La cena (di Carlo Lucarelli)

Guilin, Cina, 1991

Guilin, Cina, 1991

Ingredienti: una cipolla grande, due costole di sedano, una carota, quattro cucchiai di olio d’oliva, un bicchiere di vino rosso, farina q.b., sale e pepe a piacere, un litro circa di brodo, trenta grammi di burro, un chilo di cane.
Preparazione: infarinate la carne di cane tagliata a spezzatino, rosolate le verdure a fuoco moderato, aggiungete il cane, sfumate con il vino, coprite con il brodo e lasciate cuocere per almeno un’ora e mezza, col coperchio. Aggiustate di pepe e sale. Servite ben caldo.

“Ma davvero una volta gli uomini mangiavano i cani?”
“Una volta, e in certe culture. Anzi, era considerato una prelibatezza”.
“Il cane?”
“Il cane, sì. Arrosto, allo spiedo, in umido, bollito, certe razze venivano allevate apposta. In oriente soprattutto, in Cina”.
“Non ci posso credere. Se penso che quest’uomo potrebbe aver mangiato un cane mi passa subito l’appetito”.
“Tranquillo, gli uomini che serviamo noi vengono da allevamenti controllati, sappiamo benissimo cosa mangiano e posso assicurare che è roba sana e genuina”.
Non era vero. Comprava i suoi uomini surgelati da un grande discount, a metà prezzo perché erano vicini alla data di scadenza, ma nello spezzatino ci aveva messo così tanto vino rosso che nessuno se ne sarebbe accorto.
Così mentre con due tentacoli toglieva la rivista con quella foto così inopportuna – quel povero cane sotto il pelo dell’acqua, in attesa di essere squartato, che schifo – con gli altri quattro servì il piatto sul tavolo.
E davvero, aveva un odore così invitante da far schioccare tutte le lingue.

Spalle al muro (Elisa Calessi)

Egitto, 1994

Egitto, 1994

Il braccio destro del grande attorno al collo del piccolo è l’infanzia cresciuta in fretta. Il fratello grande deve occuparsi del più piccolo. Perché i genitori non hanno tempo. Devono lavorare, procurare il cibo. Non c’è tempo per essere bambini. Per essere senza pensieri. Come questo muro segnato dalle rughe del tempo. Gli occhi del più grande, sospettosi, guardinghi, sono la maturità ingiustamente precoce dentro una esistenza dura fin da subito. Una ruvidezza che ancora non c’è nello sguardo aperto, disarmato, del piccolo. Divertito, curioso, spalancato su quello che guarda. Su chi lo guarda. E’ la purezza della domanda. Ancora non violata nemmeno da una preoccupazione. Guarda proiettato tutto su chi ha davanti, totalmente lanciato, con una scommessa positiva nell’espressione. Il muro alle spalle, come solcato da gessi, ricorda la durezza della vita intorno, il principio e la fine dell’infanzia.

E’ come se li sentissi parlare. “Questo è il mio fratello. Piccolo. Ne ho altri. Tanti. Ma lui è il più piccolo. Stavamo giocando. Io più che giocare lo guardavo che non puoi lasciarlo un secondo se no si mette nei guai. Me lo ha detto la mamma di stargli dietro”. “Lasciami, dai. Non dar retta a lui, è un fifone. Che cos’è quella cosa che hai in mano? Cosa si vede dentro? Io mi chiamo Amir. Vuol dire principe. La mamma dice che mi ha chiamato così perché i miei occhi sembrano il fondo del mare. E solo un principe può averlo, il mare. Io so camminare nel deserto.  A testa in giù e sopra un filo. Mi chiamo Amir. E da grande farò il giro del mondo”.

Una foto che non sarà raccontata

“T’an sré miga di cont ed Turlonia?” (“Non sarai uno dei conti di Torlonia?”). Quando un imolese “profondo” parla dell’opulenza e dello spreco usa a volte questa espressione. La foto che vedete qui sotto non è stata raccontata e non lo sarà più. Avevo scritto a Giorgio Bettini per chiedere di essere lui a parlare di un tic di noi imolesi, di raccontare attraverso la foto come noi vedavamo la ricchezza e come quella villa, per altro abitazione di Benito Mussolini durante il ventennio, era nel nostro immaginario romagnolo. Gli ho scritto quest’estate e poi l’ho sentito ma non ho insistito: era stanco. La sua battaglia contro il male gli aveva fatto guadagnare ben più di tre anni di vita di discreta qualità rispetto a quello che ipotizzavano i medici… Ieri quella malattia bastarda ha vinto e questa notte ho scritto questo ricordo di un grande personaggio della storia della mia città.

