L’ombra sul palazzo più grande del mondo (di Massimo Micucci)

Bucarest, 1989

Bucarest, 1989

1978 arrivo a Cuba nella sede della Comision Peramanente del XI Festival Mundial de la Juventud y de los estudiantes. Mi tende la mano un ragazzotto un pò inquartato “Buon giorno sono romano”. “Anche io sono romano”. Lui: “Ma io sono romano di Romania”.
Il palazzo di Bucarest a 24 anni non l’avevo ancora mai visto, anche se già giravo i cosiddetti paesi dell’est per i giovani comunisti italiani. Dei giovani comunisti rumeni sapevo solo che erano disallineati da Mosca e dunque potevano darci una mano, assieme agli jugoslavi, contro il Komsomol. In verità non lo fecero mai, e imbrogliavano solo le carte. Qualche anno più tardi ci passai davanti a quella Mole. Bucarest era scura, fredda, poco abitata. Noi avanguardie giovanili in trasferta, eravamo annoiati e diffidenti. Qualche discoteca già “allettava” solo i fortunati ospiti di partito. Da dirigente del PCI stavo nella mitica sezione esteri: ero felice per la rottura sull’Afganistan e sulla Polonia. Gian Carlo Pajetta raccontava spesso che a Bucarest non avevano di che riscaldarsi. Ma non avevano il petrolio i Rumeni di Ceausescu? Dopo la caduta ci si aspettava un cambiamento sempre più radicale e veloce che avvenne molto dopo. Il tiranno era feroce, ma lo credevamo lontano ed in ombra. Ce lo raccontò la TV meglio dei dirigenti di allora. S’erano visti in tanti, giovani e non, abbattere il Muro a Berlino, ma mai il sangue, mai contestare in piazza un dittatore stalinista. Quel potere monumentale era in ombra per troppe ragioni tattiche anche ad occidente. Dopo Timisoara il profilo oscuro del “Conducator“ si sarebbe mostrato solo all’improvviso. Con quel comizio, una adunata oceanica il 21 dicembre: un imprevisto diventato voragine, tsunami. Dal fondo della piazza qualcuno fischia, sempre di più sbandano e si ribellano, compaiono le prima bandiere con i buchi. Pesanti come una occasione perduta. Buchi neri che si portano via la ipocrisia di tanti e speranze rimaste a pochi. Scariche di mitra davanti a quei palazzi, lunghe attese, cacce, esecuzioni e persecuzioni: da noi era arrivata “appena” una Bolognina che ad alcuni parve persino troppo. Come se, abbattuta la statua oscura, qualcuno pensasse di tenere insieme il palazzo in luce alle sue spalle, il più grande del mondo. Il più assurdo. Anche quello per fortuna fu decapitato come poi altre statue e simboli. Questa foto non appare più su Internet, c’è quasi da dubitare che si sia mai esistito qualcosa del genere. Il Delitto d’oblio. Allora non vedevamo chiaro, e qualcuno vedeva solo la prospettiva del tiranno. Si provò tanta rabbia ma anche una piccola pietà per la sua fine in nome di un sentimento che non era stato il suo. In questa pietà per la fine degli ingiusti, per i corpi liquidati sta forse il nuovo monumento che non si vede ancora, nè in quella piazza nè in altre d’Europa

La purezza e il coraggio del femminile (di Nadia Zicoschi)

