Spalle al muro (Elisa Calessi)

Egitto, 1994

Egitto, 1994

Il braccio destro del grande attorno al collo del piccolo è l’infanzia cresciuta in fretta. Il fratello grande deve occuparsi del più piccolo. Perché i genitori non hanno tempo. Devono lavorare, procurare il cibo. Non c’è tempo per essere bambini. Per essere senza pensieri. Come questo muro segnato dalle rughe del tempo. Gli occhi del più grande, sospettosi, guardinghi, sono la maturità ingiustamente precoce dentro una esistenza dura fin da subito. Una ruvidezza che ancora non c’è nello sguardo aperto, disarmato, del piccolo. Divertito, curioso, spalancato su quello che guarda. Su chi lo guarda. E’ la purezza della domanda. Ancora non violata nemmeno da una preoccupazione. Guarda proiettato tutto su chi ha davanti, totalmente lanciato, con una scommessa positiva nell’espressione. Il muro alle spalle, come solcato da gessi, ricorda la durezza della vita intorno, il principio e la fine dell’infanzia.

E’ come se li sentissi parlare. “Questo è il mio fratello. Piccolo. Ne ho altri. Tanti. Ma lui è il più piccolo. Stavamo giocando. Io più che giocare lo guardavo che non puoi lasciarlo un secondo se no si mette nei guai. Me lo ha detto la mamma di stargli dietro”. “Lasciami, dai. Non dar retta a lui, è un fifone. Che cos’è quella cosa che hai in mano? Cosa si vede dentro? Io mi chiamo Amir. Vuol dire principe. La mamma dice che mi ha chiamato così perché i miei occhi sembrano il fondo del mare. E solo un principe può averlo, il mare. Io so camminare nel deserto.  A testa in giù e sopra un filo. Mi chiamo Amir. E da grande farò il giro del mondo”.

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