Villa Torlonia, Roma, 2013

Villa Torlonia, Roma, 2013

Mi pare di ricordarlo, la prima volta che l’ho visto, piegato in avanti come se fosse pancia a terra a lavorare al suo giornale, in via Emilia una stanzetta sopra la farmacia oggi di Massimo Ortalli, in quella redazione fatta da tre persone: lui, Gabrio Salieri e Liana Manzoni.

Quando io ero molto giovane, di lui tra di noi non si parlava bene: era uno della destra del PCI e quindi uno di quelli che si rispettava, ma che non stava simpatico, perché non aveva Ingrao come riferimento, anzi a lui piacevano Giorgio Amendola e Giorgio Napolitano…

Con gli anni poi capii molte cose: ad esempio quell’antipatia atavica. Infatti mi raccontò che proprio l’incontro con Pietro Ingrao era stato uno dei motivi della sua collocazione interna al partito. Era a Milano, a metà degli anni ’50 e lavorava a l’Unità, nelle pagine culturali. Con lui lavorava era un tipo piuttosto interessante, che scriveva dei libri. Si chiamava Italo Calvino. Il suo compagno di banco era uno che negli anni ’70 ed ’80 fu un giornalista di riferimento per molti di sinistra, quando conduceva il TG2: Emanuele Rocco. Anche se giovane, Bettini era apprezzato, tanto che ricoprì in qualche occasione il ruolo più importante che a l’Unità si potesse avere: il resocontista del segretario che allora era Palmiro Togliatti… Ma la sua ammirazione andava soprattutto al direttore di quel periodo Davide Lajolo, uno che aveva fatto da fascista l’ufficiale in Grecia e Albania durante la guerra (e in quel periodo non escludo abbia incrociato anche mio padre), ma che con l’8 settembre aveva lasciato la camicia nera ed era entrato nella Resistenza, fu un eroe con il nome di battaglia di Ulisse. Giorgio aveva per Ulisse una venerazione. Il solo nominarlo gli cambiava lo sguardo e il suo apparente burbero carattere diventava d’incanto dolce e tenero.

Ulisse era il direttore de l’Unità che non aveva mandato giù l’invasione dell’Ungheria da parte dell’esercito russo e non ne fece mistero sul giornale del PCI. Ma non era aria e Togliatti si infuriò e mandò a normalizzare quel gruppo di intellettuali un po’ troppo liberali un dirigente emergente del partito: Pietro Ingrao, appunto, che riportò il giornale del Partito Comunista sulla “giusta” linea filosovietica… Era quel favoloso 1956.

Bettini non perdonò mai ad Ingrao quella scelta, quell’atteggiamento e quella censura – che per altro si è ripetuta in un’altra occasione a Bologna, quando morì il sindaco Giuseppe Dozza – e continuò a vedere per sempre ogni sua iniziativa politica di una doppiezza intollerabile, non come quella “doppiezza togliattiana” che veniva dipanata dal Migliore a fin di bene…

Era a l’Unità, ma il nuovo scenario non lo convinceva e a Bologna divenne dirigente dei giovani comunisti, si era già sposato con Novella: una donna notevole e soprattutto innamorata di questo ragazzo pieno di passioni e di visioni. Dal venerdì sera alla domenica nel loro piccolo appartamento bolognese messo a disposizione dal partito insieme a loro veniva a dormire una compagna da Roma. Era una donna importante: quella che oggi verrebbe chiamata la First Lady, anche se nel 1958 era ancora una prima donna “clandestina”. Nilde Iotti. Le direttive del partito prevedevano che i parlamentari dovessero nel fine settimana tornare nel collegio di elezione per mantenere i contatti con i proprio elettori (senza nessuna esclusione).

