Fumatori di narghilè (di Verena Gioia)

Il Cairo, 1994

Il Cairo, 1994

Siamo qui e adesso, oggi il nostro il viaggio è nell’odore di frutta sopra ai rumori.

Mi torna in mente il frontespizio di un libro «E Allâh conosce l’arcano e il manifesto», mentre io mi limito a guardare e sono sempre di più le cose che ignoro.
Seduti in un caffè del Cairo ti dico: «Senza il crepuscolo la bellezza non respira».
Tu ridi alle mie parole e uno degli uomini seduti davanti a noi alza gli occhi. Hai ragione: non c’è nulla di malinconico in questa luce.
Per un attimo è come se fossimo soli, seduti in mezzo a questa strada, vorrei solo passare la mano sul legno intarsiato delle sedie.  Tutto sembra così familiare e mi ricordo il motivo: mio padre è l’unico uomo che ho visto indossare i mocassini, quelli che prendono la forma del piede a forza di camminarci dentro. E mio nonno aveva un cassetto pieno di calzini grigi che chiamava “pedalini”.
Mi alzo e ti dico «Allora dai, andiamo a cena».
Camminiamo sugli sguardi gentili dei curiosi, mentre schiviamo la città e tu mi abbracci, perché conosci le mie storie, anche quelle che non ti ho ancora raccontato.

E Il Cairo diventa casa, come lo sono state Istanbul e Lisbona e Bangkok e tutti quei posti in cui siamo qui e adesso…

Una famiglia nella strada di Sana’a (di Giuliana Zanelli)

Yemen, 1997

Yemen, 1997

Al fascino ambiguo dell’esotico ho rinunciato da tempo. Avverto perciò con inquietudine l’alterità del mondo che incontro in questa fotografia: i pugnali fieramente esibiti dagli uomini in una singolare mescolanza di vesti europee e fogge locali; l’abito della donna, teli e veli che la coprono tutta intera. Inquietudine e perplessità per quel volto nascosto. Forse nel suo bozzolo lei è felice, protetta,  e dietro la sottilissima striscia di libertà lasciata ai suoi occhi vede in profondità più di noi.
I confini culturali (perché di questo si tratta ) sono mobili, permeabili. Archetipi e stereotipi vengono travolti con rapidità, altri resistono.  La parola etnia è entrata nel mio vocabolario molto tardi e la maneggio sempre con profonda diffidenza, come un oggetto infetto. Troppo rigidamente denotata. Troppo contigua alla parola razza.
Ma dietro i costumi di questo piccolo gruppo yemenita immagino idee, condizioni e relazioni sociali molto lontane da me. E mentre sento tutta la fragilità della mia frontiera laica e illuminista, abbasso lo sguardo alla polvere che piedi umani, calzati come i nostri, calpestano.

La cappellaia (di Carlo Massarini)

New York, 2012

New York, 2012

Non puoi entrare
Puoi solo uscire
E sulla soglia una cappellaia
Orientale

Si sa che New York è un porto di mare
e di terra e di cielo
Non puoi tornare indietro
devi solo andare avanti
Se la cappellaia te lo consente

Altrimenti,
comprale un larghe falde
Di rafia, come quelli di una volta
Il cappello ti renderà invisibile a tutti
Tranne che a lei

Sarà il tuo lasciapassare
Il vostro cenno d’intesa
Il tuo pegno pagato
Il vostro segreto
newyorkese

Torri sulla pianura (di Rula Jebreal)

Bologna, 2013 (iPhone)

Bologna, 2013 (iPhone)

Questa foto mi evoca ricordi di passione civile 
E’ la città dei miei anni Novanta, dei giorni di Mani Pulite
Gli studenti in rivolta e la voglia di cambiare e migliorare l’Italia
Vista da Bologna il vostro è un Paese fiero, impegnato e fatto di persone di alto profilo. Alto come le torri che si ergono come i fari, per controllare la città.
Modernità e tradizioni
Un cultura fatta di diversità e di tolleranza.
La mia Bologna.

