibile da una sola proposizione, il suo valore si trova, contemporaneamente, nel modo in cui essa è stata costruita e nel gioco tra i significanti, gli elementi espressivi, e i sensi che essi assumono o potrebbero assumere comunemente.
Da un punto di vista percettivo la raffigurazione ha l’aspetto di una micro-narrazione: il guerriero sembra avanzare e affondare la spada su un qualche nemico, la direzione del movimento è in un certo senso la stessa della scritta “Pepsi Cola”, infatti nella società occidentale leggiamo da sinistra a destra e il guerriero attacca muovendosi nel medesimo verso. Tuttavia la spada si piega contro qualcosa che è evidentemente più duro del suo stesso metallo. La parte finale dell’insegna spunta oltre la spada, ancora più a destra appare una parte della bottiglietta della Pepsi Cola. I tetti dei palazzi fanno da sfondo, sono l’ambiente in cui si svolge l’azione immaginaria, quasi come dei testimoni muti dell’evento.
Il titolo, “La spada e il capitalismo” e i significanti visivi appena descritti delimitano vicendevolmente il valore complessivo della rappresentazione. Quale sarà il valore simbolico dei significanti individuabili visivamente? Il secondo, l’insegna, è di per sé un segno verbale che evoca una marca famosissima che può essere tranquillamente considerata un emblema del capitalismo e del consumismo americano. I tetti rappresentano l’ambiente urbano che è stato generato dallo sviluppo industriale del Novecento e che è anche stato il suo contesto principale, ricordiamo che solo nel secolo scorso l’industria ha superato l’agricoltura come principale fonte di occupazione portando la maggior parte della popolazione degli USA e dell’Europa a vivere nelle città. Il significato della statua è di più difficile interpretazione, e non a caso si tratta dell’elemento centrale dell’azione narrata. La struttura fisica, una tradizione iconologica precedente e la spada lo fanno identificare immediatamente come un guerriero. Alcune immagini pubblicitarie della prima metà del Novecento raffigurano uomini nudi e muscolosi come i guerrieri o gli atleti raffigurati dalle sculture greche. In questo caso la figura umana simboleggia l’intero genere umano che col lavoro genera il progresso tecnico, sociale e civile. L’iconologia novecentesca è piena di immagini di uomini dal fisico perfetto che simboleggiano la forza dell’intera umanità. La presenza della spada e l’atto rappresentato tuttavia fanno pensare ad una battaglia che è in realtà stata persa: l’arma infatti si piega. Segno che la forza del guerriero e la durezza della lama si sono piegate contro qualcosa di ancora più solido. La lama si piega oltre la metà dell’insegna della Pepsi Cola, a questo punto siamo indotti a credere che ciò contro cui nulla hanno potuto il guerriero e la sua arma sia proprio il capitalismo americano rappresentato qui nei suoi aspetti più frivoli e consumistici. Un dettaglio non irrilevante è il modo in cui la spada si piega, questa non si spezza e non si piega in due parti, non forma angoli ma diventa curva come se fosse diventata morbida. Questo sembra implicare che per qualche ragione l’arma abbia perso la sua efficacia, e il titolo stesso potrebbe rafforzare la rilevanza di questo aspetto. La società dei consumi effettivamente non ha mai sconfitto i suoi avversari attraverso la forza, semmai li ha addomesticati come è accaduto al movimento del ’68 oppure li ha ammaliati come è, in parte, accaduto alle popolazioni dell’Est Europa. Questi ultimi sono stati sicuramente attratti dalla prospettiva di una società più libera e democratica, ma non vi è dubbio che pensassero anche di potere beneficiare di quella che allora doveva apparire come una corsa ininterrotta verso un benessere e una ricchezza quasi illimitate. Questo sogno si è realizzato solo per una piccola parte di quelle persone.
Sembra quasi che l’autore ci abbia voluto dire che il capitalismo e l’industrializzazione abbiano proceduto insieme, pur attraverso una lotta, ma alla fine a vincere non è stata l’anima eroica dell’umanità, quella votata al progresso sociale e civile, ma la società dei consumi, quella che riesce ad inglobare e ad annacquare ogni altra attività umana, comunque orientata.
Non ci sembra tuttavia che questa analisi esaurisca il senso della rappresentazione. Il guerriero e la spada possono evocare anche il passato, l’antichità classica con i suoi ideali,  oppure ogni ideale eroico, compresi quelli legati alle guerre e alle rivoluzioni. Questa linea interpretativa potrebbe farci pensare al capitalismo che finisce per imbrigliare ogni pensiero rivoluzionario del Novecento, dal nazionalismo guerrafondaio di destra alle rivoluzioni socialiste realizzate o soltanto sognate. Vista così, la fotografia sembra straordinariamente profetica: un anno dopo i regimi socialisti dell’est sarebbero effettivamente crollati. A molti di noi che osservavano da sinistra sembrò (ed era giusto che così fosse) un momento di grande speranza: una volta crollato il totalitarismo sovietico, e con esso, il timore che le spinte egualitarie del movimento operaio e della sinistra avrebbero potuto portare ad una dittatura, sarebbe stato possibile costruire una nuova storia che coniugasse libertà ed eguaglianza.
La storia non è andata così, né nella nostra Italia né nel resto del pianeta. Il capitalismo è diventato sempre più senza regole, ha assorbito in sé ogni prospettiva di cambiamento, portandoci nuovamente sull’orlo di una catastrofe.
La soluzione non sta, naturalmente, nell’immaginare nuovamente un eroico uomo nuovo.
Speriamo invece che il mondo delle relazioni umane, quelle in cui sono immerse donne e uomini, adulti e bambini, possano finalmente diventare il centro dell’organizzazione sociale.
Allora forse potremo riprendere delle scene in cui l’insegna della Pepsi-Cola sia più piccola e compaia in una scena con tanti soggetti, donne e uomini, adulti e ragazzi che svolgono tante attività, senza spade.
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