Oltre le soglie (di Luca Bottura)

(Omaggio – non richiesto – a Guido Gozzano e Allen Ginsberg)

Ad un mercato di Guiln, 1991

Ad un mercato di Guiln, 1991

Mio culo, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,
mio culo, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,
pur posto davanti a un mercato, ti pare, sei certo, sentisti
sovente qualcuno che geme, che picchia… Son comunisti
Si sbattono in vario lor metro, spiando non so quali voci,
si struggono, cuori di vetro, spazzati dai dubbi più atroci
E sentono chi sa quali tarli: la vita vissuta… A che scopo?
Profeti del tempo di prima, dispersi nel giorno del dopo
Appena un sussulto qui all’apice… un Deng… il presagio del peggio
ed ecco che la lunga marcia, si muta in Salerno-Reggio
Smorzarsi… recidere fiori… che ieri eran cento e oggi zero
Rimpiangere il libretto rosso, ma intanto rivenderlo in nero
Honk Kong… Shangai… Pechino… cullare la malinconia;
quel balzo che abbracciava il mondo, a stento attraversa la via…

II.
O culo, che lieto ti esprimi, voltando le spalle al domani
ché intanto tuo padre lo guarda, e pare che se lo arruffiani
Il nuovo lo investe, lo irrora, sul limite del marciapiede
Non sa ancora il quanto né l’ora, ma attende la giusta mercede
E mentre il futuro lo brama, seduto, composto, sul bordo
Lui dona il suo obolo al Pil, tu generi il tuo interno lordo
Intanto il timone si spezza, e quel ch’era “rivoluzione”
Diventa parola tra molte, per dire “lo voglio due volte”
E vedon chi sa quali sogni, i nuovi saputi… A che scopo?
Sorriderei quasi, piccino, non fossi col senno del dopo

III.
Mio culo, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,
mio culo, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo
mio cuore dubito forte – ma per te solo m’accora –
che venga quel mondo d’incanto di cui stai bramando l’aurora
(Quel mondo che l’acqua il plasma la limo il nugget l’Ikea
son nomi che credi rimpiazzino al meglio l’idea)
È un niente vestito di nulla che ha forma di dolce veleno
Che occupa il posto di Mao, ma vedi che non è cacao
Tu aspiri a un benessere come un incubo senza dolori;
ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome
Ti svegli dagl’incubi innocui, in tasca c’è l’invito al ballo
non già un seggiolino sul rivo, del tizio che nuota nel Giallo
Or taci nel vicolo grigio. Tu, recluta di un battaglione
che per vincer presto la guerra intanto mi assembla l’iPhone

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