Giza, Egitto, 1994

Giza, Egitto, 1994

Era composto da sole giumente il branco di cavalli che – si racconta – Maometto allevasse con cura e dedizione portandole sempre con se’. Nella versione più poetica della leggenda, lo accompagnarono in un lungo viaggio nel deserto e fu durante una sosta notturna per il riposo che il profeta, considerata la loro innegabile e straordinaria bellezza ed esercitando sul tema pensiero e riflessioni, volle verificare se le sue giumente davvero possedevano anche le altre sorprendenti qualità che il profeta sentiva di aver intuito. Le aveva lasciate senza acqua per alcuni giorni e, in quella notte, tra le dune e il cielo stellato, volle metterle alla prova. Le liberò e queste si diressero per istinto verso il fiume per abbeverarsi. Giunte a pochi metri dalla riva, le giumente sentirono le note del richiamo del corno con il quale Maometto solitamente le richiamava a sé. Di tutto il branco, soltanto cinque cavalle, nonostante la sete, tornarono indietro e si dice che quelle cinque giumente, si chiamano infatti al kamsa,  siano alla base della purissima razza di cavalli egiziani e che a quelle cinque cavalle siano riconducibili le cinque linee di sangue che costituiscono una minima e pregiatissima componente del mondo del cavallo arabo.
Marchiò il loro mantello con il simbolo di una spiga, il germoglio di Maometto, che ancora oggi racconta della  purissima selezione che porta all’esemplare che stiamo ammirando.
Sono stati per centinaia di anni i cavalli delle tribù nomadi beduine della penisola arabica. O meglio le cavalle. Venivano utilizzate nelle spedizioni dei predoni presso altre tribù, nelle razzie degli accampamenti, nello scontro fisico con il nemico. Il successo dell’impresa dipendeva dalla velocità nella fuga, dalla capacità di portare il considerevole peso del bottino sulla groppa insieme al cavaliere e, non da ultimo, dal loro coraggio e dalla loro affidabilità. Due doti, queste ultime, che le popolazioni arabe riconoscono agli esemplari femmina e non agli stalloni.
Una sfida tra tribù che negli anni divenne meno cruenta, più agonistica ma altrettanto pericolosa per la sopravvivenza delle famiglie. Alle corse di cavalli nel deserto i proprietari mettevano in palio la mandria stessa e, insieme, la supremazia di gruppo sull’altro. Non testare continuamente la velocità di questi animali è per i loro allevatori più antichi, come non riconoscere quello che Allah stesso ha voluto donare. Secondo la leggenda beduina, Allah prese una manciata di vento, vi soffiò sopra  e creò il cavallo. “Ti chiamerai arabo e la tua virtù risiederà nel ciuffo della fronte. Ti ho dato il potere di volare senza ali, sia in attacco che in ritirata”.
Questa foto – inconsapevolmente – ha immortalato la modernità del cavallo egiziano. A fine giornata – ma anche questa può essere semplice immaginazione – i ragazzi/cavalieri sembrano misurarsi in una sorta di ruba-bandiera a cavallo fra le piramidi. Un gioco  per la conquista del cordino esibito dal vincitore che richiede agli animali destrezza, coraggio, velocità e affidabilità. Basta un occhio mediamente esperto, o un piccolo suggerimento all’autore,  per capire che i due destrieri in primo piano sono, anche in questo caso, due cavalle. 

La prima Leopolda (di Marco Damilano)

Firenze, 2010 (iPhone)

Firenze, 2010 (iPhone)