In una mattina del 1958 quando Giorgio aveva una riunione in federazione fu Nilde Iotti che accompagnò Novella all’ospedale perché si erano rotte le acque e di lì a poco nacque Susanna… Insomma nella piccola grande storia del grande Partito Comunista c’è spazio anche per piccole scene di grande umanità, dove tutti si davano una mano, perché i soldi erano pochi, ma tra compagni ci si aiutava e ci si voleva bene. A prescindere.

Giorgio a Bologna ha lasciato dei segni importanti. Lì continuò ad avere a che fare con la stampa comunista. La sua grande intuizione bolognese fu quella di trasformare un giornale, “Due Torri” (considerato solo foglio di propaganda per militanti e quadri del partito), in un giornale in grado di interessare migliaia di bolognesi, soprattutto giovani. E questa fu una grande e innovativa sfida che portò grandi giovamenti al rapporto tra partito e città.

Passavano gli anni e ad Imola con sempre maggiore forza si costituì un gruppo dirigente ambizioso e “autonomista” da Bologna e le relazioni umane che si erano costruite negli anni della Resistenza erano sempre molto forti. Enrico Gualandi era un giovane molto ambizioso e tra lui e Giorgio, da sempre, da quando il figlio del Moro era segretario del circolo della FGCI di Via Case di Dozza, c’era un legame di amicizia e complicità. Bettini, per parte sua, era stato uno dei più giovani partigiani di Imola. Nei primi anni ’60 con Cesare  Baccarini (che era tra l’altro uno dei maggiori animatori del Circolo del Cinema), con l’amico di una vita Nazario Galassi si trovavano il sabato sera a parlare di politica. Gualandi era il leader del gruppo, ma subito dopo c’era Corso Bacchilega. Si passavano le ore, si discuteva di tutto: dall’urbanistica, ai temi dell’agricoltura; dalla strana idea di quel matto di Checco Costa che voleva fare un circuito ad Imola, alla più grande azienda della città: gli ospedali. Amedeo Ruggi era il dirigente comunista di un’azienda agricola che poi si sarebbe chiamata PEMPA (guidata poi da un altro grande imolese: Giancarlo Cani) e il sindaco Veraldo Vespignani era per tutti un forte riferimento politico e culturale. Insomma erano anni di grande fermento culturale e politico. I sabati sera erano una scossa di energia e di vitalità. Come si poteva fare per trasformare questa energia in patrimonio comune? Corso Bacchilega e Giorgio Bettini ebbero un’idea geniale: fare un giornale che ogni settimana potesse essere letto dai lavoratori dopo l’uscita dal lavoro, che in quei tempi era il sabato a mezzogiorno. Un foglio che potesse essere letto dalle famiglie davanti al fuoco. Per essere anche momento di aggregazione tra gli amici e si potessero trovare i fatti della loro città. I pochissimi ricchi avevano in casa un aggeggio nuovo che si chiamava televisione, ma i lavoratori, il popolo poteva avere un giornale nel quale potersi ritrovare, riconosce, confrontare e sapere che cosa succedeva in Comune e in giro per le strade. Nacque così “sabato sera”, il giornale della città.

Il direttore doveva essere Corso, più esperto e conosciuto in città, ma Giorgio era sempre attento. Di lì a poco Gualandi, segretario della zona del PCI, richiamò a Imola Bettini e cominciò una collaborazione durata decenni.

Più o meno in quel periodo Giorgio fece un viaggio negli Stati Uniti, andò in California in realtà dove l’agricoltura intensiva e i grandi campi di insalata lo colpirono. In fondo era il figlio del direttore della fabbrica del ghiaccio che ad Imola era importante nella conservazione della frutta e degli ortaggi: in po’ come nel film La Valle dell’Eden con James Dean. Ma la cosa che gli interessava di più era il fenomeno della stampa locale. Ogni paesino della California aveva un giornale molto diffuso. Studiò bene come erano confezionati, come facevano i necrologi, le notizie sui nati e sui morti e su come si davano i risultati anche degli ultimi campionati di baseball tra ragazzini… Molte cose si potevano copiare e importare anche a Imola.

