Le ragazze del muretto (Nastassja Kinski)

Roma. 2012

Roma. 2012

Claudio, quando penso all’Italia penso al mare, ma anche all’Italia delle città.
Ecco, allora, in mente mi appare proprio questo: questi muri d’amore, dove uno si scrive, dove uno può stare come in questa photo. E anche un muretto diventa un posto tutto tuo, dove puoi stare con i tuoi sentimenti, con il tuo amore.
Adoro questa photo Claudio

I suoi baci ridevano (di @vyrtuosa)

Parigi, 2013

Parigi, 2013

lei era quella che se vedevo un film, mangiavo un gelato buono o bevevo un vino, pensavo alla sua bocca.
lei era quella che rideva quando le dicevo era bella
lei era quella che non rideva delle battute che avrebbero dovuto far ridere
lei era quella che non ti aspettavi, ma che ti ritrovavi ad aspettare per poterla solo vedere un attimo
lei era quella che avresti portato nei posti che sentivi solo tuoi, perchè senza di lei adesso ti sembravano senza senso
lei era quella che non aveva paura di baciarmi anche se non avremmo dovuto
lei era quella che i suoi baci ridevano.

E lui avrebbe voluto ridere ancora.

Lo spirito delle scale (di Pippo Civati)

Bologna, 2013 (iPhone)

Bologna, 2013 (iPhone)

Lo spirito delle scale è quello che, secondo una espressione francese che però troviamo anche in altre lingue e in altre tradizioni, ci accompagna spesso nei momenti decisivi della nostra vita. Quando ci siamo già salutati, abbiamo chiuso la porta alle nostre spalle, e iniziamo a scendere le scale, forse proprio per la leggerezza con cui lo facciamo, ci viene in mente qualcosa che avremmo voluto dire, e non abbiamo detto. Quella cosa così importante che avrebbe cambiato il senso di tutto quanto, o forse avrebbe dato a tutto quanto quel senso che sarà impossibile dare alle cose, una volta discese le scale. Così come capita di fronte a una provocazione, a chi non ha la battuta pronta, o a chi ce l’ha, ma in quel momento è troppo colpito per saperla trovare, per avere quel guizzo che consente di rispondere e pareggiare o addirittura ribaltare il risultato. E a quel punto le scale si trovano a rappresentare una spirale in cui scivoliamo e che invece ci piacerebbe poter percorrere a ritroso, facendo risalire alle lancette dell’orologio i gradini che abbiamo percorso, poter riaprire la porta e potergliene dire quattro, o anche soltanto una, a chi ci ha provocato, o commosso o offeso. E invece il riflesso è quello di iniziare a correre, a precipizio, a rottadicollo, da scrivere così, tuttoattaccato, fermandoci giù, in basso, nella penombra, quasi al buio, al fondo delle scale che però purtroppo non è il fondo solo delle scale, ma molto di più: ed è solo allora che ci prende una stanchezza indicibile e una delusione totale, per il non detto e per la fuga che non ci ha portato se non in basso, dove è impossibile risalire. E però hanno inventato i citofoni, e alla fine si può premere un pulsante, e anche se con qualche ritardo (fuori tempo, d’accordo) possiamo tornare sul luogo del delitto e recuperare. Non è la stessa cosa, ma non tutto è perduto: in fondo, appunto, non è che una metafora.

Trek, Pierre 17 (di Luca Di Bartolomei)

New York, 2012

New York, 2012

C’è un uomo che guarda.
Un uomo di colore, in piedi, appoggiato al parapetto e voltato di spalle fermo ad osservare il fiume sul quale sembra attendere che qualcuno o qualcosa passi su di esso.
Magari era uno che lavorava in finanza e dopo la crisi dei Subprime è stato licenziato ma siccome aveva mantenuto tutte le conoscenze nel giro dei colleghi era finito a fare lo spacciatore per portare i soldi in famiglia.
Eddai cazzo!
Se sei negro in America devi per forza conoscere qualche spacciatore e alla fine, perché lo sappiamo come va a finire, negli Stati Uniti, tutti i neri prima o poi qualche cazzata la fanno.
E se non stesse attendendo nessuno?
Se stesse solo osservando il panorama?
Magari percorre tutti i giorni questa striscia lungo l’Hudson ma solo oggi, per la prima volta, si è fermato a guardare il bagliore del sole che illumina la vecchia parte industriale della NY anni 40.
Lì non c’è Skyline.
La luce del tramonto incendia i mattoni dei caseggiati popolari che si alternano agli opifici nell’indefinita sequenza del river.
Venti anni fa, al posto di quel bellissimo food store vegano da 8 vetrine sotto al complesso dei Loft appena ultimati, c’era un dormitorio – semiufficiale, semiautorizzato, semipulito – che ogni notte si affollava di tutti i barboni della zona.
L’odore di piscio e vomito lo sentivi prima di girare l’angolo.
Venti anni fa, quando era andato al college con l’aiuto della comunità della Chiesa evangelica, e prima di farsi strada con la sua società di software.
Forse oggi, vent’anni dopo, quell’uomo di spalle si è accorto tutto di un colpo di quanto il suo distretto gli sia cambiato intorno.
E quanto lui sia cambiato con questo.
Ma se poi la storia fosse diversa? Magari si è fermato solo per osservare quella ragazza col buffo cappello che poco fa, mentre era in bici, ha visto passeggiare per la prima volta in vita sua.
Vedendola ha avuto uno strano déjà vu: quello strano cappello di paglia grigio chiaro a fascia larga più intonato ad una spiaggia caraibica che ad un contesto urbano.
Mai vista prima e pure gli sembra di conoscerla da tanto.
E se invece  fosse solo un modello che è posa per la pubblicità della bicicletta?
Adesso che ci penso un attimo ma davvero mi interessa sapere chi è o perché si trova lì?
Forse, forse ho trovato!
Il significato ultimo della foto è questo: osservare meglio la vita a noi e renderci conto che non possiamo andare avanti fingendo di non accorgerci degli altri per comodità.
Ecco si, deve essere così…forse no.
Alle 4.49 del mattino tutto è stato più chiaro.
Scrivere qualcosa di sensato entro le tremila battute su una foto senza titolo è fottutamente complesso e quindi dovendomi inventare qualcosa vi ho portati fin qui.
Punto.