Non partecipai a quella prima Leopolda, per un incidente in motorino avevo una gamba rotta e la seguii da casa, in streaming come si imparava a dire, come altri eventi di quel novembre 2010. A ripensarci: Gianfranco Fini a Bastia Umbra fonda Futuro e ordina le dimissioni dei suoi ministri, Nichi Vendola fonda Sel, a Firenze, per di più, e si candida a guidare la sinistra. E Massimo D’Alema in quelle settimane, riservatamente, chiese a Mario Monti di candidarsi a premier per il centrosinistra. Pagine ingiallite. Ricordo la mia perplessità sulla playlist, la consolle con cui la coppia Renzi-Civati dava e toglieva la parola, mi apparvero una coppia male assortita. Si capiva che da lì passava il futuro, anche se eravamo tutti distratti dalla resa dei conti interna al centrodestra di governo, la sinistra seguiva lo scontro tra Berlusconi e Fini come me, da casa, in streaming, azzoppata. Alla Leopolda era tutto nuovo, ma non nuovista, non una caricatura, una deformazione del passato per piegarlo a esigenze di marketing, si avvertiva nella confusione che due entità fino a quel momento separate, il popolo e i leader, si stavano cercando, annusando, provavano un linguaggio comune, miti, musiche, vocabolari tutti da imparare… Scrissi sul mio blog che era un errore ironizzare sui rottamatori, termine che in quel momento Renzi sembrava più subire che cavalcare. E che da Firenze poteva cominciare una rivoluzione democratica, come quella partita esattamente quarant’anni prima, nel 1970, quando Francois Mitterand diventò segretario dei socialisti francesi mettendo le basi della rivincita della gauche.  “Le Figaro” commentò: «Finalmente il partito ha trovato un leader e il leader ha trovato un partito». Mi chiesi se questo miracolo potesse succedere anche alla Leopolda.
Sono andato nella grande stazione, negli anni successivi, la lunga sala sempre un po’ buia, i tavoli tondi dove si mangia, i grandi schermi, la sala stampa nevroticamente tecnologica. Sempre più incuriosito dal popolo, perché il leader, nel frattempo, stavamo imparando a conoscerlo. La Rete di Renzi, vista dalla Leopolda, mi è apparsa sgangherata, felicemente disordinata. Un movimento allo stato nascente, con la sua carica di ingenuità e di dirompente voglia di esserci, «la distruzione creatrice», la chiamò nel 2012 l’economista Tommaso Nannicini citando Schumpeter. Poche facce note, pochissimi i politici di professione, il popolo di Renzi è sempre stato più negli spazi bianchi ancora da scrivere, come ama ripetere Alessandro Baricco, che nel testo già scritto. In quegli spazi bianchi ci sono i ventenni e i trentenni che sono il vero carburante di Renzi. Gli outsider, i non garantiti, i non tutelati. Si sono identificati con Renzi perché sono come lui. Sono quelli che devono fare da soli, quelli che non li chiama nessuno, i Non Invitati. Quelli che, disse Arturo Parisi ancora da quel palco, nel 2011, non hanno paura di dire la parola “io”, individuando con precisione il dna del renzismo: «Nel centrosinistra si mettono al riparo della parola noi, per poter dire io bisogna diventare vecchi. Tu Matteo sei antipatico solo perché hai avuto il coraggio di dire la parola Io». Mi è ritornato in mente quando il 13 febbraio 2014 Renzi segretario del Pd si è assunto la responsabilità di far cadere il governo Letta e di candidarsi a Palazzo Chigi. In meno di quattro anni la rivoluzione della Leopolda si è compiuta. La presa del potere è realizzata, resta aperta la sfida più grande: far passare dall’io le speranze, l’angoscia, i sentimenti, la domanda di partecipazione di una generazione.

I tormenti del mister (di Walter Fuochi)

Roma, 2011

Roma, 2011

Pensaci, pensaci. E’ dura, sotto 2 a 0. Ed è più dura perchè, se tu fossi il ct della nazionale, ne avresti una cinquantina di milioni più bravi di te, a vedere e fare la cosa giusta che, cazzo, è sotto gli occhi ti tutti, ma come puoi non capirla, cambia il 6, sposta a centrocampo il 13, butta dentro la punta che hai in panchina… invece sei solo l’allenatore del bimbi del Sacro Cuore, e non ne hai milioni, che di pallone ne sanno più di te, ma 7 o 8. Però, però, c’è il però. Sono i genitori dei tuoi ragazzi. Quelli che, a un campione arrivato, fecero dire un giorno. “Chi farà strada, fra questi? Gli orfani”

Gli occhiali (di Aldo Torchiaro)