In moschea (di Giulia Siviero)

Il Cairo, 1994

Il Cairo, 1994

«Mi fa paura, anche se lei è lontana, ma non riesco a spiegare perché». Ha detto solo questo mia figlia, quando le ho mostrato la fotografia. Lei sta in un angolo, il suo corpo è nascosto da una veste scura, la veste scura trascina con sé un’ombra. È grande lo spazio intorno lei, disegnato da linee chiare, regolari e sempre uguali. La vediamo da lontano, ma anche dall’alto. È questa la posizione che ci viene imposta dall’immagine. Una specie di distanza di sicurezza che, come quella veste scura, trascina però con sé l’ombra di una presunta superiorità. Quella che ci fa pensare a quella donna, nella piazza di una moschea al Cairo, come a qualche cosa di misterioso, incomprensibile. E immobile. Quella che ci fa pensare – a noi donne occidentali – che emancipazione e libertà femminile siano in una sequenza lineare e progressiva, senza sapere che, anzi, la prima può ostacolare la seconda. Quello spazio e quel corpo stanno semplicemente lì e non c’è nulla di spettacolare nel loro mostrarsi. Ma lei, lassù in un angolo e nella sua veste scura, riesce ad essere quieta, potente e libera allo stesso tempo. Riesce ad interrompere, con la sola presenza del suo corpo, le linee sempre uguali dello spazio in cui si muove. «È difficile da capire, ma sembra proprio che questo faccia paura».

La parata (di Luca Misculin)

Città di Castello, 2010

Città di Castello, 2010

C’è qualcosa, in questa foto, di incredibilmente universale e casuale allo stesso tempo. Dentro questa foto, c’è un pezzettino di tutti quelli che hanno preso a calci un pallone, o che lo prenderanno fra cinque, venti, settant’anni, o che lo hanno preso cinque, venti, settant’anni fa. Non è chiaro come ci sia riuscita, questa foto, ma lo fa.

Chi ha giocato/gioca/giocherà in porta si riconoscerà nell’espressione goffa che assume la propria faccia mentre para un tiro, ritratta nelle foto scattate da genitori o amici. Fateci caso. Nessuna faccia, quando il corpo là sotto sta parando qualcosa, è normale: occhi strabuzzati, bocche semiaperte, smorfie, fossette rimarcate, guance gonfie (qui, solo quest’ultime). Quelli a cui piace collezionare magliette da calcio, riconosceranno e apprezzeranno la gran maglia (quasi nuova, lucida e pulita: lo si vede anche da qui), forse una delle più belle ed eleganti degli ultimi anni, indossata dalla squadra più forte e potente e amata degli ultimi decenni (tutti i collezionisti, a parte le maglie delle squadre turche, ne hanno almeno una di una squadra forte, potente e amata).

L’erba verde ma un po’ secca, non può non ricordare qualcosa a quelli che a calcio non ci giocano e non ci giocavano, e venivano costretti a farlo perlopiù in gita scolastica, in una vacanza studio, quando gli altri percepivano il contesto di straordinarietà e ti chiedevano di giocare lo stesso, perché tanto siamo in gita, al college, lontano, e anche se di solito non ci giochi fa niente.

La fascetta da capitano, invece, ricorderà qualcosa a chi a calcio ci ha giocato una marea, ed è stato persino scelto fra altri dieci perché in una data cosa – fra i molti criteri con cui si sceglie un capitano, da piccoli – era migliore degli altri.

A me, invece, ricorda qualcosa quella palla gialla, sgualcita come le mille palle gialle che ho passato, tirato e crossato (sono nato poco dopo la gran diffusione dei palloni colorati) quando per me quella cosa occupava buona parte delle giornate, delle settimane, e della vita.

“Maestro”

La home page di ArteMagazine

La home page di ArteMagazine

“Fra i progetti più interessanti di fotografia contemporanea promossi in Italia non possiamo prescindere da quello di Claudio Caprara, classe 1960. In Eclettismi, questo il titolo del lavoro, Caprara usa le fotografie che ha scattato negli anni per raccogliere i pensieri delle persone che ha incontrato: un’idea partecipativa in continua evoluzione. Dopo la rassegna omonima ospitata ad Imola, ArteMagazine ha incontrato il maestro, che ha raccontato la genesi dell’opera e i suoi progetti futuri”.

Francesca Gentili mi ha fatto questa intervista, ma a distanza… non ci siamo visti. Secondo me mi ha definito “maestro” per via dell’età…

Grazie a lei e ad ArteMagazine

Verde (di Maria Chiara Prodi)

Marocco, 1991

Marocco, 1991

La vedete voi una macchia di luce? Io vedo verde. Verde, e umido sotto i piedi.
Sono uscita presto questa mattina, e non tornerò indietro.
Vedi un bambino, sulle mie spalle?
Tu lo vedi. Io non so cosa porto sulle spalle.
Cammino nel verde, i piedi punti, le mani avanti.