Troppo presto Corso Bacchilega si ammalò e “sabato sera” aveva bisogno di qualcuno che potesse dirigerlo. Non ci fu nessun dubbio: Giorgio era la persona più adatta. Dal 1964 al 1990 “sabato sera” fu la sua casa, la sua ossessione, il suo primo pensiero al mattino e l’ultimo la sera.

Il giornale all’inizio faceva fatica, ma con calma, con pazienza e con l’appoggio di Enrico Gualandi, cominciò a crescere. Per molto tempo furono solo 1500 copie – nonostante il PCI avesse ben oltre 10 mila iscritti. Ma era chiaro perché: non era il giornale del partito. Parlava della città, c’erano i prezzi del mercato e non gli orari delle riunioni… figuriamoci che cosa poteva interessare ad un segretario di sezione… E invece fu per quello che “sabato sera” divenne un giornale simbolo dell’editoria locale italiana.

A metà degli anni 70 con l’operazione di inglobare l’esperienza di un giornale sportivo fondato da Walter Fuochi cominciò un’irresistibile crescita di vendite e di qualità del giornale. Erano in 4 a farlo, ma sembravano un esercito. Io non riesco neppure ad immaginare quanta fatica abbiano fatto, ma sono stati immensi. Certo c’erano dei collaboratori che li hanno aiutati (mi limito a nominare Petronio Budini, Paolo Dal Monte e Piero Petrini perché dimenticherei alcuni fondamentali e non voglio fare dei torti), ma con il crescere del numero di copie vendute, è cresciuta esponenzialmente la qualità del giornale.

Accanto a questo lavoro Giorgio continuava ad alimentare il fuoco che animava la sua passione politica: ha diretto l’ospedale di Imola, ha avuto un ruolo nella battaglia culturale sulla malattia mentale e nella stagione del superamento degli ospedali psichiatrici, si appassionava nella discussione sui piani regolatori, è stato consigliere comunale per molti mandati, poi consigliere in Provincia, ha diretto il partito a tutti i livelli, è stato instancabile animatore delle iniziative editoriali del partito anche a livello regionale, a cominciale da NTV (che poi non ha avuto la fortuna che lui sperava), poi TeleImola e chissà quante iniziative dimentico… Non stava mai fermo un attimo.

Come se non bastasse era un appassionato camminatore, un conoscitore minuzioso del territorio, ha cominciato a far parte del CAI e anche lì è diventato un animatore, un organizzatore e un dirigente locale, regionale e nazionale.

Alla fine del 1987, quando io lavoravo a Roma nella FGCI nazionale, mi chiamò e facemmo una conversazione. Mi chiese se avevo voglia di scrivere qualcosa per il “sabato sera”. A 27 anni non potevo più stare in un’organizzazione dove i più giovani mi davano del lei e dovevo cominciare a pensare a cosa fare nella vita. Non avevo mai pensato di saper scrivere. Mi raccontò di come all’inizio correggeva gli articoli a Gualandi che aveva la terza elementare e mi conquistò parlandomi della crescita del giornale. Di come Gramsci ritenesse che in una città la gerarchia fosse: il sindaco, il comandante dei carabinieri, il vescovo e il direttore del giornale. Mi sfidò. Mi mandò a seguire una manifestazione di Comunione e Liberazione con Don Giussani al Palazzo dello Sport. Scrissi e mi corresse poche parole. Il secondo articolo me lo gettò nel cestino e lo riscrissi tre volte… Un po’ alla volta mi ha accompagnato alla professione a volte dolcemente a volte con strappi e ruvide battute.

Bettini mi ha rivelato tutti i trucchi del mestiere e soprattutto mi ha insegnato a “sentire” i lettori. Mi ha imposto di andare nelle edicole alle 7 del mattino a guardare chi erano le persone che compravano il giornale. Mi ha fatto sentire l’odore del piombo che incontrava l’inchiostro nella rotativa, poi con il tempo l’odore della cera e delle strisciate di carta fotografica da incollare sulle gabbie delle pagine del giornale per la foto-composizione. Con lui sono andato alla Posta di via Tito Speri a vedere i postini partire in bicicletta con i cestini pieni di giornali. Mi ha fatto provare il piacere di vedere nascere ogni settimana una creatura nuova: frutto del lavoro di persone appassionate che credevano che il giornalismo locale fosse una missione da compiere per conto di una comunità.