Sana'a, Yemen, 1997

Sana’a, Yemen, 1997

Hassan, vederne, ne ha viste tante. Sana’a, la sua città, offre allo sguardo sempre più di quanto la sua vista ammetterebbe. I colori del mercato di Bab al-Sabah esplodono nell’iride. Il verde e il viola delle vesti delle donne, il candore del mashedda sulla testa, lo zafferano e il cumino del suo banco di spezie rimangono nelle mani e impregnano l’aria. E intorno, i riflessi del sole accecano, scintillano sul metallo delle monetine.
Hassan ha un compito, ogni mattina, prima di iniziare a esporre la merce. Accompagna la più piccola delle nipotine a scuola, la sezione infantile della grande Tala’i, dove era andato a studiare anche suo figlio. Quando cammina con lei, in strada, non parla mai. Guarda i sandalini di pelle d’asino che sorreggono l’ombra esile della bambina. E pensa a come deve essere, frequentare una scuola.  Cosa avviene, di preciso, lì dentro?  E’ vero che lì non entra mai la sabbia, perché rovinerebbe i libri? Mentre prova a immaginarlo, pesta con più forza la foglia di menta che non dimentica mai di mettere in bocca, quando esce di casa.
Ne ha viste tante, Hassan, e adesso perfino le bambine che imparano a leggere, scrivere, fare di conto. Contare, sì: come i maschietti. E lui ne va fiero, perché anche se qualcuno, nella moschea vicino alla sua, continua a dire che non sono cose da farsi, lui la sua nipotina la porta a scuola, eccome. Ogni mattina, come instillando goccia a goccia una piccola ribellione quotidiana.
E’ forse per sentirsi più vicino al mondo della scuola, per rappresentarsi come un frequentatore sia pure solo del portone della Tala’i, che un giorno ha deciso di comprarsi quegli occhiali nuovi. Occhiali preziosi per il sole, per tenere sempre alto lo sguardo. Lenti opache che lo aiutano a leggere, se non i libri, l’espressione dei compratori che si fermano a trattare. Dalle rughe che stirano e lo sguardo che fanno, intuisce subito se alzare, abbassare o confermare il prezzo delle spezie. Dietro quegli occhiali disegna un timido sorriso sul suo volto, Hassan. Per chi vive a Sana’a, dove se ne vedono tante, continuare a sorridere è necessario.

Tributo alle 6 vittime e ai 12 feriti dell’attentato del 30 marzo 1997 alla scuola Tala’i di Sana’a, dove persero la vita il preside dell’istituto, Asma Abd al-Bari, il professor Muhammad Yahya al-Ulufi, Husayn Ali Qa’id al-Ba’dani, Ali Muhammad Muqbil al-Awadi, Imad Muhammad al-Raymi e una bambina, mai identificata, sepolta con i suoi sandali di pelle d’asino. 

Dal pallone (di Antonio Pascale)

Parigi, 2012

Parigi, 2012

Un giorno, al tramonto, al complexo do Alemano, una della più grandi favelas di Rio, ho visto un ragazzino giocare  a pallone, su  un brutto campo di terra battuta. Solo, assolutamente solo: nessuno in campo, nessuno intorno. Ha continuato a giocare, a dribblare, a correre lungo la fascia, a tirare punizioni e rigori, a incitare i suoi compagni immaginari e il pubblico sugli spalti, anche  dopo, quando il sole è tramontato, e non c’era alcuna differenza tra la terra scura e il colore del cielo. Ma contro chi gioca? ho chiesto a un medico che mi accompagnava. Mi ha risposto: contro le statistiche. Le statistiche che l’hanno già condannato a diventare un narcotrafficante e magari morire ucciso proprio su un campo come questo. Come dire, ha aggiunto, il medico: butta il sangue adesso con la speranza di non buttarlo domani.

Cerchi alla testa a Brooklyn (di Riccardo Cassini)