Movimento di liberazione della birra (di Valerio Monteventi)

Praga, 1989 (nel cartello: Nel nuovo anno con barattoli di birra!)

Praga, 1989 (nel cartello: Nel nuovo anno con barattoli di birra!)

Bere è uno dei principali bisogni umani. L’acqua, fino a poco tempo fa, era la bevanda pubblica per eccellenza ed era accessibile a tutti. Ora la stanno privatizzando e per averla ci fanno anche le guerre.
Il latte è la fonte di nutrimento primaria per i bambini.
Se parliamo di beveraggio oltre la sopravvivenza, il gradino più alto del podio se lo prende il vino, ma gli altri due se li contendono i tanti tipi di birre che inondano le strade del mondo.
Dalla cervogia, fatta con orzo e avena fermentata, a quelle fatte nascere dal luppolo dai monaci nel medioevo, utilizzando le loro conoscenze delle erbe medicinali. Libri e film si sono dissetati con le cerveze spagnole o le bière francesi. Le pivo ceche hanno un sapore più dolce delle bier tedesche.
La пиво russa o le μπύρα greca possono sembrare incomprensibili, ma non c’è niente di più dissetante a 30° sotto zero o nei + 35° delle isole del Pelopponneso.
I seriosi inglesi sostengono che “life isn’t all beer and skittles”: la vita non è tutta birra e birilli. Ma nei vicoli di Praga bere una birra piccola è disonorevole, infatti dire “sei una birra piccola” equivale al bolognese “sei una mezza pugnetta”.
In Italia, per via del motto “a tutta birra”, c’è un legame allusivo tra la birra e la benzina. Equazione più errata non era possibile. A causa del petrolio si fanno guerre e colpi di stato. La birra, invece, è il fluido della pace, della pausa, del sedersi a un tavolo stretto e guardarsi in faccia.
Tuttavia, di recente, anche la birra ha sobillato i guerrafondai di provincia. Si tratta dei cosiddetti “sindaci sceriffo” che hanno scatenato contro la “bevanda che ravviva” una guerra fuori luogo fatta di ordinanze e di divieti.
Per questo va salutata con interesse la diffusione a livello planetario del movimento di liberazione della birra. Prosit.

La ragnatela (di Cleto Zaniboni)

Roma, 2013 (iPhone)

Roma, 2013 (iPhone)

17 giugno 2014 ore 5,45 lo schianto del tuono mi sveglia e il bagliore del lampo successivo illumina la stanza attraverso le imposte socchiuse della finestra. Istintivamente mi stringo alla mia compagna che nel sonno risponde impercettibilmente. Penso a quella foto che l’amico Claudio mi ha chiesto di commentare. Oggi sono 38 anni che ci siamo sposati, in una chiesa gremita di persone venute a stringersi attorno al loro parroco che ha deciso di rompere il laccio invisibile del celibato ecclesiastico che lo tiene legato ad una ragnatela che lo avviluppa rischiando di soffocare i suoi entusiasmi giovanili che hanno fatto degli ideali evangelici la molla potente della sua vita a servizio della comunità.
Il volto sereno di splendida sessantenne mi rinnova il tuffo al cuore che provai quando mi abbracciò alla mia richiesta di condividere con me l’avventura di rompere il tabù del celibato impedendogli di inaridirsi nella frustrazione di una lotta senza sbocchi contro una struttura soffocante
La ragnatela della struttura ecclesiastica in seguito riavviluppò quel popolo festante, riportandolo alla routine quotidiana dentro i polverosi riti della religione della croce di un condannato a morte per ragioni politiche, ammantate da motivazioni religiose. Il supplizio di quell’uomo, invece della molla potente per la ribellione all’ingiustizia, ritorna  l’esca per intrappolare le sue vittime cui sottrarre la linfa vitale dello slancio alla ribellione contro l’ingiustizia e il dolore.
Usciti da quella ragnatela, abbiamo lottato insieme, noi due più forti e sereni, alimentando in noi e in chi camminava con noi, fiducia e speranza.
Quei raggi di luce non scaturiscono più da una croce di uno sconfitto ucciso dal potere politico religioso ma dal messaggio di una vita spesa ad annunciare buone notizie.
Il temporale si è scaricato, un raggio di sole nascente penetra nella stanza ….. lei, come la vita che abbiamo vissuto insieme, lottando ogni giorno per le cose in cui credevamo, è ancora bella e serena …. Ne valeva la pena.

