Una donna di Komodo (di Emanuela Giangrandi)

Indonesia, 1992

Indonesia, 1992

L’ho guardata e riguardata, la donna di Komodo…
per riuscire ad incrociare il suo sguardo…
non credo di esserci riuscita.
Mi guarda, ma in realtà non mi vede, non vuole vedermi.
Che ci sto a fare io lì, nella sua isola?
Lei ha il mare, la sabbia, le montagne, sono suoi da sempre e  non le serve  niente altro.
Se vive con i draghi, perché io dovrei incuriosirla?
Lei è lì a custodire il tempo. Immobile  e eterna.
Mi sembra invincibile, nella sua veste colorata.

L’esplosione della bolla (di Alessia Marabini)

Roma, 2013

Roma, 2013

Bolla di sapone che scoppia fluttuando nell’aria, frazione di secondo… la tecnologia come estensione della mente, la fotografia come estensione della capacità visiva umana.
Colori e forme destrutturate, astrazione ed espressivismo come forme estreme di realismo, capacità visiva potenziata contro capacità visiva limitata dell’occhio umano…
L’arte imita la tecnologia… e il contesto temporale …oltre che quello spaziale…diventa tangibile…. Conoscenza, esperienza, immaginazione, esperienza, conoscenza

Piazza Matteotti (di Fabrizio Zappi)

Imola, 2013 (iPhone)

Imola, 2013 (iPhone)

“Come più dolce ancora, l’esperienza vissuta, quando torna a essere, vent’anni dopo, una vita inventata”. Guardando questa foto Delfini scriverebbe così, nato e vissuto giusto un poco più in alto a sinistra, per me che rivedo mentalmente da Roma la mia terra, ma sempre lungo quella strada che chiude la piazza e che si chiama via Emilia. Una via percorsa milioni di volte, a piedi, in bicicletta, poi in motorino infine in macchina: coi nonni, coi genitori, con i compagni di scuola e gli amici più vari; per scacciare i troppi ricordi mi concentro sull’inquadratura e vedo quello che manca e realizzo che per la prima volta osservo l’immagine della piazza senza che vi troneggi l’obelisco. Pur essendovi tornato tante volte, solo ora che guardo la foto mi accorgo della rimozione, manco fossimo in Blow Up.
Collocato in epoca fascista, per me venuto dopo era sempre apparso inscalfibile, così scuro e roccioso come un meteorite, elemento costitutivo di un contesto di cui mi sentivo parte anch’io. Invece pochi anni fa è stato spostato. La sua assenza mi pare ora assumere significati esistenziali: inutile cercare quanto si è perduto, non a caso quando si ritorna le cose non stanno mai come le si immaginava. C’è sempre qualcuno o qualcosa che manca e cercare di dare un senso compiuto al ritorno a casa è sempre frustrante, l’incompiutezza è la sua cifra.
Dunque è meglio cristallizzare i ricordi, obelisco incluso, fantasticando dei sabati del villaggio dell’adolescenza e delle speranze che portavano: le infinite passeggiate sotto i portici, gli incontri, gli scontri, le visioni (di film, nei cinema oggi chiusi per far posto a banche e uffici), le apparizioni (femminili), i sogni, sì soprattutto i sogni, perché in fondo son quelli che fanno la differenza, specie fra chi parte e chi resta.
E chi parte non è migliore ma forse può migliorarsi perché mettendosi alla prova giunge più vicino a conoscersi, quindi a conoscere tutto quel che serve, dopo non rimane granché da scoprire.  Quando il tempo è passato e il destino di ognuno si è più o meno compiuto, ci si accorge che la nostalgia è un inganno e che non si era necessariamente più felici, poiché la nostalgia dei tempi andati è come il grandangolo usato da Claudio per questa foto, un potente grandangolo buono per contenere tutti i ricordi ma che non deve trarre in inganno l’osservatore ignaro: in verità questa piazza è piccina piccina… e allora saluto l’amico, compagno di mangiate da emigranti (encomiabile il suo bollito, commovente la zuppa inglese), con un consiglio rubato a Kierkegaard: “se la vita va compresa all’indietro, va vissuta in avanti”.

L’angelo dei tetti (di Sante Boldrini)

Roma, 2013

Roma, 2013

… Però mai dovremmo abbatterci; mai potremmo sotterrare il coraggio senza una croce di speranza che ci faccia da piccozza su di un altro sentiero. A volte si può imparare molto dal galleggiare di una piuma, quando il passaggio si stringe troppo e mostra i suoi fianchi alle spettacolari profondità. Lì, occorre essere fiduciosi della propria navigazione e saremo a Lui… Uniti in Lui, assoluto di verità.
(da poco Sante ha aperto un bel blog: Il tuono della luce)

Il tiro (di Daniele Iannaccone)

Roma, 2011

Roma, 2011

E’ questione di un attimo, un gesto atletico perfetto o scoordinato, da lontano o ravvicinato, disperato o a porta vuota: una frazione di secondo, è tutto là. Lo possiamo immaginare nella più ampia visione tattica, ma non sarà mai proprio come lo vogliamo, lo sogniamo che si infila di prima sotto al “sette”, ma non possiamo badare solo all’esito per coglierne la bellezza.
Tra amici o a Wembley siamo tutti uguali mentre ci proviamo, è la passione che ci guida, viviamo frammenti concentrati di felicità, speranza, gioia e liberazione. Puoi avere i calzoncini larghi e i capelli non a posto perché non occorrono i completini perfetti, gli scarpini fatati o migliaia di spettatori. Siamo tutti uguali se ci proviamo, nonostante i mille suggerimenti e le urla invoglianti che suggeriscono di puntare alla porta e che prontamente possono trasformarsi in bestiali improperi quando l’obiettivo non è centrato o il tentativo azzardato.
Non c’è dubbio, nel calcio come nella vita, il più democratico dei colpi è il Tiro e non occorre altro!