Avere diretto “sabato sera” dopo di lui è stato un onore di cui non gli sarò mai abbastanza grato.

Voglio solo accennare alla forza, al coraggio e alla incredibile voglia di vivere che ha avuto in questi anni di battaglia contro la malattia. Ha messo il suo corpo a disposizione delle sperimentazioni, ma più delle medicine io credo sia stato il suo straordinario spirito di combattente che l’ha fatto vivere molto più a lungo di quello che le statistiche gli dicessero. Si è battuto come un leone contro il cancro, come ha fatto per tutta la vita nelle battaglie in cui ha creduto.

E’ stato un grande divulgatore, un grande affabulatore. Un grande raccontatore di storie. Un comunista italiano di cui la città di Imola deve andare orgogliosa. Ha vissuto il suo tempo ed è stato protagonista della modernizzazione e del progresso del nostro territorio.

Poi è stato una persona che ha fatto il lavoro più bello del mondo nella città che ha amato con una passione profonda. Quello che so del giornalismo – e di molte cose della vita – lo devo a lui, che oltre ad un maestro è stato un secondo padre.

Mi dispiace molto avere scritto questo pezzo, ma lo chiudo con un grande abbraccio a Susanna e a Silvia che possono consolarsi, se è possibile, perché sanno che sono state fortunate ad avere un padre come lui.

Terra Bruciata (di Chiara Geloni)

Calabria, 2010

Calabria, 2010

Finché un uomo ti incontra e non si riconosce

e ogni terra si accende e si arrende la pace

(Khorakhanè – A forza di essere vento

Fabrizio De André, 1996)

Alla guerra e al dolore degli uomini. Al dolore evitabile, quello provocato dall’odio e dall’ingiustizia. Quello che irrompe nella bellezza della vita dei bambini e degli innocenti, senza ragione e senza logica, sotto un cielo magnifico e mentre poco lontano tutto prosegue placidamente come prima.

Al fatto che poi sempre si rinasce, al verde che rispunta, perché la vita è più forte della morte, la capacità di sopravvivere degli uomini è sorprendente, come quella di distruggere e anzi di più.

Alla Calabria, terra di magnificenza e di secolare oppressione. Alla Palestina, terra di miracoli e di conflitto inestirpabile. Ai camminanti di De André, cioè all’umanità in ricerca, in viaggio, lungo la strada: e quindi agli uomini di ogni tempo.

All’idea che se ci mettiamo in marcia arriveremo dietro quella collina prima che sia buio, compagni. Fratelli.

La merlettaia (di Cinzia Leone)