Dervisci danzanti (di Gaia Bermani Amaral)

Istanbul, 2012

Istanbul, 2012

Ed ecco il circo, l’ipnosi, il caleidoscopio, il nano, il muetzin, le spezie, il kajal, lo scorpione, l’odore dei tappeti antichi, il tè alla menta, la fiamma della candela, il canto e il silenzio, la maestria dei saggi, e il maschilismo.
Le donne stanno a guardare nascoste al di là del legno intarsiato sullo sfondo. Restano con i loro capi avvolti nella seta, l’henné sulle mani, il terzo occhi dipinto sulla fronte, spettatrici di un destino millenario.
Gli specchi non riflettono, sono pece liquida. La musica è immobile come quelle figure che oscillano all’infinito ferme su se stesse.
Il rigore nel folclore è più forte. Più forte della musica che non riesco a sentire. Forse perché anch’io sono donna e il buio oltre la grata si prende tutto.

Civiltà (di Seble Woldeghiorghis)

Bologna, 2013 (iPhone)

Bologna, 2013 (iPhone)

Questa immagine raffigura un pezzettino di una città a me molto cara: Bologna. La città in cui sono nata, cresciuta e da cui ad un certo punto ho deciso di separarmi, anche se non definitivamente.
Sono nata nel quartiere San Donato, ma la mia crescita è avvenuta alla Bolognina con quella bella piazza dell’Unità che ha accompagnato la mia infanzia e la mia adolescenza. Ricordo i pomeriggi passati a correre con gli amici sotto i portici intorno a casa. La strada e in generale il quartiere, diventavano un’estensione delle mura domestiche. Questo per noi piccoli si traduceva in un’ inestimabile libertà di movimento, mentre per i più grandi voleva dire diventare custodi di un territorio comune di cui tutti potevamo beneficiare.
In alcuni paesi del mondo, in particolare quelli africani, il concetto di quartiere è vissuto in una maniera molto collettiva. In casa si mangia e dorme soltanto, il resto della giornata la si passa fuori. Le strade bolognesi hanno per molto tempo avuto la stessa vocazione. Sarà forse grazie ai loro portici che proteggono, custodiscono, coccolano e in alcuni casi celano.
Non è un caso che proprio a Bologna sia nato un progetto sperimentale che poi ha fatto scuola in altre città. Mi riferisco a “Social Street” nato dall’idea dei residenti di via Fondazza che si sono uniti per riscoprire i valori del vivere comune, socializzare con i vicini, condividere necessità, portare avanti progetti collettivi di interesse comune. Tutto partendo dall’utilizzo delle nuove tecnologie non dimenticando però di far ricadere le idee nella vita reale.
Un’iniziativa veramente originale e importante, ma quando per la prima volta ne ho sentito parlare, mi sono immaginata di doverlo raccontare ad una persona anziana, o anche solo a mia nonna che vive in un piccola città di un paese africano. Entrambi strabuzzerebbero gli occhi all’idea che si debbano sviluppare progetti specifici affinché i cittadini si riapproprino degli spazi pubblici. Curioso che si usi il termine “riappropriarsi” per identificare questa azione. Proprio perché dovrebbe essere nella natura di chi vive in comunità, essere comproprietario degli spazi che lo circondano.
E’ vero anche che se la strada diventa di tutti, allora ognuno di noi ne diventa responsabile. Come in una relazione di coppia.
Nel cartello scattato da Claudio Caprara c’è scritto: “Questa strada è curata e pulita dai suoi abitanti”.
Questa frase racconta proprio di una relazione che si instaura. Gli abitanti appartengono alla strada e a sua volta la strada appartiene agli abitanti. Solo se si crea questo rapporto di fiducia e di impegno si può parlare di bene comune in cui ognuna delle parti restituisce qualcosa all’altra. Gli abitanti la cura, la strada il senso di comunità.
Ecco perché, nonostante la lontananza, non mi staccheró mai dalla mia Bolognina. Perché nelle mie corse lungo i suoi portici, io e lei ci siamo incontrate, abbiamo imparato a conoscerci e a dare qualcosa l’una all’altra. In una sola parola ci siamo amate.
Ecco, per me il bene comune è proprio questo, un atto d’amore.