Manichini (di Arianna Cavallo)

Santorini, Grecia, 2010

Santorini, Grecia, 2010

Chissà chi ce le ha trascinate, e perché. Sembra un affascinante gioco temporale, con i manichini immobili e retrò – il volto dipinto, i capelli scolpiti e il trucco pesante – e la nave da crociera che si allontana, chiassosa e contemporanea, con le coste uguali a sé stesse da centinaia di anni che sfumano sullo sfondo. Il collo è stretto con un filo di nylon ai pali che le sorreggono e sembra che le braccia, anziché mancare, siano a loro volta legate dietro la schiena. Costrette a partecipare a un cocktail elegante, non riescono a sorridere – una di loro è annoiata, addirittura triste, sta pensando che ha mai fatto per doversene stare lì.
Sono i resti di un mercatino estivo? Appartengono al negozio proprio lì accanto, fuori dall’inquadratura? Nel 1915 il pittore espressionista Oskar Kokoschka venne mollato dalla sua ragazza, la bellissima e famosa Alma Mater, e lui decise di rimpiazzarla con un manichino: ordinò che fosse il più somigliante possibile all’originale, che non fosse legnosa ma si potesse abbracciare, che avesse la pelle liscia, la lingua e i denti, e che potesse aprire la bocca. Fece arrivare per lei biancheria intima e abiti alla moda da Parigi. Fu molto deluso dal risultato – pensa un po’ – ma se la portò comunque dietro alle cene e alle feste con gli amici. Finché si stufò e pare che una sera la fece a brandelli. Più recentemente una fotografa di Denver, Suzanne Heintz, all’ennesima domanda sul perché non fosse ancora sposata decise di procurarsi un marito e una figlia di plastica: vive da 14 anni con loro e con loro ha realizzato il suo album di famiglia, fatto di scene di vita quotidiana, cartoline di Natale e fotografie delle vacanze.Chissà chi ce le ha trascinate, e perché. Forse tra un po’ scapperanno buttandosi in acqua, o forse qualche sconosciuto scenderà dalla nave, le prenderà con sé e le porterà in giro per il mondo, dentro a un’altra storia.

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