My beautiful picture

Esposti come bucato ad asciugare, la merlettaia romena colta dall’obiettivo di Claudio Caprara esibisce i suoi ricami col piede ben fermo sulla valigia dove saranno rituffati a fine giornata. Sono scienza delle sue mani o è solo un’ambulante? La merlettaia vende quello che conosce, filo per filo. Per secoli la cucina, i veleni e il ricamo sono stati i graffiti della donne: il concentrato della loro resistenza e creatività. Figlio del rammendo, e fratello gemello del disegno e della pittura, il ricamo è la loro tavolozza di cotone e di seta.
Il primo pixel della storia, il punto croce, è una invenzione femminile. Frutto della creatività delle donne anche il punto a giorno, il piccolo punto, il punto reale, il punto Assisi, il punto inglese e il punto a festone. Disegni tramandati di madre in figlia e ricami custoditi di generazione in generazione hanno disegnato nei secoli un patrimonio identitario femminile pieno di creatività e di segreti. Il tempo al passato è d’obbligo. La modernità e l’emancipazione sciolgono l’intreccio e regalano il ricamo alle macchine.
Ago e filo, maschili per il dizionario, sono femminili per la storia. Le Parche, una fila la vita, l’altra dispensa il destino ricamandone durata e fortuna, la terza taglia il filo. Penelope tesse e disfa la tela come una barricata di sopravvivenza. Scheherazade, ricamando storie, rinvia la sua esecuzione per mille e una notte. Biancaneve nasce da un incidente di cucito della madre, la regina che pungendosi con l’ago, esprime il desiderio di una figlia con la pelle bianca come la neve, le guance rosse come il sangue e i capelli neri come l’ebano.
I ricami delle donne sono cuciti alla nostra vita. Sui fazzoletti ad accogliere pianti disperati e interminabili raffreddori. Sulle lenzuola a testimoniare nascite e morti, notti insonni o bruciate dalla passione. Sulle tovaglie ad  ospitare pranzi di nozze e banchetti. Sui paramenti sacri e sugli altari a confortare riti e pentimenti. Le iniziali ricamate sulla biancheria marchiano camice e corredi. Se non ci siamo confusi e smarriti è merito di quelle lettere ricamate che, meglio di uno psicoanalista, confermano identità e appartenenza.
Il ricamo riconduce all’ordine e alla bellezza il caos dei fili dell’esistenza. «Si ritiene che le donne abbiano portato scarsi contributi alle scoperte e alle invenzioni della storia della cultura, ancorché forse (…) abbiano inventato una tecnica, quella dell’intrecciare e del tessere» scrive Freud nel ’32 riconoscendo alla metafora del tessere e dell’intrecciare una parte centrale nella teoria dei processi inconsci. La trama degli affetti e dell’eros, e i suoi ricami impazziti, catturano il padre della psicoanalisi. Per Freud il ricamo è portatore di messaggi e, nella tradizione tedesca delle frasi ricamate, anche di parole. Alla fidanzata Martha ne chiede in regalo due da incorniciare. Uno con la frase che Voltaire fa dire a un protagonista di Candide.”Travailler sans raisonner”: un “raisonner” come pensiero astratto che inceppa il lavorio della mente. Il secondo con l’invito, sempre di Voltaire: “Coltiva il tuo giardino”. l’Illuminismo scopre il lavoro come forza dell’uomo libero. Ricamato da una donna.

Il ciclista lettore (di Daniele Bellasio)

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Lorena mi spiega che “Manu lavora sempre per quella roba finanziaria, ma si è trasferita da Cipro a Shanghai”. Come sta? “È la sua città ideale. Si riesce a muovere bene, anche se è immensa. Però si muove con la mascherina per proteggersi dall’inquinamento: ci manda le foto dal treno, sempre con la mascherina”. A Natale era già lì.

Valentina dice che ha incontrato per caso il fratello del presidente in una caffetteria di Hong Kong dove di solito lavora al computer in attesa di avere un ufficio. Racconta che è andata a vivere là da un anno, dopo essersi licenziata da un posto più o meno sicuro. Spiega che è andata là con i figli piccoli perché suo marito doveva abitare nella regione: fa l’architetto della moda, dei negozi della moda, e la moda si sta trasferendo in quella zona del mondo. Conferma che là si possono fare molte cose, sta diventando imprenditrice di se stessa.

A proposito di architetti, Edoardo mi regala un libro, è l’opera premiata di un collega che progetta case in Vietnam, nel nuovo Vietnam: “HàNoi 2050 – Trilogia di un paesaggio asiatico” di Matteo Aimini (INU Edizioni). Mi chiede se secondo me è una follia oppure no aprire una società di progettazione e di export di mobili o simili per lavorare laggiù, se non proprio per trasferirsi.

Francesco, intanto, mi invita a pranzo di passaggio tra New York e Singapore. Sta traslocando perché sua moglie non poteva rifiutare un’offerta di lavoro laggiù. Si sta organizzando per studiare i Big Data e insegnare quel che può. A Singapore – pare – hanno una vocazione profonda per la programmazione dei futuri compiti e ruoli dello Stato. Visto che in altezza hanno un po’ già dato, a un passo dalla Cina stanno costruendo in profondità le casseforti delle informazioni globali e il loro futuro come economia a risorse molto scarse.

Scarsi sono anche i volumi in vendita nella bancarella langarola e letteraria per finanziare la fondazione culturale del paese. Compro e leggo “Le stagioni di Giacomo” di Mario Rigoni Stern. Compro e leggo “Mekong” di Alberto Arbasino. “Questo triangolo dell’oppio a molte punte tra Laos e Birmania e Thailandia e Cina sarà poi tutto d’oro? E sarà proprio qui?”, scrive il maestro.