New York, 2012

New York, 2012

Siamo al cospetto di una foto storica.
Raramente un semplice scatto fortuito, ci ha dato una serie di conferme scientifiche come nel caso di questa istantanea, studiando la quale scienziati, storici e antropologi sono riusciti a dedurre un elenco di verità inaspettate e spesso rivoluzionarie.
Per prima cosa, guardando questa fotografia scattata nel periodo Paleolitico Inferiore, lo storico Paul Aroid dedusse che la prima macchina fotografica era stata assemblata subito dopo la scoperta e il controllo del fuoco. Altrimenti la foto sarebbe venuta sfocata.
Si tratta di un ritratto della famiglia Michelin, scattato nell’ Età della Pietra, non sappiamo precisamente quando, e questo per colpa di una consuetudine del Galateo Preistorico secondo la quale non si chiede mai l’Età a una Pietra e si rimane sempre sul generico.
Il più famoso antropologo del mondo, Claude Lévi-Strauss, dell’Università di Wrangler, ne ricostruì l’insieme.
Al centro si trovava l’ Homo Michelin, il capo famiglia. Egli era, al momento dello scatto, disoccupato poichè la ruota non era ancora stata inventata. A rafforzare questa tesi, la scoperta di un graffito preistorico rupestre raffigurante un antenato di Mike Bongiorno che presentava la trasmissione “Il Quadrato della Fortuna”.
A sinistra, il figlio, Homino Michelin, in una chiara posizione punitiva, in ginocchio sui ceci, poichè, il giorno prima, Capodanno dell’anno 20mila avanti Cristo, aveva avventatamente fatto gli auguri dicendo: “Good Year!”
Homino Michelin era una mente geniale e avrebbe avuto un ruolo fondamentale nel progresso degli uomini preistorici. Viveva con la famiglia in una caverna e, nello spazio assegnato a lui, pieno di spifferi, ebbe l’idea della camera d’aria, a cui seguì, nell’Età del Bronzo, il cerchio in lega.
A destra, nella foto, c’è la sorella di Homino Michelin, il cui nome era Guida Michelin. Ella è immortalata in una posizione rannicchiata, in ginocchio, tipica dell’altleta corridore ai blocchi di partenza.
E’ una posizione simbolica: così come l’atleta è in attesa da un momento all’altro, del colpo di pistola dello starter, così Guida Michelin era in attesa, da un millennio all’altro, della nascita dei ristoranti per poterli visitare e giudicare tutti.
C’è poi il cane.
E’ merito ancora una volta del figliolo Homino Michelin, geniale come sempre, l’aver reso tale animale domestico. Col tempo, aveva affinato la sua arte dell’incrocio fra razze. Un giorno, eravamo ormai nell’ Era denominata in codice GP di F1, Homino Michelin, fra un Pit Stop e una Red Bull, ottenne questo cane che chiamò Pit-Bull.
Sorprende, in questa foto, la mancanza di una figura femminile riconducibile a quella materna.
A tale proposito esiste una teoria del noto esperto del periodo preistorico, Fred Flinstone (teoria fra l’altro confutata da un suo amico e collega nel libro “La versione di Barney”): il capofamiglia presente nella foto, Homo Michelin, è in realtà l’ Uomo di Neanderthal. Fra l’altro, Joe Neanderthal non ha mai smentito tale relazione: potrebbe così spiegarsi l’assenza di una moglie.
Come vi ho anticipato, la foto svela numerosi altri misteri rimasti sino ad oggi insoluti. Il più importante è di ordine sociologico e politico: sullo sfondo, al centro, vediamo due persone sedute; a sinistra, una seduta e una in piedi: bene, la persona in piedi, unica in questa posizione, è il primo Homo Erectus della Storia. Mentre tutti gli altri, come si vede, avevano ancora posizioni del tutto diverse (e diciamolo, anche più comode) egli fu il primo, in netto anticipo
rispetto agli altri ad adottare la posizione eretta: il primo caso, storicamente accertato, di Erezioni Anticipate.

A Berlino che giorno è? (di Gianni Carino)

