La parata (di Luca Misculin)

Città di Castello, 2010

Città di Castello, 2010

C’è qualcosa, in questa foto, di incredibilmente universale e casuale allo stesso tempo. Dentro questa foto, c’è un pezzettino di tutti quelli che hanno preso a calci un pallone, o che lo prenderanno fra cinque, venti, settant’anni, o che lo hanno preso cinque, venti, settant’anni fa. Non è chiaro come ci sia riuscita, questa foto, ma lo fa.

Chi ha giocato/gioca/giocherà in porta si riconoscerà nell’espressione goffa che assume la propria faccia mentre para un tiro, ritratta nelle foto scattate da genitori o amici. Fateci caso. Nessuna faccia, quando il corpo là sotto sta parando qualcosa, è normale: occhi strabuzzati, bocche semiaperte, smorfie, fossette rimarcate, guance gonfie (qui, solo quest’ultime). Quelli a cui piace collezionare magliette da calcio, riconosceranno e apprezzeranno la gran maglia (quasi nuova, lucida e pulita: lo si vede anche da qui), forse una delle più belle ed eleganti degli ultimi anni, indossata dalla squadra più forte e potente e amata degli ultimi decenni (tutti i collezionisti, a parte le maglie delle squadre turche, ne hanno almeno una di una squadra forte, potente e amata).

L’erba verde ma un po’ secca, non può non ricordare qualcosa a quelli che a calcio non ci giocano e non ci giocavano, e venivano costretti a farlo perlopiù in gita scolastica, in una vacanza studio, quando gli altri percepivano il contesto di straordinarietà e ti chiedevano di giocare lo stesso, perché tanto siamo in gita, al college, lontano, e anche se di solito non ci giochi fa niente.

La fascetta da capitano, invece, ricorderà qualcosa a chi a calcio ci ha giocato una marea, ed è stato persino scelto fra altri dieci perché in una data cosa – fra i molti criteri con cui si sceglie un capitano, da piccoli – era migliore degli altri.

A me, invece, ricorda qualcosa quella palla gialla, sgualcita come le mille palle gialle che ho passato, tirato e crossato (sono nato poco dopo la gran diffusione dei palloni colorati) quando per me quella cosa occupava buona parte delle giornate, delle settimane, e della vita.

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