In moschea (di Giulia Siviero)

Il Cairo, 1994

Il Cairo, 1994

«Mi fa paura, anche se lei è lontana, ma non riesco a spiegare perché». Ha detto solo questo mia figlia, quando le ho mostrato la fotografia. Lei sta in un angolo, il suo corpo è nascosto da una veste scura, la veste scura trascina con sé un’ombra. È grande lo spazio intorno lei, disegnato da linee chiare, regolari e sempre uguali. La vediamo da lontano, ma anche dall’alto. È questa la posizione che ci viene imposta dall’immagine. Una specie di distanza di sicurezza che, come quella veste scura, trascina però con sé l’ombra di una presunta superiorità. Quella che ci fa pensare a quella donna, nella piazza di una moschea al Cairo, come a qualche cosa di misterioso, incomprensibile. E immobile. Quella che ci fa pensare – a noi donne occidentali – che emancipazione e libertà femminile siano in una sequenza lineare e progressiva, senza sapere che, anzi, la prima può ostacolare la seconda. Quello spazio e quel corpo stanno semplicemente lì e non c’è nulla di spettacolare nel loro mostrarsi. Ma lei, lassù in un angolo e nella sua veste scura, riesce ad essere quieta, potente e libera allo stesso tempo. Riesce ad interrompere, con la sola presenza del suo corpo, le linee sempre uguali dello spazio in cui si muove. «È difficile da capire, ma sembra proprio che questo faccia paura».

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