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Questa strada la fa tutti i giorni. Finito il servizio torna in caserma e passa dalla piazza. Anche adesso, ma torna in caserma per cambiarsi e andare a casa della sua ragazza. Ha un permesso di due giorni. Questa sera verranno altre coppie di amici e insieme ascolteranno il disco che il suo amico gli ha procurato. Non è il concerto di settembre, ma raccoglie quasi tutte le canzoni del concerto. Sarà una bella serata.
Anche le voci dei ragazzi che giocano sulla pista sono gioiose e i nonni che sono con loro sembrano più vivaci nel chiacchiericcio che filtra dal fuori fuoco della lontananza. Le sedie aspettano il pubblico e il pubblico aspetta uno spettacolo, forse una gara di schettini. Intanto le sedie sono allineate e nessuno le ruba. Restano dove sono anche di notte. Neanche i clochard ne approfittano. Restano ferme e allineate. Tutti i giorni Helmut porta il nipote a giocare nella pista e prima di sedersi con la signora Ruth allinea le sedie o, almeno, va a controllare se sono allineate.
Dall’altra parte della piazza c’è il palazzo dove suo figlio fa il portinaio, da quindici anni e l’anno prossimo andrà in pensione e queste abitudini dovranno cambiare.
Questa sera Wolfgang, un invitato dalla sua ragazza,  porterà i gewurz gurken che fa sua nonna che con la carne stanno benissimo, sono buoni. Lui prenderà qualche birra: qualcuna in più non fa male e poi mangiare ascoltando il Boss è veramente rilassante e dobbiamo farlo prima delle 22, perché se no i vicini vengono a bussare. Reclamano il silenzio e hanno ragione perché si alzano all’alba. Solo di sabato sera si può superare l’orario: il sabato è la festa e si mangia e si beve. Quante volte lui e suoi commilitoni vanno a raccogliere persone ubriache la notte del sabato! Li raccolgono nel furgone e li portano a smaltire la sbornia. La domenica mattina li mandano a casa con qualche rimprovero che si aggiunge a quelli delle mogli.
Lunedì mattina tutti puntuali al lavoro per un’altra settimana. Forse ci vuole qualcosa di forte per cambiare queste abitudini. Le abitudini sono barriere difficili da superare, come il muro.

Ipnotizzati (di Matteo Gargani)

M'Boro, Senegal, 2010

M’Boro, Senegal, 2010

La foto cattura tutto lo stupore di un gruppo di bambini del M’Boro che guardano per la prima volta nella loro vita un filmato. I loro sguardi sono così pieni di stupore e immaginazione che catturano la nostra attenzione e anche noi, come quei bambini, incominciamo a far “spaziare la nostra fantasia” pensando a che cosa stiano guardando di così stupefacente da catturare la loro attenzione.
Penso che per quei bambini sia stato come vedere una magia. Quegli occhi pieni di emozione e stupore per aver visto una semplice sequenza di immagini in movimento mi fa pensare a quanto sia importante non dare nulla per scontato. In effetti la definizione di un oggetto come “scontato” è soggettiva e relativa ad un certo contesto, a delle aspettative di vita e ad un certo tenore di vita. Tutto ciò mi porta ad una conclusione: ogni cosa è relativa a come la immaginiamo, a come la percepiamo , a come doniamo a quel significante (a quell’ammasso di materia) un significato ben distinto nella nostra mente. Incredibile pensare a quanto sia sottile per un bambino la differenza tra realtà e immaginazione. Volevo dire che per un bambino la sua è l’unica vita possibile.

Un mondo piatto (di Stefano Manaresi)

Bassa Romagna, 2012

Bassa Romagna, 2012

Questa foto ci dice di un paesaggio di confine, che sta tra la bassa Romagna e il Delta del Po; tra i campi coltivati e le valli, tra le acque di fiume e le acque di mare. E’ l’immagine di terreni costruiti dall’uomo, non frutto dell’opera  millenaria  di fiumi e agenti naturali, che buld dozer e idrovore hanno strappato alle acque e bonificato con la riforma agraria del Mezzano, risalente ai primi anni 50 del novecento.
Oggi mi piace affermare che anche questo è un luogo di FRONTIERA, luogo di demarcazione fra differenti equilibri ambientali, agrari, e socio-culturali, e come ogni frontiera, incontro di biodiversità.
Se ascolto il mio cuore la foto mi parla di silenzio, di lievità, a tratti di desolazione.
Il racconto razionale ci consegna un’immagine frutto della lotta continua tra uomo e natura per conquistare terra alle acque, per sconfiggere fame, malattie, e miseria.
Conosco questa terra: questa terra è la mia terra. Riconosco perfettamente questo luogo, lo scatto è stato fatto sulla strada che dalla frazione MENATE porta all’argine Agosta delle Valli di Comacchio, e se avrete desiderio e voglia di percorrerlo potrete condividere che si tratta di “un mondo piatto”.