Il venditore di lumache (di Manuela Ferri)

Meknes, Marocco1994

Meknes, Marocco1994

Natura viva. Due calderoni di rame colmi di chiocciole e un raggio di luce a trafiggere un venditore di lumache. Chissà tra gli infiniti e infiniti mondi e pensieri che possono nascere nella mente di un uomo, quale ha attraversato quella di in quel giorno del 1994 mentre Claudio lo fotografava a Meknes. Lì nel Marocco, nella città imperiale con Fes, Marrakech e Rabat c’è da escludere che quell’uomo dalla barba candida, il copricapo che pare corallo e la pelle color del tabacco si sia chiesto chi fosse quello straniero che gli stava rubando un attimo di vita per riportarselo chissà dove. Perché al mondo siamo sempre stranieri di qualcuno e c’è un solo pertugio nelle immagini che ci ostiniamo ad appiattire nelle due dimensioni dove cercar di intravvedere un pezzettino d’anima: gli occhi. Ma lui, il venditore di lumache di Meknes li ha stretti come fessure, chiusi da quella luce d’Africa che ci insegna a custodire gelosi i segreti più profondi.

In quella terra antica di uomini antichi, si possono commerciar lumache, non pensieri. E soprattutto non per strada. Medine, moschee, bazar e suk. Nemmeno fermandosi a guardare quella fronte così ampia, colpita da quella luce così cristallina che l’assomiglia a un pianeta illuminato. Lassù dal cielo fino alla terra di quelle mani pesanti. Così pesanti perché aduse al lavoro e forse anche alle carezze un po’ callose del buon padre di famiglia che sempre porta a casa il pane. Così come suo padre e il padre di suo padre e il padre del padre di suo padre. Faticosamente, perché l’Africa è meraviglia per pochi e fatica per tanti. Paradiso e purgatorio. Mai inferno perché è madre generosa che riempie un enorme paiolo di rame con lumache da portare ogni giorno al mercato. Si commercia tutto in Africa. Anche le lumache, ma non i pensieri per strada.

Lui tace. Chissà tra gli infiniti e infiniti mondi e pensieri che possono nascere nella mente di un uomo, quale ha attraversato quella di un venditore di lumache a Meknes in quel giorno del 1994. Nella mia, tanti anni, dopo è comparso l’ovvio ricordo di Michelangelo Merisi. Quel Caravaggio che dipingeva una luce altrettanto pura di quella dell’Africa per farne soffio con cui dar vita agli uomini e alle donne delle sue tele. Anzi agli uomini e alle Madonne con quei piedi gonfi e sporchi in primo piano, come sono gonfie e sporche le mani di questo venditore. Sporche, ma non sozze perché piene degli odori e delle essenze della sua terra antica.

Gli odori d’Africa che da questa immagine si respirano e non profumi che sono una superfetazione artificiale di una civiltà che ha dimenticato l’essenziale per perdersi nel superfluo. Nell’inutile. Ma quel venditore può riportare lontani ricordi di scuola: la lumaca o chiocciola di Pascal. Una curva algebrica piana, scandiscono i manuali, di una concoide generalizzata che nella sua versione più caratteristica presenta un anello che le conferisce una forma simile a quella del guscio. A studiarla per primo fu Albert Durer già nel 1525 nella sua “Istruzione sulla misurazione”, ma venne poi riscoperta da Etienne Pascal, il padre di Blaise. Filosofo e uomo profondo come quelli che racconta Marcel Schwob. Curva generata da un punto in una circonferenza che rotola sulla superficie esterna di un’altra circonferenza. E che ha l’inconfondibile forma di un cuore. Un cuore che meravigliosamente esce da un luogo geometrico. E allora a un cuore che batte forte penso mentre in questo 2014 sto guardando le chiocciole del calderone, nella foto che Claudio ha scattato nel 1994 a Meknes. Terra di Roma nel secondo secolo dopo Cristo e capitale del Marocco sotto il regno di Moulay Ismail ibn Sharif. Sultano. E chissà quale degli infiniti pensieri e mondi erano nella mente di quel venditore di lumache. E in quella del sultano.

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