Fumatori di narghilè (di Verena Gioia)

Il Cairo, 1994

Il Cairo, 1994

Siamo qui e adesso, oggi il nostro il viaggio è nell’odore di frutta sopra ai rumori.

Mi torna in mente il frontespizio di un libro «E Allâh conosce l’arcano e il manifesto», mentre io mi limito a guardare e sono sempre di più le cose che ignoro.
Seduti in un caffè del Cairo ti dico: «Senza il crepuscolo la bellezza non respira».
Tu ridi alle mie parole e uno degli uomini seduti davanti a noi alza gli occhi. Hai ragione: non c’è nulla di malinconico in questa luce.
Per un attimo è come se fossimo soli, seduti in mezzo a questa strada, vorrei solo passare la mano sul legno intarsiato delle sedie.  Tutto sembra così familiare e mi ricordo il motivo: mio padre è l’unico uomo che ho visto indossare i mocassini, quelli che prendono la forma del piede a forza di camminarci dentro. E mio nonno aveva un cassetto pieno di calzini grigi che chiamava “pedalini”.
Mi alzo e ti dico «Allora dai, andiamo a cena».
Camminiamo sugli sguardi gentili dei curiosi, mentre schiviamo la città e tu mi abbracci, perché conosci le mie storie, anche quelle che non ti ho ancora raccontato.

E Il Cairo diventa casa, come lo sono state Istanbul e Lisbona e Bangkok e tutti quei posti in cui siamo qui e adesso…
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