Ricordo di Massimo, un anno di vita diviso in tre, tra Ancona, Bangkok e Marsiglia. Il tutto per 5 euro (i due libri), il tutto in meno di venti giorni (l’Oriente chiama). Di giugno.

Infine arrivi tu, prima su Twitter e poi in fotografia. Tu credi che io stia leggendo. Ma che cosa? Tu pensi che il muro di cinta sia di una prigione. Ma io sono dentro o fuori? Tu credi di ricordare quegli anni color grigio povero. Ma c’eri davvero? Ti sbagli. Sembra un quaderno, dice Daniela. Ma stai viaggiando? Dimmi soltanto una cosa: la bici sta cadendo?

Lavoratori (di Susanna Camusso)

Cina, 1991

Cina, 1991

Abiti semplici, leggeri forse troppo, piedi nudi o ciabatte, pompe, passerelle un po’ così, eppure è un cantiere. Un cantiere a bordo fiume con un argine di sacchi di sabbia – parrebbe – lo assoceremmo alla preoccupazione di una piena, non ad uno scavo con pareti nude.

I volti non restituiscono lo sguardo, sono chini, concentrati sull’equilibrio dei bilancieri, sui passi da fare, eppure guardando quegli uomini è forte la sensazione che alcuni siano piccoli, troppo piccoli per portare grandi ceste in testa. I bambini non dovrebbero giocare, studiare?

Una fotografia viva e piena mi porta prima a “perdermi” in alcuni particolari, seguendo pensieri, ma quale sicurezza, il peso dei bilancieri, i tubi da saltare, quanta fatica, quanta fisicità in quel lavorare.

Mentre i pensieri fissano il divario tra condizioni di lavoro e sicurezza, sulla geografia di un cantiere affollato, la fotografia torna a farsi guardare nel suo insieme. Restituisce i corpi ridisegnati dai bilancieri, l’appoggio alle vanghe, le schiene piegate, tutto a mani nude.

Una foto molto simile è nei miei ricordi del viaggio alla scoperta della Cina, non certo pionieristico era il 1985. Mi torna in mente con il contrasto di allora, tra lavoro di dura fatica e l’affacciarsi a tecnologie e innovazioni. Il costruire ovunque, e la fragilità degli uomini nei cantieri. L’idea di un mondo in straordinario cambiamento, un “progresso” che doveva portare con sé un lavoro diverso, da adulti, che alleviasse la fatica, rendesse liberi, più sicuri, non piegati.

Non c’è la controprova, la fotografia riscattata tanti anni dopo, per cercare le differenze, che sono innumerevoli, sicuramente, ma le cronache che quotidiane ci rimandano troppo spesso storie di sfruttamento, di non libertà, di lavoro più servile che libero.

Tornare ai particolari, allargare lo sguardo sull’insieme, osservare il lavoro e la sua fatica per dirci ogni giorno che qualità del lavoro e libertà, dignità delle persone non sono uno scatto in bianco e nero, sono una ragione per cambiare il mondo.

Il ritratto di una generazione (di Paolo Soglia)

Edimburgo, 1990

Edimburgo, 1990

Ma che cosa vuoi da me?

Vorresti che ti buttassi le braccia al collo?

O che facessi finta di essere sorpresa:

“Ma guarda che combinazione pazzesca, incredibile! Ma cosa ci fai anche tu a Edimburgo?”

Sei apparso dalla strada come se nulla fosse e mi fai ridere mentre penso che te ne stavi lì ad aspettare questo momento da tutta la mattina.

E adesso che mi stai di fronte mi guardi e sfoderi quella faccia da sicuro di te, con quel sorrisetto un po’ ironico che mi irrita tantissimo.

Ma gli occhi no, quelli sono veri e dicono tutt’altre cose.

Non hanno nulla a che vedere con quella storia che ti sta uscendo dalla bocca dopo che l’avrai pensata mille volte e che usi come la bava del ragno per costruire la tua tela.

Con le parole vuoi stupirmi e con quell’espressione da schiaffi mi attrai e mi indisponi.

Ma con gli occhi non sai mentirmi.