Bianchi e neri (di Laura Cianfanelli)

Civita di Bagnoregio, 2014

Civita di Bagnoregio, 2014

Chissà quante volte i loro passi si saranno incrociati lungo le strade di Civita di Bagnoregio.

Ora li separano una scala e un portone, dal quale la donna sembra uscire come venendo dal nulla, quasi una presenza spettrale, un fantasma fatto solo di un viso avvolto in una sciarpa.
Chissà come reagirà alla presenza del gatto, se chiamandolo si siederà sulle scale e lui correrà a ricevere carezze inaspettate, oppure se rimarrà ferma sul portone a chiedersi se sia un messaggero di qualche buona notizia, fosse anche solo un po’ di affetto piacevole e inatteso.

Una cosa è certa: il gatto, a metà fra sorpresa e indifferenza, farà forse una breve deviazione al suo bighellonare per poi riprendere la passeggiata, incurante di spettri e fantasmi, forte delle sue sette vite nella Città morente.

Il galata morente (di Massimo Cattabriga)

Roma, 2013

Roma, 2013

Un minuto fa mi sentivo invincibile.  Bellissimo, come sono, alto, muscoloso. Il mondo ai miei piedi. Un re, un dio.
Ora invece, inaspettatamente, schiacciato a terra, accasciato. Il mio corpo armonioso e agile è diventato pesante e immobile.
E io, non oso neanche rialzare lo sguardo  per cercarti.
So che ci sei. Non ti vedo ma ti sento, da qualche parte dietro di me.
Non so cosa stai per fare. Puoi ferirmi, aggredirmi, umiliarmi, consolarmi, esaltarmi indifferentemente. Non provo neppure a immaginare cosa stia per accadere.
È al di fuori della mia intelligenza immaginare il futuro, soprattutto il mio, così dipendente dal tuo desiderio, così imperscrutabile e dolorosamente inaccessibile.
Rimango qui e attendo qualcosa che agirà su di me, perché so che sta per arrivare e l’aspetto, con apprensione.
Ma so che verrà un giorno, lo sento da tempo, un giorno nuovo, che saprò decidere cosa voglio, e  avrò il coraggio di girarmi verso di te e di sorriderti, e di importi la mia bellezza, e forse anche, se vorrò, il mio amore.

La Scarzuola (di Pier Angelo Raffini)

La Scarzuola (Montegiove), 2014

La Scarzuola (Montegiove), 2014

Mi fermo a guardare questo luogo e subito ne sono attratto, m’immergo e avverto la particolarità, il mistero, la magia, l’ermetismo che lo avvolge. Nella foto vedo una parte di un complesso che immagino più ampio e che, dal suo disegno, mi pare, ricco di esoterismo.
Ho la sensazione che tutto in quel complesso si basi sulla simbologia, e che queste allegorie si possano cogliere anche dalle immagini. Le avverto nelle pietre squadrate e levigate, nel terrazzamento del terreno e degli edifici stessi, che richiamano ai livelli di grado, nei numeri: il tre della perfezione o il sette, che rappresenta la scala che percorrere un iniziato al massimo della maestria; negli archi con le loro pietre di volta, nelle colonne.
Vedo una struttura circolare-ortogonale che mi ricorda il castello mistico di Federico II in Puglia. Scorgo una torre, un edificio, che potrebbero essere stati un monastero a partire dal XIII secolo, visto la terra che lo ospita. Colgo un rigore, un ordine, seppur nel vasto ed eterogeneo stile. Forse voleva rappresentare la vita e le prove a cui siamo sottoposti.
Sento il silenzio che avvolge questo luogo, la natura che lo circonda. Tutto m’ispira a una perfetta armonia tra terra e cielo. Un luogo di congiunzione. Mi attrae, istintivamente lo percepisco come una località ideale per la meditazione, per la preghiera, per la riflessione.

Il cane del Chapas (di Laura Ciccarelli)

Messico, 1993

Messico, 1993

Ho due anni, ma ne dimostro dieci, lo so.
Però non è colpa mia: il segno che mi vedi sulla gola è quello di un collare a strozzo, che non cresceva mentre io diventavo più grande (ma non più robusto). Stavo alla catena, all’aperto, vivevo con poca acqua e poco cibo, ma la mia energia era tanta, era l’energia che hanno tutti i cani giovani, anche quelli che possono esplorare uno spazio molto limitato. Ero una vera esplosione di forza, e il mio padrone non sapeva come contenermi né come nutrirmi: aveva poco anche per sé. Mi bastonava ogni tanto per farmi stare buono, per farmi smettere di abbaiare. Io comunque gli volevo bene, gli leccavo le mani quando smetteva di picchiarmi, come fanno tutti i cani che si rispettino.
Pensavo che quella fosse l’unica vita possibile.
Poi è arrivato Lui: un ragazzo di quindici anni, con i capelli neri e gli occhi da cane, come me. Ha visto la mia energia e mi ha voluto subito bene, mi ha portato via con sé e mi ha dato un nome. Non avevo un nome prima. Ora ce l’ho e ne vado orgoglioso, quando mi chiama corro e sono felice.
Ora io sono TACANA’, come il nostro vulcano, perché Lui dice che dentro ho un’energia esplosiva. Il collare a strozzo non c’è più, non ci sono le botte. Ricordo ancora la mia vita di prima, ma adesso intorno a me ci sono i colori delle piastrelle di questo muro.
Adesso c’è Lui.