Tu mi ami con gli occhi.

E io non ho ancora deciso se lasciarti lì da solo a finire la tua sigaretta su quella panchina o saltarti addosso e far l’amore con te.

70… mi dà tanta

Marco Dini
Funzionario dell’ONU
In FGCI nel 1978 (forse). Era un enfant prodige della politica imolese. Ha vissuto cose intense e dolorose. Le sue passioni lo hanno fatto emigrare in Sud America.

Il carico
Messico, 1993
E’ una foto u po’ folkloristica, ma i colori del Messico sono quelli.

Marta Manuelli
Ostessa
Alla fine degli anni 80. Era già brontolona. Poi un po’ alla volta siamo diventati più che parenti stretti. Forse perché la sua vera specialità sono i matti.

Porto di Honfleur
Bretagna, 1987
La Bretagna da cartolina.

Bobo Craxi
Ex Parlamentare
A Parco Sempione a Milano, nel settembre del 1986. Era in motorino e normale. Poi ha lavorato a RED tv conducendo un bel programma di musica italiana. 

Ait Ben Adour
Marocco, 1990
Un posto mitico. Tra l’altro è stato un set di Orson Welles per Sodoma e Gomorra.

Marianna Lorusso
Project Manager
A Viale Mazzini durante i primi vagiti di Nessuno Tv. Donna notevole. Ironica, acuta e che ha dovuto imparare ad essere paziente.

Gazometri (iPhone)
Roma, 2010
E’ uno dei luoghi ozpetekiani di Roma che amo di più e che ho frequentato con assiduità per anni.

Seble Woldeghiorghis 
Consulente
A Milano all’assessorato all’angolo tra via Palermo e via Solferino. Seconda generazione con quel suo accento bolognese, che mi mette allegria.

Civiltà
Bologna, 2013
Ero in giro per Bologna era la prima volta che vedevo questi piccoli/grandi segni di civiltà e di speranza.

Vittorio Zincone
Giornalista e Autore
Mi pare che fosse in uno studio televisivo per una produzione Wilder. Gli proposi anche un lavoro che fece bene a rifiutare.

Vaqueros verso Oaxaka
Messico, 1993
Raramente mi sono sentito John Wayne come in quel momento, mi sono guardato intorno per vedere se c’era una lattina di olio Cuore e saltare una palizzata (la cultura di Carosello è incancellabile)… non c’era: siamo ripartiti. 

Paola Zampini 
Funzionaria RAI
Sembra sempre arrivare per caso, ma in realtà è una donna assai accorta e vivace. Viaggia per il mondo e ha delle basi a Parigi, Nizza e in Argentina. 

Il Bunker
Parigi, 2011
Per anni ho avuto in agenda la visita a questo “monumento ai caduti” ma per un motivo o per l’altro mi sfuggiva. Poi l’obiettivo l’ha fermato. Un angolo parigino che vale la pena vedere.

Marcello Zarattani
Libraio
All’ITC Paolini, nel settembre del 1975. La mente più veloce e curiosa tra i compagni di scuola che ho avuto. Una gran persona.

La statua bianca di Central Park
New York, 1988
La prima volta a New York, era a pochi metri dalla sede del Ristorante San Domenico che apriva in quei giorni. Tutto mi sembrava enorme e meraviglioso.

Annette Bettin
Ingegnere
A Imola nei primi anni ‘90, quando abitava a Modena. Il mio prototipo di berlinese: bella, colta, curiosa e determinata. Non ci vediamo da tanto.

Il venditore di grilli
Cina, 1991
Il venditore di grilli è, tra le stranezze della Cina, quella più delicata.

Lorenzo Cani
Studente universitario
Aveva due giorni. E’ stato il primo figlio nel gruppo dei mie amici più cari. Dopo è cresciuto ed ora gli arrivo alla spalla… Ma anche il cervello è evoluto un bel po’…

La marcia degli zombie
Parigi, 2013
Ecco una cosa “folkloristica”… Un sabato pomeriggio in Place de La Republique uno dei raduni più stravaganti che mi è capitato di vedere…

I primi 10

da 11 a 20

da 21 a 30

da 31 a 40

da 41 a 50

Da 51 a 60